< Domanda biblica tratta dalla Lettera ai Romani
D: Nella Lettera ai Romani, perché Paolo scrisse questo libro?
R: In genere Paolo aveva incontrato (o fondato) le chiese alle quali scriveva, ma la Lettera ai Romani costituisce un’eccezione. Paolo conosceva senza dubbio alcune persone, ma non era mai stato a Roma. In definitiva, Paolo scrisse la Lettera ai Romani perché Dio lo desiderava. Tuttavia, Paolo non era apostolo solo delle chiese da lui fondate, ma era apostolo di Cristo per tutti i credenti. La Lettera ai Romani è generalmente considerata il libro più logico e ben strutturato di un autore ben organizzato che, in linea di massima, scriveva in modo logico.
Paolo desiderava scrivere loro prima di recarsi in visita, ed esporre in dettaglio che cos’è il Vangelo, perché ne abbiamo bisogno e come opera. Desiderava inoltre spiegare la salvezza nel contesto dei Giudei e dei Gentili.
D: Qual è la struttura generale della Lettera ai Romani?
R: Ecco una possibile struttura.
Romani 1:1-17 Il messaggio urgente di Paolo
Rom1:18-3:20 : la nostra condanna
- Rom1:18 : l’ira di Dio contro il peccato grave, crescente e mortale
- Rom 2-3:20 Sia gli ebrei che i gentili sono senza scusa, responsabili della propria colpa
Rom3:21 -5 La nostra giustificazione
- Rom 3:21-31 Cristo ci ha giustificati, non le nostre opere
- Rom 4 Abramo: giustificato per fede
- Rom 5: La morte di Cristo ci ha dato la giustificazione
Rom 6-8 La nostra santificazione
- Rom 6 Siamo stati dichiarati morti al peccato
- Rom 7 La nostra continua lotta per la santificazione
- Rom 8 Lo Spirito Santo: la forza per una vita santa
Rom 9-11 La scelta sovrana di Dio riguardo a Israele e a noi
- Rom 9 La scelta passata di Dio riguardo a Israele
- Rom 10 La scelta di Dio oggi
- Rom 11 La scelta futura di Dio per Israele si compie
Romani 12-16: Vivere la nostra salvezza
- Rom 12 Una vita consacrata al servizio di Dio e del prossimo
- Rom 13 Una vita di sottomissione
- Rom 14 Accogliere i deboli nella fede
- - Senza giudicarli né farli inciampare, ma come farebbe Cristo
- Rom 15,14-16,27: I progetti futuri di Paolo e la sua gratitudine verso gli altri
D: Nella Lettera ai Romani, qual è la differenza tra un’epistola e una lettera?
R: Un’epistola, dal termine greco epistole, è un tipo di lettera destinata ad essere letta e diffusa pubblicamente.
D: Nella Lettera ai Romani, quando morì Paolo?
R: È opinione generalmente condivisa che Paolo sia morto sotto Nerone, ovvero durante la persecuzione del 67 d.C. Pertanto, egli scrisse tutto nel giro di circa 34 anni dopo la morte di Gesù.
Non conosciamo l’età esatta di Paolo, ma in Atti 7:58 Saulo di Tarso era un giovane, mentre in Filemone 9 Paolo era un uomo anziano.
D: In Romani 1,4, poiché Gesù fu dichiarato Figlio di Dio, era forse Figlio di Dio già prima?
A: Sì. Una persona può essere qualcosa prima ancora che ciò venga proclamato al mondo. Gesù è il Figlio di Dio in due modi distinti.
Prima dell’inizio dei tempi, Gesù è stato generato (non creato) dal Padre. Non è mai esistito un momento in cui Gesù non fosse il Figlio di Dio.
Sulla terra, Gesù è stato concepito in modo asessuato dalla vergine Maria. Il materiale genetico non fornito da Maria (il cromosoma Y, ecc.) è stato miracolosamente creato da Dio Padre.
Pertanto, sebbene Gesù fosse da sempre il Figlio di Dio, Dio ha atteso che Gesù nascesse sulla terra per rivelarlo all’umanità.
Quindi, Gesù è uguale a Dio Padre o subordinato a Dio Padre? Facciamo prima una digressione per rispondere a una domanda più semplice; poi useremo quella risposta per tornare a questa domanda. Sulla terra, il vostro figlioletto è uguale a voi o subordinato a voi? Se dite che non è uguale a voi, quella è la risposta sbagliata per due motivi. Se si verificasse una catastrofe naturale e solo uno di voi potesse sopravvivere, scegliereste di salvare voi stessi perché vostro figlio non è così importante quanto (secondo voi) lo siete voi? Se vostro figlio fosse inferiore a voi, allora, con la stessa logica, vostro padre sarebbe superiore a voi? Suo padre era superiore a lui? E il padre di suo padre? Allora il vostro bis-bisnonno era Superman? No, vostro figlio non è affatto inferiore a voi né vi è disuguale. Ma è vostro figlio a obbedirvi (almeno, si spera, nella maggior parte dei casi)? Oppure siete voi a obbedire e a sottomettervi a vostro figlio? Sono certo che sia la prima ipotesi, e non la seconda. Voi e vostro figlio avete ruoli diversi, almeno finché lui non crescerà e avrà dei figli. Allo stesso modo, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uguali per natura, gloria e onore. Ma differiscono per ruolo e rango. Sulla terra, Gesù si sottomise (Ebrei 5:7) e imparò l’obbedienza (Ebrei 5:8). Ma anche ora il Padre può essere definito il Dio di Gesù Cristo in Efesini 1:3. (Purtroppo alcuni cristiani, come Agostino di Ippona e Ambrogio di Milano, non sarebbero d’accordo su quest’ultimo punto.)
D: In Romani 1:7 e 1 Corinzi 1:3, poiché il termine greco kai può significare sia «anche» che «e», ciò significa forse che Gesù è Dio Padre, come insegnano i sabelliani, i modalisti e alcuni (ma non tutti) pentecostali unitariani?
R: No. Esaminiamo la questione in modo obiettivo.
1. Tutti concordano sul fatto che «e» sia il significato principale della parola greca kai, ma talvolta essa significa anche «anche».
2. Non è possibile dimostrare l’Unicità, la Trinità o qualsiasi altra dottrina basandosi su una parola che potrebbe essere tradotta in entrambi i modi.
3. In questo capitolo della Lettera ai Romani, in Romani 1:9 Gesù viene distinto da Dio Padre. Gesù non è un orfano, né è un Figlio senza Padre.
4. Gesù viene distinto dal Padre anche in molti altri passi delle Scritture, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo: Efesini 1:3,17; Matteo 3:16-17; 12:18; Marco 10:38-40; Luca 3:21-22; Giovanni 1:1,33; 6:38; 14:16,26,28,31; 5:26; 6:28; 7:5; Atti 5:31-32; 1 Corinzi 11:3; 15:25-28; Ebrei 1:9; 5:7-8. Al momento del battesimo, Gesù non stava mettendo in scena uno spettacolo di ventriloquismo.
Il sabellianesimo non sembra aver avuto un ampio seguito, se non per un breve periodo a Roma. Ecco alcuni insegnamenti dei cristiani pre-niceni secondo cui il Padre e il Figlio sono distinti, pur non insegnando che siano separati.
Attenagora (177 d.C.) afferma che il Padre, il Figlio e lo Spirito si distinguono nell’unità. *A Plea for Christians*, cap. 12, pag. 134
Attenagora (177 d.C.): «Anche lo Spirito Santo stesso, che opera nei profeti, noi affermiamo che sia un efflusso di Dio, che scaturisce da Lui e ritorna nuovamente a Lui come un raggio di sole. Chi, dunque, non rimarrebbe stupito nel sentire che gli uomini che parlano di Dio Padre, di Dio Figlio e dello Spirito Santo, e che dichiarano sia la loro potenza nell’unione sia la loro distinzione nell’ordine, vengano definiti atei? Né il nostro insegnamento riguardo alla natura divina si limita a questi punti; ma riconosciamo anche una moltitudine di angeli e di ministri, …» *A Plea for Christians*, cap. 10, p. 133
Teofilo (168-181/188 d.C.) (estratto) «Dio, dunque, avendo la propria Parola nel profondo del proprio essere, Lo generò, emettendolo insieme alla propria saggezza prima di tutte le cose. Egli ebbe questa Parola come aiutante nelle cose da Lui create, e per mezzo di Lui creò tutte le cose». Teofilo ad Autolico, libro 2, cap. 10, pag. 98
Ireneo di Lione (182-188 d.C.) afferma: «Il Verbo, vale a dire il Figlio, era sempre con il Padre; e anche quella Sapienza, che è lo Spirito, era presente con Lui, anteriore a tutta la creazione». Egli prosegue poi citando Proverbi 3,19-20 e così via, dimostrando che lo Spirito Santo è la terza persona. Ireneo, Contro le eresie, libro 4, cap. 20.3, pag. 488
Tertulliano (circa 213 d.C.): «E se, per citare un altro passo, “Così dice il Signore al mio Signore Cristo”, il Signore che parla al Padre di Cristo deve essere un Essere distinto. Inoltre, quando l’apostolo nella sua epistola prega: «Affinché il Dio del nostro Signore Gesù Cristo vi doni lo spirito di sapienza e di conoscenza», Egli deve essere un altro (da Cristo), colui che è il Dio di Gesù Cristo, il dispensatore dei doni spirituali. E, una volta per tutte, per non dover esaminare ogni singolo passo, Colui «che ha risuscitato Cristo dai morti e che risusciterà anche i nostri corpi mortali» deve certamente essere, in quanto vivificatore, diverso dal Padre defunto, o persino dal Padre vivificato, se Cristo, che è morto, è il Padre». Contro Prassea, cap. 28, p. 625
Ippolito (222-235/6 d.C.) scrisse un’opera intera contro Noeto, il quale «sosteneva che Cristo fosse il Padre stesso, e che il Padre stesso fosse nato, avesse sofferto e fosse morto». Contro l’eresia di un certo Noeto, cap. 1, p. 223
Ippolito (222-235/236 d.C.): «Egli [Gesù] non disse: “Io e il Padre siamo uno”, ma “siamo uno”. Infatti il termine “siamo” non si applica a una sola persona, ma si riferisce a due persone e a un’unica potenza», e cita 1 Corinzi 15,23-28. Contro l’eresia di Noeto, cap. 7, p. 226
Origene (225-253/254 d.C.) «Ora, vi sono molti che nutrono sincera preoccupazione per la religione e che in questo punto cadono in grande perplessità. Temono di poter proclamare due Dei, e tale timore li spinge verso dottrine false e malvagie. O negano che il Figlio abbia una natura distinta propria oltre a quella del Padre, e fanno sì che Colui che chiamano Figlio sia Dio in tutto tranne che nel nome, oppure negano la divinità del Figlio, attribuendogli un’esistenza separata propria e facendo sì che la Sua sfera di essenza ricada al di fuori di quella del Padre, cosicché siano separabili l’uno dall’altro». Commento al Vangelo secondo Giovanni, libro 2, cap. 2, p. 323
Novatiano (250/4-256/7 d.C.) (implicitamente) definì sacrilega l’eresia di Sabellio, secondo cui Cristo non è il Figlio, ma il Padre. Trattato sulla Trinità, cap. 12, pagg. 621-622
Dionigi di Alessandria (246-265 d.C.) «La pianta che scaturisce dalla radice è qualcosa di distinto da ciò da cui cresce; eppure è della stessa natura di essa. E il fiume che scorre dalla sorgente è qualcosa di distinto dalla sorgente. Infatti non possiamo chiamare né il fiume una sorgente, né la sorgente un fiume. Tuttavia riconosciamo che entrambi sono uno secondo la natura, e anche uno nella sostanza; e ammettiamo che la sorgente possa essere concepita come padre, e che il fiume sia ciò che è generato dalla sorgente». Sulla Sola Sostanza, p. 120
Luciano di Antiochia (circa 300-311 d.C.) «chiaramente del Padre che è veramente Padre, del Figlio che è veramente Figlio e dello Spirito Santo che è veramente Spirito Santo; questi nomi non sono attribuiti in modo vago o casuale, ma indicano con precisione la personalità, l’ordine e la gloria specifici di coloro che sono così denominati, cosicché nella Personalità sono tre, ma in armonia sono uno». Credo di Luciano di Antiochia in *The Creeds of Christendom* di Philip Schaff, vol. 2, pag. 27
Metodio (270-311/312 d.C.) «Poiché il regno del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è uno, così come è una la loro sostanza e uno il loro dominio. Perciò, con un’unica e stessa adorazione, rendiamo culto all’unica Divinità in tre Persone, che sussiste senza inizio, increata, senza fine, e alla quale non vi è alcun successore. Poiché né il Padre cesserà mai di essere il Padre, né il Figlio di essere il Figlio e il Re, né lo Spirito Santo di essere ciò che Egli è nella sostanza e nella personalità. Poiché nulla della Trinità subirà diminuzione, né per quanto riguarda l’eternità, né la comunione, né la sovranità. Infatti, il Figlio di Dio non è chiamato re «perché per amor nostro si è fatto uomo», Orazione sui Salmi, cap. 5, p. 397. (cfr. anche Il banchetto delle dieci vergini, discorso 8, cap. 10, p. 338 e cap. 11, p. 339)
D: In Romani 1,8, in che modo la fede dei cristiani di Roma era nota in tutto il mondo?
R: Ciò ha lo stesso significato di 1 Tessalonicesi 1,8. Data la grandezza e l’influenza della città di Roma, non è esagerato affermare che la Chiesa romana abbia avuto un ruolo fondamentale nel determinare la prima impressione che molte persone si facevano del cristianesimo.
D: In Romani 1,11 e Romani 15,29, Paolo non è forse un po’ presuntuoso nel dire ai Romani che desidera recarsi da loro per offrire loro un dono spirituale?
R: Se Paolo fosse stato un uomo comune, forse sì. Ma poiché Paolo era un apostolo di Cristo, si stava dimostrando sia sincero che veritiero, senza alcuna esagerazione. È lecito dire a qualcuno che si può essergli d’aiuto, se questa è la verità.
D: In Romani 1,13-14, perché a Paolo fu impedito di recarsi dai Romani prima?
R: Paolo non afferma che ciò fosse dovuto all’opposizione di Satana, come invece fa in 1 Tessalonicesi 2:18. Piuttosto, Paolo aveva molto da fare nel suo ministero dove si trovava, a est, in Asia Minore e in Grecia. Doveva inoltre trovare un modo per recarsi in quel luogo. A volte è lecito che un ministero fruttuoso in un luogo ritardi il proprio arrivo in un secondo luogo.
D: In Romani 1,18, come può essere vero che Dio non si adira mai?
R: Chiediamolo agli abitanti di Sodoma e Gomorra! Affermare che Dio non si adira mai è un pio desiderio che va contro le Scritture. Purtroppo, questo errore di preferire il proprio modo di pensare, anziché credere a ciò che dicono le Scritture, risale alla Lettera a Diogneto (circa 130-200 d.C.). Clemente di Roma (96-98 d.C.) e Origene (225-253/254 d.C.) sono incoerenti su questo punto. Tuttavia, 19 scrittori cristiani primitivi riconoscevano che Dio possiede l’ira: Ignazio di Antiochia, Giustino Martire, Melito di Sardi, Teofilo di Antiochia, Ireneo di Lione, Clemente di Alessandria, Tertulliano, Ippolito, Commodiano, Novaziano, Trattato contro Novaziano, Cipriano di Cartagine, Gregorio Taumaturgo, Vittorino di Petau, Pietro di Alessandria, Metodio, Lattanzio, Alessandro di Alessandria ed Eusebio di Cesarea (318-325 d.C.). L’eretico Marcione, nel copiare la Lettera ai Romani, tradusse «ira» anziché «ira di Dio», secondo quanto riportato nel *Wycliffe Exegetical Commentary: Romani 1-8*, pag. 94.
D: In Romani 1,18, quando si dice che l’ira di Dio si rivela, significa che l’ira di Dio si rivela nel momento stesso in cui viene predicato il Vangelo, come insegnava Karl Barth, oppure questa predicazione è un richiamo alle azioni rivelate nel corso della storia?
R: Si tratta della seconda interpretazione. Le persone hanno sperimentato l’ira di Dio già ai tempi dell’Antico Testamento, prima che fosse annunciato il Vangelo.
D: In Romani 1,18, in che modo le persone possono trattenere la verità nell’ingiustizia?
R: È fin troppo facile per le persone concordare, almeno in parte, sulla verità di ciò che è giusto e meglio per gli altri, senza però metterla in pratica nella propria vita. Il termine greco qui utilizzato per indicare l’empietà, asabeian, significa ben più che la semplice mancanza di fede in Dio. Indica la mancanza di riverenza verso Dio, quindi si riferisce anche a coloro che credono intellettualmente in Dio ma non vivono di conseguenza. Oggi alcune persone definiscono questo atteggiamento «ateismo pratico». Potrebbero non dichiararsi atei, ma vivono come se lo fossero.
D: In Romani 1:18, in che modo le persone hanno soppresso la verità?
R: Alcune persone, senza alcuna colpa da parte loro, sono all’oscuro di alcune cose importanti, ma non è di questo che si parla qui. Non tutta l’ignoranza è innocente. Alcune persone ignorano la verità su qualcosa perché sapevano dove reperire le informazioni e hanno deliberatamente scelto di non scoprirla o di non crederci, a prescindere dalle prove. Come recita un proverbio mediorientale: «Non si può svegliare chi finge di dormire». Le persone nascondono la verità sul fatto che l’aborto tolga la vita a un innocente, non perché non riescano a vederla, ma perché non vogliono farlo. Oggi, in politica, vediamo continuamente persone che nascondono la verità.
Ecco un esempio concreto e lampante di come il governo abbia nascosto la verità nella storia antica. I Romani possedevano numerose istituzioni sacre pagane che ritenevano di avere per varie ragioni divine o miracolose. Molte di esse furono istituite dal primo re romano, Numa Pompilio. Lo storico romano Varrone riferisce che un contadino romano di nome Terenzio, mentre arava nei pressi della tomba di Pompilio, rinvenne alcuni libri di Pompilio, nei quali erano descritte le ragioni all’origine di quelle istituzioni sacre. Egli li consegnò al Senato, il quale, dopo aver appurato le vere ragioni di tali istituzioni, ordinò al pretore di bruciare i libri. Potete leggere di questo episodio nella *Città di Dio* di Agostino di Ippona (413-426 d.C.), libro 7, cap. 34, pagg. 141-142. Quando le persone bruciano le prime copie dei libri della propria religione, nella quale presumibilmente credono, non si può fare a meno di interrogarsi sul loro impegno nei confronti della verità.
D: In Romani 1,18-23, come spiega ai non credenti che le persone hanno un obbligo nei confronti di Dio?
R: Sia durante l’infanzia che da adulti abbiamo degli obblighi nei confronti dei nostri genitori. A scuola abbiamo l’obbligo di obbedire all’insegnante. Quando guidiamo un’auto abbiamo l’obbligo di rispettare le leggi e di obbedire alle istruzioni di un agente di polizia. Considerando tutti questi obblighi, che la maggior parte delle persone, al di fuori del carcere, accetta, perché dovremmo pensare di non avere alcun obbligo nei confronti del nostro Creatore?
Dio ci ha dato la vita, l’aria, il sostentamento e ci chiede di riconoscerLo e di adorarLo. Coloro che non vogliono adorare il vero Dio, dopo la morte saranno mandati da Dio nel loro universo, separati da Lui. Naturalmente, Dio è la fonte di ogni bontà e amore. Quell’altro universo è il Lago di Fuoco.
D: In Romani1:19 -20, in che modo tutti possono conoscere Dio attraverso la natura?
R: Cinque punti da considerare nella risposta.
1. Possiamo conoscere molte cose su Dio attraverso la natura. Ad esempio, nessuna cosa creata potrebbe crearsi da sé. Esiste un Creatore, che è superiore agli esseri creati. Possiamo inoltre scorgere la maestà, la potenza e la bellezza di Dio nel Creato, sebbene il Creato sia decaduto.
2. Le persone possono elaborare le proprie interpretazioni bizzarre dei fatti. Ad esempio, l’idea della generazione spontanea, un «fatto scientifico» del Medioevo, sosteneva che le mosche potessero provenire dalla carne in decomposizione e che la vita potesse nascere spontaneamente dalla non-vita.
3. Molte cose importanti riguardo a Dio non possiamo conoscerle attraverso la natura, come la Trinità, la morte di Gesù sulla croce e il Suo ritorno.
4. Sebbene la natura non sia sufficiente a insegnare l’intero Vangelo della salvezza, è sufficiente per insegnare alle persone che esiste un Dio e a cercarLo.
5. Se qualcuno rifiuta la verità che conosce riguardo al Dio Altissimo, Dio non si è necessariamente impegnato a fornirgli ulteriori verità.
D: In Romani1:19 -20, tutti i non cristiani andranno all’inferno?
R: Esiste una sola risposta corretta, ma essa presenta due aspetti: no e sì.
No, per quattro ragioni
N1. No, perché alcune persone che non sono ancora cristiane diventeranno cristiane in futuro e andranno in Paradiso. Il termine biblico per indicare coloro che alla fine saranno in Paradiso è «gli eletti».
N2. No, perché nell’Antico Testamento molti ebrei devoti, che osservavano la Legge, morirono in attesa della venuta del Messia, senza conoscerlo (Efesini 3:4-6; 1 Pietro 1:10-11; 2 Pietro 1:19; ~Ebrei 11:39-40). Essi morirono prima di Cristo, ma sono in Paradiso.
N3. No, perché Dio si è rivelato attraverso Abramo, anche se Abramo non possedeva la Legge. Dio è in grado di agire “al di fuori degli schemi” dei nostri preconcetti e di condurre le persone a Sé attraverso Cristo secondo la Sua volontà. Possiamo essere certi che tutti coloro che sono morti senza aver mai sentito parlare di Cristo, siano essi neonati, persone con gravi disabilità mentali o individui in condizioni di profonda ignoranza, saranno giudicati equamente da Dio, che è anche misericordioso. (Cfr. Romani4:15 ;5:12 ; ~Giovanni 9:41)
N4. Alcuni cristiani ritengono che Cristo abbia predicato a coloro che erano già morti, basandosi su 1 Pietro 3:19-20 e 1 Pietro 4:6. Clemente di Alessandria, negli Stromati (193-202 d.C.), libro 6, cap. 6, pag. 490, affermò che a coloro che erano giusti secondo la Legge di Dio mancava solo la fede. Coloro che non possedevano la Legge, ma erano giusti secondo la propria filosofia, necessitavano sia della fede che del pentimento dall’idolatria. «Non appena fu loro rivelata la verità, si pentirono anche della precedente condotta [idolatra]». Si veda anche *Stromata*, libro 6, cap. 6, pag. 492. Anche Ireneo di Lione (*Ireneo contro le eresie*, libro 4, cap. 27.1, pag. 499), Ippolito (*Frammento dal Commento al Salmo 19 o 20*, pag. 170. Vedi anche cap. 7.14, pag. 189) e Origene (Origene, Contro Celso, libro 2, cap. 43, pag. 448) insegnavano anch’essi che Cristo predicò ai morti per convertirne alcuni.
Altri cristiani, tuttavia, non sono d’accordo su questo punto.
Sì, per quattro ragioni
Y1. Tutti coloro che sono, sono stati o saranno mai salvati, lo sono attraverso l’Unico Mediatore e Salvatore, Gesù Cristo (Atti4:12 ; Giovanni 10:7-8; Giovanni 10:26-28).
Y2. Tutti hanno bisogno di Gesù. Gesù disse persino ai farisei ebrei, uomini religiosi, che se non avessero creduto in Lui, sarebbero davvero morti nei loro peccati (Giovanni 8:24). Gesù li avvertì che il loro rifiuto di Dio li avrebbe condotti all’inferno (Matteo23:33 -36).
Y3. Anche i neonati che sono morti prima di commettere consapevolmente qualsiasi trasgressione hanno comunque bisogno di Gesù per essere santificati e purificati dalla loro natura peccaminosa. Sebbene non abbiano compiuto scelte peccaminose e non abbiano mai avuto l’intenzione di fare del male, possiedono comunque una natura egoista e peccaminosa e necessitano di una trasformazione attraverso Gesù prima di andare in paradiso.
Y4. Poiché Gesù salva tutti coloro che saranno salvati, allora chiunque vada in Paradiso, prima o poi crederà in Cristo (Romani 14:10-11; Filippesi 2:9-11; Giovanni 6:37,45).
Riguardo al punto Y3, un cristiano una volta non era d’accordo con me su questo argomento e ha affermato che, se non sono in grado di prendere una decisione a favore di Gesù, allora non possono andare in paradiso. Tuttavia, dobbiamo chiederci, al livello più elementare, qual è l’unica «cosa» che ci salva? In definitiva, la causa prima non è la nostra decisione che ci salva, poiché non siamo nemmeno «noi» a salvarci. Al livello più fondamentale, è Dio che ci salva. Egli salva tutti i salvati attraverso Gesù, ma non sappiamo esattamente in che modo lo farà per i neonati, per coloro che hanno vissuto prima di Cristo, ecc. Quello che sappiamo è che Egli è Dio!
D: In Romani 1:20, in che misura le persone possono apprendere la verità di Dio e il Vangelo dall’osservazione del Creato?
R: Possiamo apprendere tre cose, ma non una quarta.
1. L’esistenza di una qualche forma di Creatore (personale o impersonale) derivante dall’esistenza del Creato.
2. Le qualità invisibili di Dio, la Sua potenza eterna e la Sua natura divina (Romani1:20 ).
3. Una certa comprensione della legge morale di Dio (Romani2:14 -16).
Dalla creazione, le persone non possono conoscere il mistero di Cristo. (Efesini 3:4-6,9;6:19 ; Colossesi 1:26-27; 2:2; 4:3; Romani 16:25-26; 1 Pietro 1:10-12).
D: In Romani 1:20, è possibile che qualcuno possa essere salvato semplicemente credendo in ciò che si può apprendere dalla creazione?
R: In realtà, nessuno lo è. A parte Dio, nessuno cerca Dio, come afferma Romani 3:9-20.
Ipoteticamente parlando, la domanda contiene una premessa errata. La domanda presuppone che Dio sia passivo e che, se qualcuno Lo cercasse, Dio se ne starebbe semplicemente lì senza desiderare di attirarlo alla verità. In realtà, Dio probabilmente desidera che le persone credano nella verità più di quanto le persone stesse desiderino crederci.
D: In Romani 1:24, 26, 28, poiché a Dio non piace l’empietà, perché allora Dio ha voluto abbandonare le persone empie a un’empietà ancora maggiore?
R: A Dio non piace l’empietà, ma se qualcuno vuole essere empio, Dio gli permette di procedere nella direzione che desidera. Romani 1 mostra che una delle conseguenze del peccato è il desiderio di peccare ancora di più. O si desidera peccare di più, oppure si ha fame e sete di giustizia, come raccomandato da Gesù in Matteo 5:6. A proposito, i cristiani non dovrebbero mai smettere di avere fame e sete di maggiore giustizia.
D: In Romani 1:24, 26, 28 si legge per tre volte: «Dio li ha abbandonati». In che modo Dio abbandona le persone, e esistono diversi livelli di abbandono?
R: Alcuni bravi artisti riescono a disegnare solo pochi tratti, e si capisce già cosa è stato raffigurato. Allo stesso modo, Paolo traccia un breve schizzo dei cuori delle persone. Dio li ha progressivamente abbandonati all’impurità, alle passioni infami e ai pensieri depravati. Il mondo peccaminoso è sottosopra. Gli animali sono diventati più importanti delle persone, i generi si sono invertiti e il male è diventato bene, almeno agli occhi del mondo. Lo stesso termine è stato utilizzato nell’Antico Testamento, dove i nemici di Israele furono consegnati a Israele in Esodo 23:31 e Deuteronomio 7:23. Ancora più significativo è il fatto che sia utilizzato anche quando Dio consegnò l’Israele ribelle ai suoi nemici in Levitico 26:25; Deuteronomio 28:25; Giosuè 7:7; e Giudici 2:14; 6:1,13.
Il fatto che Dio li consegni non significa semplicemente che Egli ritiri passivamente la Sua benedizione, come insegnava Giovanni Crisostomo, ma anche che Egli attiri attivamente i nemici, come dimostra Abacuc 1.
D: In Romani 1:24, 26, 28, Dio li consegnava per la correzione di se stessi, degli altri o come punizione?
R: Non deve necessariamente trattarsi di una sola delle due cose. Per coloro che hanno orecchie per ascoltare, può servire a scopo correttivo. I saggi possono imparare dagli errori altrui. Ma per gli stolti che non prestano ascolto alla correzione, ciò serve solo come punizione che può portare a ulteriori punizioni. Si possono immaginare questi peccati come alti pali metallici, fissati alle tegole di legno del proprio tetto, che durante un temporale attirano l’ira di Dio.
D: In Romani 1:25, il testo greco non dice «per una menzogna», ma «la menzogna». Che cos’è esattamente questa menzogna?
R: Non si tratta di uno qualsiasi dei singoli peccati indicati, bensì della totalità della «menzogna» secondo cui non è necessario prestare attenzione a Dio e non si ha alcun obbligo di obbedirgli.
D: Romani1:26 -27 significa solo che non si può cambiare per diventare omosessuali, ma che, se si è nati omosessuali, è lecito praticare tale orientamento?
R: No. Romani 1:26-27 afferma che sia gli uomini che le donne commettono un peccato grave quando sostituiscono i rapporti naturali con rapporti omosessuali innaturali. Alcuni hanno suggerito che solo la “sostituzione” sia malvagia e che sia accettabile essere omosessuali se si è nati così. Ma ciò non può essere vero. Non solo l’enfasi in questo versetto è sul fatto che i rapporti stessi siano «vergognosi», ma la parola «sostituire», metallaso, è la stessa parola greca usata per indicare la sostituzione della verità di Dio con una menzogna. Pertanto, il problema non è solo la «sostituzione», ma gli «atti indecenti con altri uomini», come afferma Romani1:27 . Poiché Levitico 18:22,24;20:13 e 1 Corinzi 6:9-10 dimostrano che la pratica dell’omosessualità è malvagia, ovviamente non è mai accettabile trovarsi in uno stato di malvagità. Ciò vale sia che l’immoralità sia omosessuale o eterosessuale; il punto è che tutti noi nasciamo con una natura peccaminosa e abbiamo bisogno di rinascere per essere santi. Si veda anche la discussione su Levitico 18:22,24;20:13 e 1 Corinzi 6:9-10. Per inciso, il termine greco «desideri vergognosi» può anche essere tradotto come «passioni disonorevoli» secondo il *Bible Knowledge Commentary: New Testament*, pag. 443, oppure come «passioni disonorevoli» secondo la traduzione di Wuest.
Paolo era ebreo e altri scrittori ebrei che scrivevano in greco utilizzano questa espressione greca «uso contro natura» (para physin) per indicare l’omosessualità nelle *Leggi speciali* di Filone 3:39 e in *Contro Apione* di Giuseppe Flavio 2.273.
Ecco un testo ebraico che presenta alcune somiglianze con lo scritto di Paolo: «Il sole, la luna e le stelle non mutano il loro ordine; così anche voi non mutate la legge di Dio nel disordine delle vostre azioni. I gentili si sono smarriti, hanno abbandonato il Signore, hanno mutato il loro ordine e hanno obbedito a tronchi e pietre, a spiriti di inganno. Ma voi non sarete così, figli miei, riconoscendo nel firmamento, nella terra, nel mare e in tutte le cose create il Signore che ha fatto tutte le cose, affinché non diventiate come Sodoma, che ha mutato l’ordine della natura» (Testamento di Neftali 3,2-4). Citato da *The Expositor’s Bible Commentary*, vol. 10, p. 27
Tertulliano, nel *De Corona*, cap. 6, pag. 96, interpreta Romani 1:26 nel senso che uomini e donne hanno trasformato tra loro l’uso naturale in innaturale «a titolo di punizione per il loro errore».
D: Riguardo a Romani 1:26-27, lo scettico Bart Ehrman scrive: «Nel riflettere su quali parti della Bibbia abbiano qualcosa da dire nel contesto moderno, è importante ricordare la visione storica secondo cui gli autori biblici vivevano tutti in un mondo diverso dal nostro e riflettevano i presupposti e le credenze delle persone del loro mondo. Il loro mondo, per citare un esempio particolarmente calzante, non conosceva il concetto di ciò che noi intendiamo per omosessualità. Per dirla in altro modo, l’omosessualità non esisteva in quel mondo. Perché? Non perché gli uomini non avessero rapporti sessuali con altri uomini (li avevano) o le donne con altre donne (le avevano), ma perché in quel mondo, né in alcun altro, esisteva il concetto di orientamento sessuale, fino a quando tale nozione non si sviluppò tra i pensatori occidentali nel XIX e XX secolo.» (Jesus, Interrupted, p. 280)
Ehrman utilizza i due esempi precedenti per generalizzare. «Lo stesso vale, quindi, per tutti gli insegnamenti della Bibbia – sulle donne, sulle relazioni omosessuali, sui rapporti sessuali extraconiugali, sulla pena capitale, sulla guerra, sulla ricchezza, sulla schiavitù, sulle malattie, su… beh, su tutto.» (Jesus, Interrupted, p. 281)
A: Accidenti! A quanto pare, Ehrman non legge l’Antico Testamento da molto tempo, in particolare Levitico 20:13. Di certo non penserà che Levitico 20 sia stato «sviluppato dai pensatori occidentali nel XIX e XX secolo»! Piuttosto che nel XIX secolo, risale in realtà al XV secolo… a.C.!
Qualunque cosa abbiano fatto i popoli pagani molti secoli dopo, ciò non ha influito sul concetto secondo cui le relazioni omosessuali fossero un male per un ebreo (come Saulo di Tarso o persino Gesù), poiché essi potevano leggere l’Antico Testamento. A proposito, molto prima che esistessero i pensatori occidentali del XIX secolo, almeno 11 scrittori cristiani primitivi si espressero specificamente contro l’omosessualità prima del 325 d.C. Potete consultarli all’indirizzo www.BibleQuery.org/History/ChurchHistory/WhatEarlyChristiansTaught.html. A mio avviso, Ehrman è semplicemente «sorprendente» su questo punto.
D: In Romani1:26 -27, in che modo Dio abbandona le persone alla concupiscenza dei loro cuori?
R: Una delle punizioni del peccato è un desiderio ancora maggiore di peccare. Una conseguenza del peccato è che esso costituisce un circolo vizioso. Si può pensare al peccato impenitente come a un «buco nero» astronomico che risucchia tutto ciò che lo circonda. Anche l’Apocalisse22:11 e Daniele12:10 suggeriscono che sia il bene che il male si moltiplicheranno.
D: In Romani 1:30, in che modo alcuni «inventano modi per fare il male»?
R: Compiere il male non si limita alle cose espressamente menzionate nella Bibbia, ma consiste nell’andare contro la volontà di Dio e contro le cose buone contenute nella Bibbia. «Fate agli altri…» contro l’ideazione di nuovi modi per frodare le persone, sia con piccole truffe, sia con investimenti, sia tramite un funzionario governativo che applica leggi bizzarre. Un altro modo consiste nell’ideare nuovi metodi per danneggiare la reputazione di qualcuno o per torturare le persone, in modo da poterlo mostrare nei film. Se venisse realizzato un nuovo film che mostra un nuovo tipo di orrore, vorreste guardarlo? Se siete figli di Dio, perché mai lo fareste?
Esiste una favola sul cuore dei malvagi intitolata «La rana e lo scorpione». È stata attribuita a Esopo, ma in realtà non era nota fino a quando non comparve in due romanzi russi nel 1933 e nel 1940. In questa favola una rana e uno scorpione devono attraversare un fiume. Lo scorpione non sa nuotare, quindi chiede alla rana di portarlo sulla schiena. La rana è riluttante perché, se lo scorpione la pungesse, annegherebbe. Lo scorpione spiega che non pungerà la rana, poiché se lo facesse annegherebbero entrambi. Così la rana accetta e inizia ad attraversare il fiume. A metà del tragitto, lo scorpione punge la rana. Mentre la paralisi si impadronisce della rana, questa chiede allo scorpione perché l’abbia fatto, poiché ora moriranno entrambi. Lo scorpione risponde che non ha potuto farne a meno; è nella sua natura. Il male non solo può ferire gli altri, ma spesso si rivela anche autolesionista.
D: In Romani 2,1-11, perché questo cambiamento di tono?
R: Paolo sta anticipando le reazioni dei suoi lettori. Romani 1 sottolinea ciò che «loro» hanno fatto; «loro» sono persone malvagie che non hanno nemmeno voluto provare a seguire Dio. Affinché il lettore non pensi che ciò valga solo per quelle altre persone, Paolo sposta il pronome su «voi» in Romani 2:1, 3, 17. Si tratta di una «diatriba» o di un’ipotetica discussione a due vie con il lettore.
Ciò dimostra che tutti, almeno al di fuori di Cristo, sono gravemente privi di giustizia. Ma, come ha affermato un predicatore, bisogna mostrare alle persone che sono perdute prima di poter mostrare loro che hanno bisogno di un Salvatore. Paolo espone sistematicamente la nostra condizione di disperazione, giungendo al punto più forte in Romani 3:23. Poi Paolo ci mostra la speranza, quando eravamo senza speranza, in Cristo.
D: In Romani 2:2-11, cosa ci insegna questo passo riguardo al giudizio di Dio?
R: Ci insegna cinque cose.
1. È conforme alla verità (Romani 2,2)
2. È ineludibile, a meno che una persona non sia perdonata. Romani 2:3
3. Spesso viene ritardato. Romani 2:4
4. La severità dipende dall’accumulo di colpa. Romani 2:5
5. È conforme alle proprie opere. Romani 2:6-11
D: In Romani 2:5, cosa si intende qui per «durezza di cuore»?
R: Il termine greco «skeroteta» è all’origine della parola inglese «sclerosi». Quindi, invece dell’aterosclerosi, ovvero l’indurimento delle arterie, si tratta qui dell’indurimento dell’anima.
D: In Romani 2:5, tutto il giudizio di Dio avrà luogo in un unico giorno?
R: Il termine «giorno» qui non si riferisce a ventiquattro ore, bensì al momento in cui Dio giudicherà. Ci saranno diversi giudizi: il giudizio del Bema per i credenti e il Giudizio del Grande Trono Bianco per tutti.
D: Romani 2:6 fa parte della sezione di Romani 2:1-5 o di quella di 2:7-11?
R: Dal punto di vista grammaticale si potrebbe pensare a Romani 2:1-5 a causa del pronome «chi».
Tuttavia, dal punto di vista strutturale, esso va collocato insieme a Romani 2:7-11, poiché gli ebrei spesso scrivevano e ragionavano utilizzando i chiasmi, e questo è un chiasmo. Il termine “chiasmo” deriva dal nome della lettera greca Chi, che ha la forma di una x. Un chiasmo è un’organizzazione simmetrica del pensiero, e l’Antico Testamento ne è pieno. Ecco questo chiasmo.
A1. Rom 2,6 Dio giudicherà equamente tutti
- B1. Rom 2,7 Coloro che compiono il bene otterranno la vita eterna
- - C1. Rom 2:8 Coloro che commettono il male subiranno l’ira
- - C2. Rom 2:9 L’ira colpirà coloro che commettono il male
- B2. Rom 2:10 Gloria per coloro che compiono il bene
A2. Rom 2:11 Dio giudica in modo imparziale
D: In Romani 2:6-7, le opere buone sono una condizione per la salvezza?
R: No, qui si parla di ricompense per le opere buone, non di salvezza ottenuta grazie alle opere buone. Tre punti da considerare nella risposta.
1. Tutti dovrebbero concordare sul fatto che le buone opere abbiano una certa relazione con la vita eterna; le due cose dovrebbero andare di pari passo.
2. In questo passo non è presente alcun concetto secondo cui il sacrificio di Cristo sarebbe incompleto o insufficiente. Manca anche l’idea che le persone possano meritarsi la vita eterna.
3. Poiché le opere non sono una precondizione della salvezza, ma sono comunque correlate ad essa, in che modo sono correlate? Le opere sono correlate in quanto espressione, risultato della salvezza, come dimostrano sia Efesini 2,9-10 che Giacomo 2,18-26. Esse sono un segno della salvezza, proprio come il battito cardiaco è un segno che una persona è viva.
D: In Romani 2:6, il giudizio sarà diverso a seconda delle persone?
R: Sì, sotto diversi aspetti.
Per i non credenti, la punizione per alcuni sarà più severa che per altri, come indicano Matteo10:15 ;11:22 -24 e Marco 12:40.
Per i credenti, ci saranno ricompense diverse in Paradiso, come insegnano Matteo 5:12;10:42 ; 6:19-21; Luca 6:23; 1 Corinzi 3:12-15; e Apocalisse 22:12.
In generale, Gesù in Matteo 5:7 afferma che a chi usa misericordia sarà usata misericordia.
D: In Romani 2:7, otteniamo la vita eterna ora o in seguito?
R: Otterremo la pienezza della vita eterna in seguito, ma ne riceviamo la sicura promessa già ora. Per ulteriori informazioni, si veda la discussione su 1 Timoteo 6:16. Un cristiano possiede l’immortalità dal momento stesso in cui crede per la prima volta.
D: In Romani 2:11, poiché Dio non fa accortezza di persone, perché ha operato una distinzione tra ebrei e gentili (Romani 3:1-2), in particolare i Moabiti?
R: Dobbiamo innanzitutto distinguere tra giustizia eterna e situazioni terrene e maledizioni. La Bibbia ci insegna che Dio non fa distinzioni di persone a livello individuale sotto molti aspetti (come la salvezza), ma che, sotto altri aspetti, Dio tiene conto delle persone e della loro nazionalità. Si noti che esempi a sostegno di entrambe le posizioni si trovano negli stessi libri; pertanto, questo contrasto non era un «errore» accidentale da parte dei vari autori, bensì un’intenzione deliberata di Paolo.
Dio non fa distinzioni di persone nel giudizio e nei confronti di coloro che Lo cercano o Lo rifiutano:
Poiché non vi è parzialità presso Dio (ovvero Dio non mostra favoritismi) in Romani2:11 e negli Atti10:34 -35 (è Pietro a parlare). Tutti hanno lo stesso valore agli occhi di Dio (Galati3:28 ). Dio salva tutti coloro che Lo invocano (Romani10:11 -12). La salvezza è la stessa per ebrei e gentili (Atti17:26 -27)
Dio giudica in base alle opere, secondo Romani 2:6; Salmo 62:12; Ecclesiaste 12:14; Osea 12:2; Proverbi 24:12 (LXX); (parzialmente) Matteo 16:27; 2 Corinzi 11:15; 2 Timoteo 4:14. Negli scritti ebraici: Mishna ‘Abot 3:15.
Dio favorisce effettivamente alcuni: la Scrittura non afferma mai che Dio abbia fatto nascere tutti in circostanze uguali. Le osservazioni della vita lo confermano. Aronne fu ordinato sacerdote, e le sue azioni sul Monte Sinai dimostrano che non era necessariamente più meritevole. Ogni persona, in ogni cultura, ha l’opportunità di conoscere Dio a sufficienza attraverso il Creato, tanto da poter cercare di approfondirne la conoscenza. Gesù promise in Matteo 7,7-12 che coloro che chiedono, cercano e bussano riceveranno, troveranno e vedranno aprirsi loro la porta.
In sintesi,
1. In questa vita alcune persone godono di circostanze migliori rispetto ad altre.
2. Dio giudica tutti con giustizia e tiene conto di tutti i fattori.
3. Indipendentemente dalle circostanze in cui una persona si trova, nessuno ha alcuna scusa per non agire in base alla verità di cui già dispone.
D: In Romani 2:12, tutti coloro che non hanno mai sentito parlare della Legge dell’Antico Testamento o di Cristo andranno all’inferno senza alcuna possibilità di salvezza?
R: No. Giobbe non era necessariamente un ebreo, e Dio si rivelò a lui. Neppure Abramo e tutti coloro che vennero prima di Mosè conoscevano la Legge dell’Antico Testamento. In definitiva, non è l’obbedienza al Vangelo che salva, né tantomeno il Vangelo stesso. È Dio che salva attraverso Gesù, ed Egli può agire come meglio crede.
D: In Romani 2:14, in che modo ai gentili è consentito essere legge a se stessi?
R: Secondo il «Wycliffe Exegetical Commentary Romans 1-8», pag. 153, i filosofi stoici ritenevano che la legge fosse radicata nella natura. Tuttavia, in questo passo della Lettera ai Romani ciò non significa che le persone possano inventarsi qualsiasi legge e qualsiasi codice morale desiderino seguire.
Ciò significa invece
1) Tutti possiedono una certa idea della verità, nella natura e nella propria coscienza (Romani1:19 -20;2:14 -16).
2) Tutti hanno la responsabilità di seguire tutta la verità che conoscono (Romani 2:15).
3) Tutti coloro che cercano di seguire la verità che conoscono non riusciranno a raggiungerla (Romani 3:23) e ne saranno consapevoli.
4) Dio è giusto; il peccato non viene imputato laddove non vi è legge (Romani4:15 ;5:13 ).
5) Tuttavia, alcune forme di ignoranza non sono innocenti (Romani1:21 -22,25).
D: In Romani 2:14-15; Atti 23:1; 24:16; 1 Corinzi 8:7,10,12; 1 Timoteo 1:5,19, 3:9, 4:2; 2 Timoteo 1:3; Tito 1:15; Ebrei 9:14, 10:22; 13:18, cosa dice la Bibbia riguardo alla coscienza delle persone?
R: In realtà non si dice che la legge sia scritta nei loro cuori, ma piuttosto l’opera della legge. Quando si rende testimonianza, è possibile fare appello alla coscienza delle persone. Le persone hanno un’idea generica di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato – ma perché, se Dio non esiste? Vorreste andare in un paradiso dove si trovano tutti, pentiti o meno?
D: In Romani 2:16, Salmi 44:21; 139; Geremia 23:24; Giovanni 21:17; 1 Corinzi 14:25; Isaia 44:7; Luca 12:6, in che modo Dio giudica i segreti delle persone?
R: Naturalmente, Dio è ovunque e Dio sa tutto, ma questi versetti dicono anche qualcosa che va oltre. Non c’è nulla che possiate fare che sia nascosto a Dio e che non venga rivelato durante il giudizio. In quanto cristiani, potete fare tutto ciò che desiderate, tenendo presente che per ogni vostra azione, anche se compiuta in segreto, Dio vede, gli angeli potrebbero vedere, persino i demoni potrebbero vedere e, forse, anche le persone in cielo. Tenendo presente tutto ciò, fate ciò che desiderate. Come ha affermato un cristiano: «Se vi fa piacere compiacere Dio, potete fare come meglio credete».
D: In Romani 2:16, Paolo predica forse il «suo Vangelo»?
R: Esiste un solo vero Vangelo (Galati 1:8), ma era anche quello di Paolo, proprio come lo è il nostro.
D: In Romani 2:17-20, gli ebrei presero qualcosa di buono da Dio, la Legge, e la misero al posto di Dio. Quali sono altri modi in cui le persone possono prendere qualcosa di buono da Dio e metterlo al posto di Dio?
R: Quando gli Israeliti che vagavano nel deserto furono morsi dai serpenti, Dio disse a Mosè di erigere un serpente di bronzo, e chi lo avesse guardato sarebbe rimasto in vita. Più tardi, al tempo di Ezechia, lo chiamarono Nehushtan e vi bruciarono incenso, per cui Ezechia lo fece distruggere in 2 Re 18:4. Gli ebrei ai tempi di Geremia riponevano la loro fiducia nel Tempio (Geremia 7:1-15). Da allora le persone hanno riposto la propria fiducia nella conoscenza delle Scritture e nei propri capi. Dal 325 d.C. le persone hanno riposto fiducia anche nel dollaro, nella propria chiesa, nelle proprie opere, nelle reliquie e nei propri sacrifici e offerte a Dio. Hanno riposto fiducia nell’aiutare i poveri o nel predicare il Vangelo, come sostituti della glorificazione di Dio attraverso il proprio modo di vivere.
La nostra sicurezza sta in Dio. Non c’è sicurezza nella legge, né nella circoncisione, né in nessuna di queste altre cose. Anche se Gesù definì i farisei «guide cieche» in Matteo 15:14, essi continuavano a vantarsi di essere guide per i ciechi.
D: In Romani 2:19, qual è la differenza tra essere una guida per i ciechi e una luce per coloro che sono nelle tenebre, e in che modo i credenti devono essere entrambe le cose?
R: Quando si è guida per una persona cieca, le si indica la strada giusta da seguire e la si aiuta a evitare pericoli specifici, ostacoli e cadute. Questo può essere un ruolo attivo. Quando si è luce per chi è nelle tenebre, in generale si dà l’esempio, affinché possano seguire la luce della propria lanterna e alla fine uscire dall’oscurità. Naturalmente, in una caverna non si posiziona la lanterna in un punto e ci si ferma in un altro. La lanterna è con voi, e loro vedono il sentiero in base a dove vi trovate. Potrebbero non vedere i dettagli, né le insidie lungo il percorso, ma vedono la direzione in cui vogliono andare, non tanto da ciò che dite, quanto da chi vedono che siete. Come credenti, le nostre vite devono essere una testimonianza, ma questi sono due aspetti distinti della nostra testimonianza.
Una volta un’amica cristiana prese un taxi collettivo e disse di essere una studentessa universitaria per ottenere lo sconto riservato agli studenti, anche se aveva già terminato l’università. Non sono sicuro che si rendesse nemmeno conto di aver fatto qualcosa di sbagliato, finché non l’ho rimproverata per questo. Questo significa essere una guida per i ciechi. Quando partecipate a una cena aziendale e molte persone si ubriacano, mentre voi non lo fate nonostante l’alcol sia gratuito, e loro sanno che siete cristiani, non state dicendo nulla di specifico, ma state comunque essendo una luce.
D: In Romani 2:20, qual è la differenza tra essere un istruttore per gli stolti e un maestro per i bambini, e in che modo i credenti devono essere entrambe le cose?
R: Per citare Mark Twain, uno stolto è colui che «sa troppe cose che non sono vere». Gli stolti hanno bisogno di essere corretti, per disimparare le cose false che hanno appreso e, cosa ancora più importante, per distinguere tra le cose false e quelle vere che hanno appreso. Un bambino sa di aver bisogno di imparare, e voi dovete insegnargli la verità, adattandovi al suo livello.
Un proverbio persiano recita così: Chi sa e non sa di sapere dorme; svegliatelo. Chi non sa e sa di non sapere è un bambino; istruitelo. Chi non sa e non sa di non sapere è uno stolto; evitatelo. Chi sa e sa di sapere è un uomo saggio; seguitelo.
D: In Romani 2:21-23, come mai è così facile per le persone insegnare cose agli altri ma non mettere in pratica esse stesse quelle stesse cose?
R: Matteo 7,3-5 e Luca 6,41-42 affermano che le persone sono così ansiose di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui, quando hanno una trave nel proprio. A causa della nostra natura peccaminosa e del nostro orgoglio innato e decaduto, ci concentriamo, consciamente o inconsciamente, sulle nostre virtù e minimizziamo i nostri peccati e difetti, concentrandoci spesso sui peccati e sui difetti degli altri. Ma se almeno ci rendiamo conto di avere questa tendenza, allora siamo già un passo avanti. Il passo successivo è chiedere a Dio di mostrarvi i vostri difetti, compresi quelli nascosti. Davide disse nel Salmo 19:12-13a: «Chi può discernere i propri errori? Purificami dai miei difetti nascosti. Preserva anche il tuo servo dai peccati commessi volontariamente; che essi non abbiano potere su di me».
D: In Romani 2:21-25, prima di guardare con disprezzo questi ebrei per la loro incoerenza, a volte anche noi cristiani siamo incoerenti e ipocriti. Cosa potrebbe dire per aiutare un cristiano che è ipocrita?
R: Non state ingannando Dio; in realtà, non state ingannando nessuno. Anche se voi e il vostro peccato non venite scoperti ora, potreste esserlo in seguito. Anziché preoccuparvene continuamente, evitate semplicemente di peccare fin dall’inizio. Dovreste desiderare di essere un buon esempio per gli altri. Non guardi al piacere a breve termine, ma alla situazione a lungo termine in cui il suo peccato la porterà. Chi semina, raccoglie.
Guardate nello specchietto retrovisore della vostra vita e cercate la bontà e la misericordia che Dio vi ha mostrato. In futuro, quando guarderete indietro, sarete felici di ciò che vedrete? Quando vi troverete davanti al tribunale di Cristo, vorrete davvero spiegargli perché avete fatto ciò che avete fatto, pur sapendo che non avreste dovuto?
Per ricevere aiuto nella vostra lotta, trovatevi un partner di responsabilità. Incontratevi di persona, per telefono o per via elettronica una volta alla settimana, o anche più spesso, pregate insieme e raccontate onestamente all’altra persona come state procedendo nel Signore.
D: In Romani 2:24, in che modo il nome di Dio è stato bestemmiato tra i gentili a causa degli ebrei e dei credenti in generale?
R: Gli ebrei erano il popolo eletto di Dio, eppure, a causa della loro disobbedienza, malvagità e del loro rifiuto del Messia, non si comportavano come il popolo di Dio. Le azioni malvagie di coloro che erano considerati il popolo di Dio disonoravano Dio agli occhi degli altri.
I non credenti sanno che gli ebrei (e i credenti in generale) seguono il Creatore e le Scritture. Tuttavia, quando osservavano lo stile di vita di alcuni credenti, i loro «furti» (nel commercio e in altri ambiti) e il loro «pragmatismo» nei confronti di pratiche religiose malvagie, si chiedevano: «Che differenza c’è?», e non vedevano alcun motivo convincente per credere in cose alle quali persino alcuni credenti sembravano non credere.
Oggi, ogni cristiano che sia riconosciuto dagli altri come tale è un testimone di Dio. La questione, quindi, non è se si sia o meno testimoni, ma se si sia un buon testimone o un cattivo testimone. Come afferma *The Expositor’s Bible Commentary*, vol. 10, pag. 34, l’etichetta sulla bottiglia deve corrispondere al contenuto.
Il greco Epitteto rimprovera alcuni stoici per non mettere in pratica ciò che predicavano; allo stesso modo, Paolo rimprovera gli ebrei che non obbediscono a ciò in cui credono intellettualmente.
D: In Romani 2:24, perché questa bestemmia è rilevante? In altre parole, chi ascolta e vede questa bestemmia?
R: Romani2:24 afferma che i gentili (i non ebrei) assistono alla bestemmia commessa dagli ebrei. Ciò è rilevante per tre motivi.
1. Vedere coloro che sono chiamati «popolo di Dio» bestemmiare il nome di Dio tende ad allontanare le persone da Dio.
2. Dio afferma di essere un Dio geloso. Ciò significa, tra l’altro, che a Dio non piace che il Suo nome e la Sua reputazione vengano calunniati e disonorati.
3. Ciò può costituire un ostacolo per i giovani credenti, i quali pensavano che un determinato peccato fosse grave, ma quando vedono cristiani più maturi commetterlo, potrebbero concludere che, dopotutto, non sia poi così grave.
D: In Romani 2:25 e Filippesi 3:2-5, a parte la Bibbia, come facciamo a sapere che gli ebrei ai tempi di Paolo riponevano troppa fiducia nella circoncisione?
R: Si credeva che «nessuna persona circoncisa scenderà nella Geenna» (Esodo Rabbinico 19 [81c]); si veda anche Tanch. B. 60(b), 8; Genesi Rabbinica 9 [30(a)]. In Genesi R 48 è scritto che Abramo si trovava proprio alle porte della Geenna per assicurarsi che nessun uomo circonciso vi entrasse.
D: In Romani 2,25-29, Paolo era contrario agli ebrei?
R: No. Alcuni sostengono questo, ma questo versetto dimostra il contrario.
Innanzitutto, Paolo è contrario agli ebrei ipocriti.
In secondo luogo, Paolo afferma che vi sono persone che seguono la verità ma non sono circoncise come gli ebrei.
Infine, Paolo qui indica come standard più elevato l’essere un vero ebreo. Pertanto, Paolo elogia i veri ebrei che seguono la legge di Dio senza ipocrisia.
D: In Romani 2,27, perché Paolo sottolinea che persino i non ebrei virtuosi giudicherebbero gli ebrei che non osservano la legge?
R: Una delle ragioni è probabilmente che gli ebrei ritenevano che i giusti avrebbero giudicato gli ingiusti, come riportato in 1 Enoch 91:12; 98:12; L’Apocalisse di Abramo 29:19-21; Sapienza 3:8. Eppure Gesù affermò che persino gli abitanti di Ninive (che si pentirono ai tempi di Giona) e la regina di Saba si sarebbero levati in giudizio contro gli ebrei che avevano respinto le sue parole, come riportato in Matteo 12,41-42 e Luca 11,31-32.
D: In Romani 2,27, perché Paolo avrebbe menzionato il fatto che persino i non ebrei virtuosi avrebbero giudicato gli ebrei che non osservavano la legge?
R: Una ragione probabile è che gli ebrei ritenevano che i giusti avrebbero giudicato gli ingiusti, come riportato in 1 Enoch 91,12; 98,12; L’Apocalisse di Abramo 29,19-21; Sapienza 3,8. Eppure Gesù disse che persino gli abitanti di Ninive (che si pentirono ai tempi di Giona) e la regina di Saba si sarebbero levati in giudizio contro gli ebrei che avevano respinto le parole di Gesù, come riportato in Matteo 12,41-42 e Luca 11,31-32.
D: In Romani 3,2, cosa significa esattamente «essere stati affidati gli oracoli di Dio»?
R: Essere affidati non significa solo riceverli, ma anche conservarli e trasmetterli.
D: In Romani 3:4, cosa significa «Dio sia vero e ogni uomo bugiardo»?
R: Non giustifica la menzogna di nessuno. Significa piuttosto che Dio rimane comunque veritiero, anche se ogni singola persona sulla terra dovesse pensare il contrario. La veridicità di Dio è un assoluto. Efesini 4:25 afferma che dobbiamo spogliarci della menzogna e parlare con sincerità.
D: In Romani 3:5, in che modo l’ingiustizia degli uomini esalta/dimostra la giustizia di Dio?
R: La giustizia e l’ingiustizia non sono uguali né opposte. Piuttosto, l’ingiustizia è una carenza o una distorsione della giustizia di Dio. A riprova di ciò, anche nella loro ingiustizia, le persone spesso riconoscono di essere ingiuste e preferiscono la giustizia, almeno negli altri.
D: In Romani 3:7, le menzogne degli uomini glorificano Dio?
R: Le menzogne degli uomini non glorificano mai direttamente Dio. Tuttavia, Romani 3,7 riferisce il fatto sorprendente che, nonostante le menzogne e l’inganno degli uomini, le persone in generale continuano a riconoscere Dio e la Sua legge morale.
D: In Romani 3:8, perché non dovremmo compiere il male affinché ne derivi il bene? (La setta russa degli Khlysty e il malvagio libertino Grigori Rasputin insegnavano proprio questo.)
R: Se ciò fosse vero, allora Satana avrebbe causato più bene di chiunque altro. Dio spesso usa il male per il bene. Ciò non giustifica il fatto che le persone compiano il male, né impedisce a chi ha vissuto come Rasputin di subire le conseguenze del proprio male nel Lago di Fuoco. Si veda la discussione su Romani 6:1,15 per ulteriori informazioni.
Quando gli fu chiesto perché affermasse che il peccato fosse indispensabile davanti a Dio, Rasputin rispose: «“Certamente, piccolo padre”, disse, “il nostro Salvatore e i santi padri hanno denunciato il peccato, poiché è opera del Maligno. Ma come si può scacciare il male, piccolo padre, se non con un sincero pentimento? E come si può pentirsi sinceramente, se non si è peccato? … Via le vostre Scritture!”, tuonò. «Le Scritture! In verità, vi avverto, piccolo padre, cessate questa fatica vana e inutile affinché possiate presentarvi dinanzi al Signore. Accettate la vita così com’è, poiché solo essa vi è donata da Dio. E lasciate che vi dica questo: non rimuginate per sempre su da dove provenga il peccato, su quante preghiere un uomo debba recitare al giorno e per quanto tempo debba digiunare per sfuggire al peccato! Peccate, se il peccato si annida ancora in voi; solo così potrete vincerlo! Peccate, poi vi pentirete e scaccerete il male da voi. Finché porterete segretamente il peccato dentro di voi e lo nasconderete timorosamente con il digiuno, la preghiera e l’eterna discussione sulle Scritture, finché rimarrete ipocriti e buoni a nulla, e tali persone sono odiose al Signore. La sporcizia deve essere espulsa, mi sentite, piccolo padre? Solo allora il vostro profumo sarà gradito al Signore?»” (Rasputin: Il diavolo santo, pp. 54-55)
Notate la sua logica perversa.
1) Poiché questo è male, dovreste pentirvi del peccato.
2) Non potete pentirvi del peccato a meno che non abbiate peccato.
3) Pertanto, per vincere il peccato che è in voi, andate prima a commettere un peccato!
Le persone sono abbastanza astute da inventarsi qualche scusa per giustificare quasi ogni cosa malvagia, almeno nella propria mente, se ci si impegna davvero.
D: In Romani 3:11, Salmi 14:2-3, Salmi 53:3, poiché nessuno cerca Dio, come ha potuto Davide cercare Dio in Salmi 27:8, 105:4; 31:1, 34:4; 28:1-2, 42:1-2; 120:1?
R: Romani3:11 in realtà cita Davide nel Salmo 14:2. Ci sono cinque punti da considerare nella risposta.
1. Molti, compreso Davide, cercano sinceramente Dio (Geremia 29:13; Deuteronomio 4:29)
2. Nessuno, compreso Davide, cerca Dio con le proprie forze.
3. Dio ci ha amati prima che noi Lo amassimo (1 Giovanni4:19 ), e Dio ci ha cercati prima che noi Lo cercassimo. Nessuno può venire a Gesù se non è il Padre ad attirarlo (Giovanni 6:44).
4. Anche la nostra fede e la nostra ricerca di Dio sono un dono concesso da Dio.
5. Un ruolo fondamentale dello Spirito Santo è quello di convincere il mondo di colpa riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio (Giovanni 16:8-11). Pertanto, Dio ha dato a ciascuno una certa testimonianza. Presumibilmente a tutti è stato concesso il dono di almeno una certa capacità di cercarLo. Alcuni cristiani autentici, tuttavia, non sono d’accordo su quest’ultimo punto.
Giovanni Crisostomo (392-407 d.C.) affermò quanto segue nel suo Commentario alla Lettera ai Galati, cap. 2, versetto 20, pag. 23, riferendosi al Salmo 63:1: «Inoltre, queste parole insegnano che ogni individuo ha giustamente un debito di gratitudine verso Cristo pari a quello che avrebbe se Egli fosse venuto solo per lui, poiché Egli non avrebbe lesinato questa Sua condiscendenza nemmeno se fosse stato per una sola persona, cosicché la misura del Suo amore verso ciascuno è grande quanto quella verso il mondo intero. In verità il Sacrificio fu offerto per tutta l’umanità ed era sufficiente a salvare tutti, ma coloro che godono della benedizione sono solo i credenti». Giovanni Crisostomo menziona che la cena era stata preparata per tutti in Luca14:16 , eppure, quando gli invitati non si presentarono, Egli ne chiamò altri. (Tratto da *The Nicene and Post-Nicene Fathers*, Prima Serie, vol. 13, p. 23.)
D: In Romani3:13 -19, questi passaggi dell’Antico Testamento si riferiscono ad alcune persone malvagie o a tutte le persone?
R: Si riferiscono a tutti noi, in misura maggiore o minore. Uno dei passaggi citati, Salmi 14:1-3, afferma esplicitamente che si riferisce a tutti. Inoltre, Giacomo2:10 dice che chiunque osservi tutta la legge tranne un solo punto, è comunque colpevole di averla infranta.
D: In Romani 3:20, la legge è stata un fallimento?
R: La sua opinione dipende da quale fosse, secondo lei, lo scopo per cui era stata concepita.
Se la speranza di qualcuno era quella di poter osservare pienamente la legge ed essere in regola con Dio solo grazie a ciò, allora sì. Ma Paolo afferma il contrario; in 1 Timoteo 1:8 egli disse che la legge non era stata data per i giusti, ma per gli ingiusti. Era un «pedagogo» per educarci alla giustizia. Una famiglia benestante potrebbe assumere un pedagogo per il proprio figlio. Un pedagogo era una figura che univa in sé i ruoli di insegnante, tutore e severo disciplinatore. Allo stesso modo, Romani 3:20 afferma che lo scopo della legge era quello di renderci consapevoli del peccato.
La legge non ha reso le persone malvagie. Piuttosto, era una sorta di radiografia per rivelare ciò che era dentro di noi. Non sapremmo che una linea storta può essere diritta, se non avessimo visto una linea diritta.
D: In Romani 3:21-26, alcuni passaggi biblici potrebbero dare inizio a un risveglio spirituale o addirittura cambiare un’intera città. Oggi, però, esamineremo un brano che ha cambiato metà di un continente. Nella sua Bibbia, Martin Lutero lo definì «il punto principale e il fulcro della Lettera, nonché dell’intera Bibbia». In che modo, secondo voi, ciò ha dato il via alla Riforma luterana?
R: Gran parte della religione consiste nel fare ciò che è necessario per guadagnarsi l’accesso al paradiso, al nirvana o persino alla fusione con una fiamma cosmica. Nel cattolicesimo romano (ma non nell’ortodossia orientale) si trattava di limitare il tempo trascorso nel doloroso Purgatorio. Ma Lutero scoprì, grazie a Paolo, che il vero cristianesimo non consisteva nel «fare», bensì nell’«essere stato fatto». Non è ciò che facciamo noi, ma ciò che Cristo ha già fatto per noi. Tutte quelle penitenze aggiuntive che i sacerdoti dicevano che Dio volesse che fossero compiute quando si peccava, in realtà costituivano una distrazione e sminuivano l’opera compiuta da Cristo. Quando Martin Lutero, e altri, si resero conto di questo in modo nuovo, sono certo che dovettero fermarsi un attimo e fare un respiro profondo. Si trattò di un evento che scosse il continente.
D: In Romani 3,22, si tratta della nostra fede in Gesù o della fede di Gesù?
R: È la nostra fede in Gesù, come affermano il *Commentario evangelico sulla Bibbia* a pag. 933, il *Commentario dell’Expositor sulla Bibbia*, vol. 10, a pag. 41, e il *Commentario biblico esegetico Wycliffe*, Romani 1-8, alle pagg. 224-225. Ma è la giustizia di Dio, come affermano tutti i versetti di Romani 3:21, 22, 25 e 26.
D: In Romani 3:23, qual è la differenza tra «peccati» (plurale) e «peccato» (singolare)?
R: Nella Lettera ai Romani, i «peccati» sono cose: azioni, pensieri o parole contrarie alla volontà di Dio, oppure azioni o parole che avremmo dovuto compiere ma che abbiamo omesso di compiere. Il «peccato» è la forza motrice che sta dietro a quelle azioni malvagie. Il termine «peccati» con la «s» compare solo in Romani 3:25; 4:7; 7:5 e 11:27. Analogamente, «hanno peccato» compare solo in Romani 2:12 (due volte), 3:23; 5:12, 14, 16. Il termine «peccato» senza la «s» è utilizzato in 43 punti della Lettera ai Romani, a partire da 3:9: «I gentili, che sono tutti sotto il peccato».
D: In Romani3:23 -24, se tutti coloro che sono giustificati corrispondono a tutti coloro che hanno peccato, allora andranno tutti in Paradiso, come insegnano gli universalisti?
R: No, l’universalismo è un’eresia. La condanna universale, sia degli ebrei che dei gentili, e l’offerta universale della giustizia mediante la fede, sia agli ebrei che ai gentili, non equivalgono al fatto che ogni singola persona accetti tale offerta. Per ulteriori informazioni, si veda la discussione su Colossesi 1:20.
D: In Romani 3:24, quali sono i sei modi in cui siamo giustificati?
R: Ecco i sei modi.
Siamo giustificati per grazia, mediante la redenzione in Cristo Gesù, come indicato in Romani 3:24.
Siamo giustificati per fede, come indicato in Romani 5:1.
Siamo giustificati mediante il sangue, come indicato in Romani 5:9.
Siamo giustificati per mezzo della potenza, come indicato in Romani 4:24-25.
Siamo giustificati da Dio, come si legge in Romani 8:33.
Siamo giustificati dalle opere, come si legge in Giacomo 2:24, nel senso che le opere sono la prova e il frutto della nostra giustificazione.
D: In Romani 3:24, cosa direbbe a qualcuno che pensasse che le persone dei tempi passati o di altri luoghi che sono state salvate, lo siano state indipendentemente da Cristo?
R: Se ciò fosse vero, allora la morte di Cristo sulla croce non sarebbe stata necessaria, ma solo un’opzione. Quando Gesù pregò nel Giardino del Getsemani, chiedendo a Dio Padre se ci fosse un’altra via, perché Dio non avrebbe dovuto rispondere: «Certo, non è necessario che tu vada fino in fondo»?
D: In Romani 3:25, in che misura la morte di Cristo rappresenta l’allontanamento dell’ira di Dio e in che misura rappresenta l’allontanamento della nostra colpa?
R: Le due cose vanno di pari passo, come la legna da ardere e il fuoco. Si tratta dell’eliminazione del fatto che noi siamo sotto l’ira di Dio, poiché è l’eliminazione della nostra colpa mediante il sacrificio di Gesù Cristo.
D: Romani 3:25 significa forse che Cristo ci ha salvati dai nostri peccati fino al momento della nostra rinascita, e che da quel momento in poi siamo lasciati a noi stessi?
R: No. L’idea secondo cui «se deve accadere, dipende da me» non è biblica. Molti membri della Chiesa di Cristo credono che si perda la salvezza ogni volta che si pecca, ma che la si riacquisti quando ci si pente. Stranamente, non credono che sia necessario essere battezzati nuovamente per essere salvati di nuovo. Come ha osservato con ironia una persona estranea alla Chiesa di Cristo, essi credono di essere lavati una volta sola e, in seguito, di essere sottoposti a un lavaggio a secco.
D: In Romani 3:25, poiché la morte di Cristo è un sacrificio propiziatorio per tutti i nostri peccati passati, se un cristiano pecca deliberatamente, va all’inferno, come potrebbe suggerire Ebrei 10:26-31?
R: No. Dio non solo ci ha donato la salvezza, ma la sostiene, come dimostrano 1 Giovanni 1:8-10 e 1 Giovanni 2:2. Dio porta a compimento la nostra salvezza sigillandoci per la salvezza in Efesini 1:11-14.
D: In Romani 3,27-28, Paolo sta parlando delle opere della Legge mosaica o delle buone opere in generale?
R: Innanzitutto, esiste una sola legge: la Legge di Dio. Sebbene Paolo abbia in mente i comandamenti che gli ebrei avevano appreso (Romani3:21 ), egli non ha trascurato le parti della Legge di Dio che riguardavano i gentili, poiché le menziona specificatamente in Romani3:29 -30.
Supponiamo per un istante che sia vero ciò che alcuni hanno erroneamente affermato, ovvero che Paolo si riferisca solo al fatto che la Legge mosaica non sia in grado di contribuire a meritare la salvezza, e che quindi sia possibile che le buone opere possano in parte meritare la salvezza. Ora, la Legge mosaica non si limitava a indicare le cose cattive che non potevano fare, ma specificava anche le cose buone che dovevano compiere. Se ciò che alcuni hanno erroneamente affermato fosse vero, allora i Comandamenti dati da Dio non sarebbero in grado di aiutarli a meritare la salvezza, mentre altri comandamenti che Dio non ha dato (per dimenticanza, meschinità o per qualche altra ragione) sarebbero in grado di farlo.
Il nocciolo della questione è che esiste un solo Dio, e le persone cercano o di obbedirgli o di disobbedirgli. Non solo questo versetto non dimostra che le buone opere possano meritare la salvezza, ma Efesini 2:8-9 dimostra che non possono farlo.
Per comprendere meglio il rapporto tra una fede che si esprime nell’azione e il non essere giustificati dalle opere, si veda il capitolo immediatamente successivo della Bibbia, Romani 4.
D: In Romani 3:28, in che modo un uomo è «giustificato per fede senza le opere della legge», mentre Giacomo2:24 e afferma: «È per le opere che l’uomo è giustificato, e non per la sola fede»?
R: Siamo salvati per grazia mediante la sola fede, ma la vera fede non è isolata, bensì accompagnata dalle opere. La risposta è illustrata da un’analogia: «È impossibile, infatti, separare le opere dalla fede, proprio come è impossibile separare il calore e la luce dal fuoco». Questa citazione è di Martin Lutero. Se voi e i vostri amici foste attorno a un falò a cucinare il cibo, un «campeggiatore» di nome Paolo potrebbe far notare che non è la luce del fuoco a cuocere il cibo, bensì il calore. Aggiungerebbe inoltre che puntare la torcia sul falò non serve assolutamente a nulla. Un altro «campeggiatore» di nome Giacomo direbbe che non è possibile capire se il fuoco sia ancora acceso per cuocere il cibo se non dalla luce. Direbbe che, se non ci fosse luce, non ci sarebbe alcuna cottura.
Si veda la discussione su Giacomo 2:14-25 per una risposta più approfondita.
D: In Romani 4:1, in che senso Abramo era il padre di Paolo secondo la carne?
R: Abramo, come noi, fu giustificato per fede in Genesi 15:6. Il termine «padre» era usato anche per indicare un antenato e, poiché Paolo era ebreo, Abramo era il suo antenato. Questa è l’unica occasione in cui il termine «antenato» viene utilizzato nel Nuovo Testamento, secondo il *The Bible Knowledge Commentary: New Testament*, pag. 452. A pag. 453 si afferma inoltre che i rabbini insegnavano che Abramo possedeva un eccesso di merito, a disposizione dei suoi discendenti.
D: In che modo Romani 4 si inserisce dopo Romani 3?
R: Romani 3 afferma che esiste una giustizia che viene da Dio, indipendente dalle opere della legge. Romani 4 fornisce un esempio scritturale: Abramo.
D: In Romani 4:3, 4, 5, 6, 8, 9, 10, 11 Paolo utilizza il termine «imputare» o «imputato». In che modo la giustizia ci viene imputata?
R: Dio è giusto e, se intende punire un qualsiasi peccato, per essere giusto deve punire tutti i peccati. La morte di Gesù sulla croce ha soddisfatto la richiesta di giustizia di Dio per il nostro peccato. Essa ci viene accreditata nel momento in cui crediamo; l’accredito non «cresce» man mano che compiamo opere buone né si completa quando moriamo. Il capitolo 5 di Romani approfondisce i dettagli relativi a questo accredito.
D: In Romani 4:4-5:15, quali contrasti vengono menzionati tra la caduta di Adamo e il sacrificio di Cristo?
R: Vi sono tre contrasti.
1. Uno è una conseguenza, l’altro è un dono (Romani 4:4-5).
2. Il dono differiva in grado dalla trasgressione (Romani5:15 ). Il dono ha più che compensato la mancanza causata dalla trasgressione.
3. Essi differivano per natura. Il dono ha portato la giustificazione e la vita, mentre la trasgressione ha portato la condanna e la morte (Romani5:16 -17).
D: In Romani 4:8,22, se Dio non imputò il peccato ad Abramo, fu Dio giusto nei confronti di coloro ai quali invece imputa il peccato?
R: Sì. Romani 4:23-24 afferma che l’imputazione della giustizia anziché del peccato ad Abramo non fu un caso isolato. Lo stesso vale per noi, se crediamo in Dio. Tuttavia, coloro che confidano nella propria giustizia anziché in quella di Dio saranno giudicati in base a ciò che hanno fatto e non hanno fatto, come dimostrano Apocalisse 20:12 e Matteo 25:32-46.
D: In Romani 4:10, perché è importante che Abramo sia stato dichiarato giusto prima di essere circonciso?
R: Se fosse avvenuto in seguito, si potrebbe pensare che Abramo si fosse guadagnato la giustificazione grazie alle opere che aveva compiuto. In questo modo, invece, Abramo non aveva compiuto alcuna opera per guadagnarsi la giustificazione. Abramo si limitò a credere, e non fu circonciso se non quattordici anni dopo.
In secondo luogo, Abramo non era circonciso quando fu giustificato, e così può essere il padre nella fede anche per i non circoncisi.
D: In Romani 4:15, qual è la differenza tra peccato e trasgressione?
R: Il peccato consiste nell’andare contro ciò che Dio ha comandato. La trasgressione consiste nel peccare consapevolmente contro ciò che Dio ha comandato. Ogni trasgressione è peccato, ma il peccato commesso per innocente ignoranza non è trasgressione.
D: In Romani 4:16, perché dobbiamo avere fede, anziché certezza?
R: Rifletteteci: gli angeli non hanno fede come noi, ma possiedono la conoscenza. Non vi è salvezza attraverso Cristo per gli angeli caduti, i quali sapevano a cosa stavano rinunciando, secondo Ebrei 2:16.
Noi non disponiamo del libero arbitrio allo stesso modo degli angeli e dei demoni. Loro possiedono una conoscenza certa, noi abbiamo la fede. Dio avrebbe potuto scegliere di venire sulla terra ogni anno, dimostrare oltre ogni ombra di dubbio che avrebbe giudicato tutti, e poi dire a ciascuno di scegliere liberamente se accettarLo o rifiutarLo. Non sembrerebbe una scelta così significativa. È invece facile per una persona scegliere di non approfondire queste cose, rimanere nell’incertezza e nel dubbio, e seguire la propria strada.
Dio avrebbe potuto creare esseri che scegliessero di seguirLo perché sapevano con certezza come stavano le cose. Dio lo ha fatto, e questi esseri sono chiamati angeli. Dio ha creato noi, esseri caduti. Nonostante la nostra natura peccaminosa e nonostante non disponiamo di una conoscenza certa, Dio ci ha reso capaci di scegliere di andare a Lui.
D: In Romani 4:17,18, in che senso Abramo era il padre di molte nazioni?
R: Abramo fu l’antenato degli Israeliti, degli Edomiti e dei Madianiti, ma non è questo l’intento principale di questo versetto. Piuttosto, Abramo fu il padre di tutti coloro che credono (Romani4:11 ), sia ebrei che gentili provenienti da tutte le nazioni.
D: In Romani 4:18, in che senso la fede di Abramo era «contro ogni speranza» e «nella speranza»?
R: Abramo non era né cieco, né stolto, né credulone. Per un marito di 100 anni e una moglie di 90, naturalmente non c’era alcuna speranza di avere figli. Se prima erano sterili, raggiungere il traguardo del secolo non avrebbe migliorato la situazione. Non c’era proprio alcuna possibilità. Ma Dio non ha bisogno di possibilità, e Abramo lo sapeva. Se Dio avesse promesso un figlio da Sara e da lui stesso, allora Sara e lui sarebbero rimasti in vita fino alla nascita di quel figlio. Abramo aveva perso la speranza nei loro corpi e nella natura, come avrebbe dovuto fare qualsiasi persona ragionevole. Eppure, allo stesso tempo, Abramo mantenne la speranza in Dio, che è Onnipotente. È possibile osservare entrambi questi aspetti in Abramo in Genesi 17:17, dove Abramo rise per la disperazione quando Dio gli disse che lui e Sara avrebbero avuto un figlio. Si può notare qualcosa di simile in Sara in Genesi 18:12.
Un tipo di fede afferma: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). È un tipo di fede meraviglioso da possedere, ma non è il tipo di fede che Abramo aveva in questo caso. Sara e Abramo non vedevano come avrebbero potuto fare alcunché con le proprie forze, nemmeno con l’aiuto di Dio. Ma Dio poteva aprire una via dove non ce n’era alcuna.
D: In Romani 4:18, cosa ci impedisce di avere una fede grande, come quella di Abramo?
R: Ci sono almeno quattro aspetti importanti che potremmo voler prendere in considerazione.
a) Potremmo non avere spazio dentro di noi per una fede così grande; siamo già per lo più pieni di una visione lusinghiera delle nostre capacità. Abramo sapeva di dover dipendere da Dio e non voleva rimanere in un luogo quando Dio voleva che se ne andasse.
b) Per Abramo ci sono voluti passi coraggiosi per lasciarsi tutto alle spalle e seguire Dio. Dovremmo cercare di capire dove Dio vuole che compiamo passi coraggiosi, non per esporci al pericolo senza motivo, ma per obbedirgli.
c) Tuttavia, Abramo cadde, molte volte, nel suo cammino di fede. Temendo il Faraone, temendo Abimelech e volendo prendere una scorciatoia con Agar. Ma Abramo si rialzò e continuò a camminare.
d) Abramo guardava verso la meta. Non si soffermava su dove era stato, né tantomeno su dove si trovava in quel momento, ma su dove desiderava arrivare, lasciando in eredità la sua vocazione di essere una benedizione per molte nazioni.
D: In Romani 4:23-25, in che modo l’esempio di Abramo ci dona speranza?
R: Vediamo la speranza sotto tre diversi aspetti.
Per analogia, anche se il corpo fisico di Abramo era ormai incapace di generare altri figli, Dio poteva cambiare quella situazione. Anche se le persone sono morte nel peccato, Dio può riportarle in vita.
Per esempio, Dio giustificò Abramo prima di qualsiasi opera, attribuendo alla fede di Abramo il merito della giustizia. Allo stesso modo, Dio ci giustifica prima di qualsiasi opera, attribuendo alla nostra fede il merito della giustizia.
Per quanto riguarda la situazione, Abramo fu giustificato quattordici anni prima di essere circonciso. La promessa della giustificazione per fede è estesa sia agli ebrei che ai gentili.
Se l’opera di Dio nella nostra vita dipendesse interamente da noi, allora avrei paura. Ma dipende piuttosto dall’opera di Dio in noi (Filippesi 2:13), e possiamo riporre fiducia in Lui, se solo ci affidiamo a Lui affinché compia la Sua opera benefica.
D: In che modo, secondo Romani 5:1-10, avviene lo scambio della salvezza?
R: Vengono menzionati nove aspetti.
1. Giustificati mediante la fede (5:1).
2. Pace con Dio (non solo semplici sentimenti di pace) (5:1)
3. L’accesso mediante la fede (5:2) a questa grazia (5:2).
4. L’amore di Dio è riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo (5:5).
5. Quando eravamo ancora senza forza, Cristo morì per gli empi (5:6).
6. Dio ha dimostrato il Suo amore (5:8).
7. Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi, gli empi (5:8).
8. Giustificati dal sangue di Cristo (5:9).
9. Riconciliati dalla morte del Figlio di Dio, Gesù (5:10 ).
Come insegna il *New International Bible Commentary* a pag. 1324, la giustificazione non è solo una dottrina da definire e difendere, ma una coppa di benedizione di cui godere.
D: In Romani 5:2, 9-10, la salvezza è per grazia o per fede?
R: L’origine, la potenza, la forza sufficiente e l’effetto derivano dalla grazia di Dio che ha mandato Gesù a morire per i nostri peccati. Si veda Efesini 2:5, 8, 9. Dio ha scelto di mediare questo dono attraverso la nostra fede in Gesù. Il termine qui utilizzato, «introdurre» o «avere accesso», può riferirsi a un’introduzione alla regalità.
D: In Romani 5:3, ci si riferisce alle sofferenze per Cristo o alle sofferenze in generale?
R: Nulla limita il termine «tribolazione» in questo contesto alle sole sofferenze derivanti dall’essere cristiani. Molti cristiani affrontano tribolazioni dovute a problemi di salute, relazioni interrotte o alla perdita di persone care.
D: In Romani 5:6, prima che Cristo morisse per noi, eravamo davvero tutti privi di ogni forza?
R: Sotto tutti gli aspetti che contano, sì. Si veda Romani 3:9-20 per una descrizione più dettagliata da parte di Paolo.
D: In Romani 5:7, qual è la differenza tra un uomo giusto e un uomo buono?
R: Un uomo giusto osserva la legge, e forse nient’altro. Un uomo buono è anch’egli un uomo giusto, ma ama anche Dio e ama il prossimo. Poche persone sarebbero disposte a morire per un eremita giusto, sebbene qualcuno possa essere disposto a morire per una persona che ritiene si prenda cura di lui. Ma Cristo non fece né l’una né l’altra cosa. Egli non morì per le «persone buone» o per coloro che erano «quasi abbastanza buoni». Piuttosto, Cristo morì per gli empi.
D: In Romani 5:9, in che modo siamo salvati dall’ira di Dio?
R: Tre punti da considerare nella risposta.
1. Non eravamo liberi dall’ira sin dalla nascita, poiché un tempo anche gli eletti (destinati al cielo) erano oggetto di ira, come indicato in Efesini 2:3. (Charles Spurgeon sottolinea lo stesso concetto in “Per chi è morto Cristo?”, Metropolitan Tabernacle Pulpit, vol. 20, n. 1191, pag. 11)
2. Saremo liberi dall’ira di Dio nel giudizio finale.
3. Tuttavia, Dio può ancora disciplinarci (Ebrei 12:5-11), e noi possiamo ancora subire l’ira degli uomini (Romani8:36 ).
D: In Romani 5:9, 10, 15, 17, 21, quale è il significato che Paolo attribuisce all’espressione «tanto più»?
R: Romani 5:9 «tanto più» la liberazione dall’ira di Dio
Romani 5:10 «tanto più» la salvaguardia mediante la Sua vita risorta
Romani 5:15 «tanto più» il dono della grazia
Romani 5:17 «tanto più» il regno del credente nella vita.
Romani 5:21 «tanto più» la grazia che abbonda.
D: In Romani 5:9-21, quali risultati vengono menzionati grazie a Cristo?
R: Si tratta in realtà di un argomento complesso. Ecco i risultati menzionati.
1. Giustificati mediante il suo sangue. Salvati dall’ira di Dio per mezzo di lui. (Romani 5:9)
2. Riconciliati con Dio attraverso la morte del Suo Figlio (Romani 5:10). Riconciliazione significa la creazione o il ripristino di un rapporto. Persone che prima erano nemiche o estranee sono ora amiche.
3. Salvati per mezzo della Sua vita (Romani 5:10).
4. Il dono e la grazia di Dio si sono riversati su molti (Romani 5:15).
5. Ha portato la giustificazione (Romani 5:16).
6. La grazia e il dono della giustizia regnano nella vita (Romani 5:17).
7. La giustificazione che porta la vita a tutti gli uomini (Romani 5:18).
8. Molti saranno resi giusti (Romani 5:19).
9. Affinché la grazia regni mediante la giustizia per la vita eterna (Romani 5:21).
D: In Romani 5:10, i cristiani sono stati riconciliati dalla morte di Cristo o dalla sua vita, e qual è la differenza che Paolo sta cercando di evidenziare?
R: Paolo sta cercando di mostrare che Gesù ha fatto più di una cosa per noi. Con la Sua morte, Gesù ha pagato il prezzo per il nostro peccato. Risorgendo, con la Sua vita risorta ci dona la vita ed è diventato la nostra vita. Infine, se siamo giustificati per grazia mediante la fede, la prova sarà evidente, attraverso le nostre buone opere.
D: In Romani 5:12, a cosa si riferisce l’espressione «Pertanto / Per questo»?
R: Si riferisce direttamente a quanto detto in precedenza riguardo alla giustificazione in Romani 5:1-11. Poiché ogni capitolo della Lettera ai Romani si basa sulle parti precedenti, si può ritenere che si riferisca indirettamente all’intera Lettera ai Romani che lo precede.
D: Romani5:12 dimostra che prima della nascita siamo solo esseri umani potenziali e non effettivi? (in modo tale che l’aborto sarebbe ammissibile)
R: No, nella Bibbia vi sono molti versetti a favore della vita, ma questo non è uno di essi. Questo versetto non si riferisce al periodo compreso tra il concepimento e la nascita, bensì al tempo di Adamo precedente al nostro concepimento. Si veda anche la discussione su Ebrei 7:9-10
D: In Romani5:12 -19, in che modo la maledizione di Adamo nei nostri confronti costituiva un «tipo» dell’imputazione della giustizia di Cristo?
R: Tutti i cristiani concordano su quanto segue.
1. Tutti gli uomini hanno ricevuto la morte, la corruzione, la natura peccaminosa e le maledizioni a causa di ciò che Adamo fece. Adamo ed Eva subirono immediatamente la morte spirituale, e i loro corpi fisici iniziarono a morire subito, sebbene non morissero fisicamente fino a quasi mille anni dopo.
2. Gesù ha sopportato la punizione per i nostri peccati.
3. Gli eletti ricevono da Cristo la vita eterna, la giustizia, la santificazione e le benedizioni.
I cristiani non sono d’accordo sui seguenti punti:
Alcuni cristiani autentici sostengono che, per quanto riguarda il rapporto tra Adamo e noi, tra noi e Cristo e tra Cristo e i credenti, la natura dell’imputazione sia la stessa. (Charles Hodge in *Teologia sistematica*, p. 194, e nel suo *Commentario alla Lettera ai Romani*, pp. 142-190). Alcuni arrivano addirittura ad affermare che, se Dio non avesse dichiarato tutti gli esseri umani, compresi i neonati, colpevoli e meritevoli dell’ira divina per ciò che Adamo ha fatto, allora Dio non avrebbe il «diritto» di imputare la giustizia di Cristo a tutti gli eletti. Tutti muoiono, persino i neonati, dimostrando così di portare la maledizione e la colpa di Adamo.
Tuttavia, vi sono almeno tre incongruenze fondamentali in questa visione.
1. Se tutte le persone si sono «meritate» la colpa di Adamo, allora, se l’imputazione è quella descritta da Hodge, Cristo si è «meritato» la nostra colpa. E Gesù si è forse meritato la colpa di Eva?
2. Se i riprovati si sono caricati della colpa di Adamo, allora Adamo non ne era più gravato; altrimenti Dio infliggerebbe due volte la stessa punizione per la stessa colpa.
3. Anche i cuccioli muoiono. La natura ha subito la maledizione del peccato di Adamo, ma la morte non dimostra più che i bambini siano colpevoli del peccato di Adamo di quanto lo siano i cuccioli di cane.
Molti altri cristiani autentici dissentono fermamente dall’idea che noi portiamo la colpa di Adamo. Gesù non era colpevole di alcun peccato, nemmeno dei nostri. Piuttosto, Gesù scelse di sopportare le conseguenze della nostra colpa morendo sulla croce e scendendo nella tomba. Sebbene Gesù abbia portato il nostro peccato (Ebrei9:28 ) e Colui che non aveva peccato si sia fatto peccato per noi (2 Corinzi5:21 ), Gesù è rimasto comunque senza peccato (Ebrei4:15 , 1 Pietro2:22 ), e in Lui non c’è peccato (1 Giovanni 3:5).
Forse, pur concordando di non essere d’accordo, ecco un punto su cui tutti i cristiani possono concordare: ci siamo trovati nella condizione di peccatori colpevoli per i nostri stessi peccati. Siamo peccatori colpevoli per il peccato di Adamo tanto quanto Cristo è peccatore colpevole per il nostro peccato.
D: In Romani5:12 -21, in che modo differiscono la maledizione e la giustizia imputata?
R: L’opinione di Charles Hodge secondo cui la natura dell’imputazione sia la stessa sia per Adamo che per Cristo non è corretta per almeno otto ragioni.
1. Cristo ha sopportato la nostra punizione e noi riceviamo la Sua giustizia in un grande scambio reciproco. D’altra parte, la caduta è stata un trasferimento unidirezionale; Adamo non ha sopportato nulla da parte nostra.
2. La nostra colpa è stata rimossa da Cristo, ma la colpa di Adamo non è stata in alcun modo attenuata da noi.
3. Il male è entrato in noi, ma non è entrato in Cristo.
4. Abbiamo ricevuto da Adamo la corruzione e la natura peccaminosa, ma Cristo non ha ricevuto né corruzione, né natura peccaminosa, né colpa, né biasimo.
5. L’imputazione della giustizia di Cristo è mediata dalla nostra fede, ma nel peccato di Adamo non è coinvolta alcuna fede né tantomeno la mancanza di fede. (Douglas Moo, Commentario a Romani 1-8, pp. 338-339.)
6. Cristo ha scelto di espiare per noi; Adamo non ha scelto volontariamente di trasferire alcunché alla sua discendenza.
7. La giustizia di Cristo ci viene donata con il nostro consenso in Cristo. La maledizione di Adamo (e, secondo alcuni, la colpa) è stata involontaria da parte nostra.
8. La giustizia di Cristo non è stata «trasmessa» attraverso i genitori. Alcuni cristiani aderiscono a quella che viene definita una teologia traduciana; essi ritengono che la colpa di Adamo sia trasmessa attraverso i genitori o, in alternativa, attraverso il padre.
A meno che qualcuno non neghi queste otto differenze (e ritengo che nemmeno Charles Hodge lo farebbe), è incoerente affermare che la natura dell’imputazione sia la stessa.
D: In Romani5:12 -21, in che modo l’espiazione di Cristo è collegata alla caduta di Adamo?
R: Tutti i cristiani concordano sul fatto che l’espiazione sia collegata alla caduta di Adamo nei due modi seguenti.
1. Poiché abbiamo ricevuto la natura peccaminosa da Adamo, veniamo santificati per diventare simili a Cristo.
2. Inoltre, poiché siamo nati alienati da Dio a causa di Adamo, rinasciamo come figli di Dio in Cristo.
Non tutti i cristiani concordano necessariamente con i quattro modi seguenti.
3. La NIV Study Bible, a pag. 1713, afferma che Romani5:18 : «non significa che tutti alla fine saranno salvati, ma che la salvezza è accessibile a tutti. Per essere efficace, il dono di grazia di Dio deve essere accolto (cfr. v. 17)».
4. Abbiamo ricevuto le maledizioni da Adamo e la grazia da Cristo, ma Gesù non è più colpevole dei nostri peccati di quanto lo siamo noi di quelli di Adamo.
5. Se Dio non ci avesse imputato la colpa di Adamo, non avrebbe potuto imputarci la giustizia di Cristo.
6. Se Dio non punisse i reprobi con un tormento supplementare all’Inferno, Gesù non potrebbe scegliere di assumersi la nostra punizione.
D: In Romani5:12 -19, qual è la portata indicata rispettivamente della caduta di Adamo e del sacrificio di Cristo?
R: I cristiani talvolta discutono se l’espiazione di Cristo sia significativa per tutti (universale) o solo per alcuni (particolare). Entrambe le parti possono individuare qui il proprio punto di vista preferito.
Il peccato di Adamo: tutti (5:12 , 18) e i molti (5:15, 19).
La giustificazione di Gesù: la stessa portata. Tutti (5:18 ), e i molti (5:15,19).
Adamo era il modello (tipo), con i suoi contrasti (5:14 ); la condanna e la giustificazione sono molto simmetriche in questo brano.
Si veda anche 1 Corinzi 15:21-22,45-49.
D: In Romani5:12 -21, quali sono i legami tra noi e Adamo?
R: La Scrittura non lo dice, ma ecco alcune possibili interpretazioni. Ciascuna di esse include quella che la precede.
1. Le persone soffrono in questa vita a causa di ciò che Adamo ha fatto.
2. Tutti noi abbiamo fatto la stessa cosa. Adamo è un esempio di noi.
3. Abbiamo ereditato il peccato, ovvero una natura peccaminosa.
4. Dio ha stabilito che avremmo ereditato la colpa di colui che Egli stesso ha scelto (Adamo) come nostro rappresentante.
5. I figli (compresi i bambini ebrei e croati) ereditano la colpa per i crimini dei propri antenati. (1/3 della visione traduciana)
D: In Romani 5:12, in che modo tutti hanno peccato in Adamo?
R: Adamo ed Eva peccarono senza avere prima una natura peccaminosa. Noi tutti pecchiamo, avendo la natura peccaminosa di Adamo. Oltre a ciò, i cristiani non sono d’accordo su questo punto. Ecco alcune posizioni.
Risultato dimostrato: poiché tutti pecchiamo, tale risultato dimostra che la morte e il peccato sono giunti a tutti gli uomini nati da Adamo.
Solo partecipazione alla maledizione: a causa della causa (Adamo), il risultato è che noi (l’umanità) siamo tutti soggetti alle maledizioni della morte e possediamo una natura peccaminosa. (Romani 5:14)
Partecipazione sia alla colpa che alla maledizione: a causa della causa (Adamo), il risultato è che noi (l’umanità) abbiamo tutti peccato per partecipazione con Adamo, e abbiamo anche tutti la maledizione della morte e una natura peccaminosa.
D: In Romani 5:12-14, se Dio ci ha condannati con la colpa di Adamo, allora perché?
R: I cristiani autentici non sono d’accordo, e si distinguono tre posizioni principali.
1. La colpa di Adamo non ci è stata imputata, ma solo la sua natura e le sue maledizioni.
2. Proprio come Dio è costretto a punire il peccato per le esigenze di giustizia e santità insite nella Sua natura, così Dio è costretto dalle esigenze di giustizia a imputarci la colpa di Adamo.
3. Dio non era tenuto a imputarci la colpa di Adamo per soddisfare le esigenze della giustizia, ma lo ha fatto comunque per altre ragioni.
3a. Se Dio non ci avesse ritenuti responsabili della colpa di Adamo, allora non avrebbe potuto giustamente «ritenere» Cristo responsabile come sacrificio per i nostri peccati.
D: In Romani5:12 -18, che cos’è il peccato originale?
R: Il peccato originale è un concetto che si articola in due parti:
1. Tutti noi abbiamo ereditato una natura peccaminosa e, per nascita, siamo estraniati da Dio.
2. Tutti noi siamo colpevoli, non solo per i nostri peccati, ma anche per il peccato di Adamo.
I cristiani concordano sul primo punto, ma la maggior parte di essi ritiene che il secondo sia errato. Tra i primi a sostenere il secondo punto vi furono Ambrogio di Milano (370-390 d.C.) e Agostino di Ippona. Entrambi furono tra i primi cristiani a sostenere la persecuzione dei non cristiani. Il *New Dictionary of Christian Ethics and Pastoral Theology*, alle pagine 641-643, afferma in merito al peccato originale: «Più gravemente, vi è un’incompatibilità tra la nozione di colpa e quella di eredità. Il nostro linguaggio relativo alla colpevolezza delle persone umane sembra avere senso solo nel contesto delle decisioni e delle azioni in cui noi stessi siamo in qualche modo coinvolti».
D: In Romani5:12 -18, in che modo la colpa di Adamo ci viene imputata (se mai ciò avvenga)?
R: Romani 5,12-18 non specifica esattamente in che modo. I cristiani hanno opinioni molto divergenti sulla risposta a questa domanda. Di seguito sono riportate alcune affermazioni, e ciascuno può aderire a più di una.
1. Ereditiamo la natura di Adamo, ma la colpa di Adamo non ci è mai stata imputata in alcun modo.
2. Tutti avevano la colpa di Adamo, ma in Cristo tale colpa è stata perdonata e rimossa al 100% per tutte le persone. (Teoria della grazia preveniente)
3. La colpa di Adamo è perdonata e rimossa per tutti, come nel caso precedente, ma viene nuovamente applicata a coloro che rifiutano Cristo (visione di Millard Erickson).
4. Tutti hanno la colpa di Adamo, ma in Cristo tale colpa è perdonata e rimossa per gli eletti.
5. I neonati potrebbero eventualmente trovarsi nel Lago di Fuoco esclusivamente a causa della colpa di Adamo, senza alcuna colpa personale da parte loro.
6. Le persone nel Lago di Fuoco possono attribuire parte della loro sofferenza al peccato di Adamo.
7. A causa della nostra imputazione, la colpa di Adamo è stata ridotta.
8. La colpa di Adamo non è stata ridotta e Dio ha imputato la colpa due volte.
9. La colpa di Adamo ci viene imputata, ma non in modo significativo.
Sia i calvinisti che i non calvinisti possono concordare su questo punto con la «New Geneva Study Bible» calvinista, a pag. 1775. Essa afferma che tutti hanno peccato nel peccato di Adamo, ma precisa che Romani 5:12-21 non spiega in che modo.
D: In Romani5:12 -19, chi sono alcuni cristiani che ritengono che la colpa di Adamo non ci sia stata affatto imputata?
R: Nessuno degli scrittori della Chiesa pre-nicena ha mai parlato del fatto che noi portiamo la colpa del peccato di Adamo, sebbene citassero Romani 5.
Giustino Martire (scrisse intorno al 138-165 d.C.) |
Atenagora (circa 177 d.C.) |
Clemente di Alessandria (scrisse tra il 193 e il 217/220 d.C.) |
Arnobio? (297-303 d.C.) |
Atanasio di Alessandria (leader a Nicea) (326-373 d.C.) |
Gregorio di Nissa (335-394 d.C.) |
Basilio di Cappadocia (357-379 d.C.) |
Gregorio di Nazianzo (330-391 d.C.) (implicito) (Sulla Teofania, cap. 13, pag. 349) |
Giovanni Crisostomo (392-407 d.C.) (Omelia su Matteo 28:3) |
Chiesa greco-ortodossa (visione traduciana dell’anima, ma senza colpa ereditaria) |
Conferenza della Società degli Amici del 1675 |
Ulrich Zwingli (1484-1531) e gli zwingliani (secondo Menschreck, pag. 198) |
Andreas Karlstadt (riformatore) (1480-1541) |
Menno Simons (1495/6-1561) (fondatore dei mennoniti) |
Dirk Philips (1504-1568) (mennonita) |
John Smyth (1570-1612) (battista generale) |
Thomas Helwys (1575-1616) (battista generale) |
Johannes Wollebius (1626-1629) |
John Wesley (1703-1791) (collaborò con Whitefield) |
Metodisti conservatori |
Thomas Coke (1747-1814, metodista) |
Dan Taylor (1738-1816) (battista generale) |
Francis Asbury (1745-1816) (metodista) |
Lyman Beecher (1775-1863) |
D.L. Moody? (1837-1899) |
Charles W. Carter |
Wolfhart Pannenberg (teologo liberale) |
Stuart, Denney |
Gore Sanday-Headlam |
Cranfield |
Denominazione della Chiesa del Nazareno |
Denominazione delle Assemblee di Dio |
La stragrande maggioranza dei carismatici |
Walter Connor (influente professore presso il Southwestern Baptist Theological Seminary) |
Denominazione Christian and Missionary Alliance |
Il Nuovo Dizionario di Etica Cristiana e Teologia Pastorale (IVP) |
Atanasio di Alessandria riteneva che avessimo ereditato una natura peccaminosa: «Ma Atanasio di Alessandria non accenna mai al fatto che partecipiamo alla colpa effettiva di Adamo, ovvero alla sua colpevolezza morale...» (Kelly, Early Christian Doctrines, pp. 346-347)
«La concezione della predestinazione di Helwys, fatta forse eccezione per la dottrina della caduta dell’umanità in Adamo, è antic Calvinista – di fatto, tipicamente battista olandese. Qualsiasi imputazione del peccato di Adamo, o l’effetto naturale della caduta di Adamo, viene annullata in relazione alla salvezza, poiché la grazia è concessa a tutti, affinché scelgano a favore o contro Dio.» (Calvin Augustine Pater in Karlstadt as the Father of Baptist Movements, the Resurgence of Lay Protestantism, pp. 267-268)
È concesso a tutti di scegliere a favore o contro Dio per quanto riguarda la salvezza? La risposta a questa domanda costituisce uno dei principali criteri per distinguere un calvinista da un non calvinista.
D: In Romani5:12 -19, chi sono alcuni cristiani che credono che la colpa di Adamo ci sia stata imputata?
R: Agostino di Ippona (388-430 d.C.) (Egli credeva inoltre che tutti i bambini non battezzati andassero all’inferno.)
Ambrogio di Milano (370-390 d.C. circa), *Sui Misteri* 6 (p. 321). Illustra come la colpa di Adamo sia stata rimossa dopo il battesimo mediante il lavaggio dei piedi. |
Prospero d’Aquitania (390-463 d.C.) |
Vincenzo di Lerino (circa 434 d.C., semi-pelagiano) |
Tommaso d’Aquino (1224-1274 d.C.) |
Giovanni Wycliffe? (1331-1384) |
Concilio di Trento (1546 d.C.) |
Martin Bucer (nato nel 1491 – 1551) |
Giovanni Calvino (1509-1564) e Guillaume Farel (1489-1565) |
John Knox (m. 1546-1572) |
Heinrich Bullinger (1504-1575) |
Teodoro di Beza (1519-1605) |
Confessione di Westminster (1646) |
John Owen (1616-1683) |
John Bunyan (1628-1688) |
Johannes Cocceius (attivo dal 1669 al 1699) (principale sostenitore della teologia dell’alleanza) |
George Whitefield (1714-1770) (calvinista che collaborò con Wesley) |
John Gill (1697-1771) (ipercalvinista) |
Augustus Toplady (nato nel 1740-1778) (critico di Wesley) |
Charles Hodge (1797-1878) |
A.A. Hodge (1823-1886) |
C.H. Spurgeon (1834-1892) |
B.B. Warfield (1851-1921) |
A.W. Pink (1886-1952) (un ipercalvinista) |
John Murray (1898-1975) |
J. Vernon McGee (n. 1904-1988) |
Loraine Boettner (m. 1929-1990) |
Catechismo della Chiesa Cattolica (1994) |
I battisti (i battisti originari e alcuni odierni) |
R.C. Sproul (1939-) |
Douglas Moo (1950-) (in via provvisoria, dopo una discussione di 42 pagine) |
Commentario biblico dei credenti |
Dizionario biblico Wycliffe (p. 589) |
Commentario «The Bible Knowledge Commentary» (Autorità federale o traducianismo) |
D: In Romani5:12 -19, esistono altre opinioni tra i cristiani autentici riguardo al fatto che noi portiamo o meno la colpa di Adamo?
R: Esistono altre tre opinioni.
1. Tutti sono gravati dalla colpa di Adamo, ma Cristo ha concesso la «grazia preveniente», che cancella la colpa di Adamo per tutti.
H. Orton Wiley (1877-1961) |
Norman L. Geisler e Thomas Howe (When Critics Ask, pag. 441) |
2. La colpa di Adamo viene imputata solo dopo che abbiamo scelto di peccare
Millard Erickson (Christian Theology, p. 639) |
Dott. Honer, Dave Geisler, James P. Boyce (1827-1888) (teologo battista) |
3. Noi portiamo la colpa del peccato di Adamo e portiamo anche la colpa del peccato dei nostri antenati.
Anselmo (1033-1109) |
Martin Lutero (1483-1546) |
Filippo Melantone (Si dovrebbero uccidere coloro che la pensano diversamente) (1497-1562) |
Jonathan Edwards (1703-1758) |
William G.T. Shedd (1820-1894) |
A.H. Strong (1836-1921) |
D: In Romani 5:12, esistono scritti ebraici extra-biblici che assomiglino a questo passo?
R: Sì. Gli scritti ebraici che assomigliano a Romani5:12 sono 4 Esdra 7:118 (= 2 Esdra 7:118), Siracide 25:25 e 2 Baruch 23:4; 48:42; 54:19.
Secondo il libro *Hard Sayings of the Bible*, a pag. 548, ecco cosa afferma 2 Esdra:
«[Adamo] trasgredì… Voi avete stabilito la morte per lui e per i suoi discendenti…
Poiché il primo Adamo, oppresso da un cuore malvagio, trasgredì e fu sopraffatto, così come lo furono anche tutti coloro che discendevano da lui. Così la malattia divenne permanente.» (2 Esdra 3,7; 21-22)
«O Adamo, che cosa avete fatto? Poiché, sebbene siate stato voi a peccare, la caduta non è stata solo vostra, ma anche nostra, che siamo i vostri discendenti.» (2 Esdra 7:118).
Si noti che qui si parla delle conseguenze per noi: siamo caduti, malati e soggetti alla morte. Non si dice che siamo colpevoli del peccato di Adamo.
D: In Romani 5:12, in che modo Agostino di Ippona e la Vulgata latina hanno tradotto erroneamente questo passo?
R: Il passo di Romani5:12 e è stato frainteso da Agostino (v. 5, p. 302), secondo M. Erickson (p. 636), C. Daniel (p. 242) e J.N.D. Kelly (p. 354), poiché la Vulgata latina recita «in cui» (in quo), mentre il greco dice «perché».
D: In Romani 5:12, Dio ha attribuito la colpa o «incastrato» tutti per la colpa di Adamo oltre che per la propria?
R: Fin dall’inizio del Medioevo in poi, la Chiesa cattolica, quella riformata e molte chiese luterane hanno insegnato che noi portiamo la colpa di Adamo oltre che la nostra. Come hanno affermato alcuni cristiani riformati quando li ho interrogati, solo una parte delle sofferenze delle persone all’Inferno è dovuta a ciò che hanno fatto. Una parte delle sofferenze non è dovuta a nulla che abbiano fatto, ma essi vengono puniti da Dio per ciò che ha fatto Adamo.
Tuttavia, questo concetto era assente nella Chiesa primitiva (fino ad Ambrogio e Agostino) e assente tra coloro che parlavano il dialetto koinè del greco, che era la lingua del Nuovo Testamento.
Giustino Martire (circa 150 d.C.): «E ancora, a meno che il genere umano non abbia il potere di evitare il male e di scegliere il bene per libera scelta, non è responsabile delle proprie azioni...» (Prima Apologia di Giustino Martire, cap. 43, p. 177) «Le parole sopra citate furono pronunciate da Davide 1500 anni prima di Cristo... Ma affinché nessuno supponga, da quanto da noi affermato, che noi sosteniamo che qualunque cosa accada avvenga per una necessità fatale, poiché è predetta come già nota in anticipo, spieghiamo anche questo.” (Prima Apologia di Giustino Martire, cap. 43, 44, p. 177)
Atenagora (177 d.C.) «Proprio come per gli uomini, che godono della libertà di scelta sia riguardo alla virtù che al vizio (poiché Voi non onorereste il bene né punireste il male, se il vizio e la virtù non fossero in loro potere)». Apologia dei cristiani, cap. 24, pag. 142
Basilio di Cappadocia (357-379 d.C.) *Prolegomeni*: «D’altra parte, la causa dei mali dell’inferno non è Dio, ma noi stessi. L’origine e la radice del peccato risiedono in ciò che è sotto il nostro controllo e nel nostro libero arbitrio.» (*Prolegomeni* in *Padri della Chiesa niceni e post-niceni*, seconda serie, vol. 8, p. lviii)
D: In Romani 5,15, la morte fisica di tutti gli uomini significa che siamo tutti colpevoli del peccato di Adamo, persino i neonati?
R: No. Se la morte fisica fosse una prova di colpa in Adamo, allora anche gli animali sarebbero colpevoli del peccato di Adamo, poiché muoiono fisicamente. La morte fisica per i discendenti di Adamo è una maledizione e una conseguenza del peccato di Adamo ed Eva, ma non dimostra che Dio ci ritenga colpevoli per i peccati di qualcun altro. Ezechiele 18 e Deuteronomio 24:16 dimostrano che una persona non muore per il peccato del padre, ma solo per il proprio.
D: In Romani 5:16,18, attraverso quale processo la condanna è stata il risultato di un unico peccato?
R: I cristiani non sono d’accordo su questo punto. Ecco sei possibilità, e si può credere in una combinazione di esse.
1. Non specificato. La nota a piè di pagina della New Geneva Study Bible a pag. 1775 recita: «Paolo non spiega in che modo l’intera umanità sia stata coinvolta nel peccato di Adamo, ma si limita ad affermare il fatto. Tutti hanno peccato nel peccato di Adamo».
2. I bambini (ad esempio: i neonati affetti da AIDS) possono ereditare, in questa vita, le conseguenze dei peccati, anche se non ne sono i colpevoli.
3. Ancora più importante del punto 2, Dio ha condannato ciascuno di noi (noi e Adamo) a causa di ciò che ciascuno di noi ha compiuto.
4. Oltre ai punti 2 e 3, abbiamo ereditato la natura decaduta, peccaminosa e separata da Dio di Adamo, e questa natura garantisce che peccheremo e saremo condannati.
5. Oltre ai punti 2-4, poiché Dio ha dichiarato colpevoli le persone per atti che non hanno compiuto. (Pertanto non è affatto incoerente con la giustizia di Dio mandare i neonati e i feti non battezzati a essere torturati per sempre all’Inferno, anche se non hanno mai commesso alcun atto peccaminoso né trasgredito alcuna legge. Sebbene fossero all’oscuro dei peccati e fossero stati incolpati ingiustamente per i crimini altrui, Dio rimane comunque giusto con una giustizia divina e incomprensibile.) (Teoria della “capacità federale”) Si veda l’Enciclopedia delle difficoltà bibliche, pagg. 388-390, per ulteriori approfondimenti sulla teoria della “capacità federale”.
6. Oltre a quanto indicato ai punti 2-5, i bambini sono condannati davanti agli uomini e a Dio per i crimini dei propri genitori e antenati, poiché le loro anime sono state create dalle anime dei genitori. (1/3 della dottrina traduciana)
D: In Romani 5:19, in che modo i molti sono stati resi peccatori?
R: Come nella domanda precedente, i cristiani non sono d’accordo su questo punto. Anche in questo caso, vi sono sei possibilità, ed è possibile credere in una combinazione di esse.
1. Questo passo scritturale non specifica esplicitamente in che modo.
2. Siamo stati resi mortali e si è aperta la porta al peccato.
3. Ancora più importante del punto 2: così come Dio giudicò Adamo per ciò che egli fece, Dio giudica ciascuno di noi per ciò che abbiamo fatto, allo stesso modo.
4. Oltre ai punti 2 e 3, non siamo peccatori solo perché pecchiamo, ma pecchiamo anche perché siamo peccatori; in altre parole, abbiamo una natura peccaminosa.
5. Oltre ai punti 2-4, siamo responsabili di ciò di cui non siamo personalmente colpevoli (Boettner, pp. 77-78), ovvero dei peccati che non abbiamo commesso personalmente (ibid., p. 238).
6. Oltre ai punti 2-5, chiunque sia nato da un traditore, da un adultero o da un peccatore dovrebbe essere punito come traditore, adultero o peccatore. (1/3 della visione traduciana, che è contraria a Ezechiele 18 e Deuteronomio 24:16.)
D: In Romani 5:19, se tutti sono resi peccatori in Adamo e tutti sono resi giusti in Cristo, ciò significa che tutti vengono salvati, come insegna l’eresia dell’universalismo?
R: No. Il primo «tutti» indica tutti coloro che sono in Adamo. Il secondo «tutti» indica tutti coloro che sono in Cristo. Non tutti sono in Cristo. La setta dei Figli di Dio insegnava questo. I cristiani autentici (almeno dopo Rufino) concordano sul fatto che l’universalismo sia errato, ma i non calvinisti e i calvinisti hanno due ragioni molto diverse per sostenerlo.
Tra i non calvinisti figurano i «calvinisti dei quattro punti», i luterani, i «calminiani», gli arminiani e altri. Essi sostengono che Cristo abbia offerto il riscatto per tutti. Un esempio comune è il seguente: supponiamo che un uomo avesse un debito di un milione di dollari che non poteva pagare. Un amico generoso e facoltoso aprì un conto bancario a nome dell’uomo con un milione di dollari e gli disse di prelevare un milione di dollari per saldare il debito. Supponiamo che l’uomo non credesse all’amico facoltoso, oppure che prelevasse il denaro e lo sperperasse. In tal caso, l’uomo sarebbe comunque responsabile del proprio debito, nonostante la generosità dell’amico facoltoso.
Dal punto di vista scritturale, questa è la conclusione di tre insegnamenti delle Scritture.
N1. Cristo ha espiato per tutti (1 Timoteo 2:5-6; 1 Giovanni 2:2; Romani11:32 ; 1 Timoteo4:10 ), e Dio offre e comanda l’obbedienza al Vangelo per tutti (2 Tessalonicesi 1:8; Tito 2:11).
N2. Alcuni andranno nel lago di fuoco (Apocalisse19:20 ;20:10 -15; 21:8; Matteo 13:24-43; 25:31-46).
N3. Le persone rimarranno all’Inferno in eterno (Matteo 18:8; 25:41,46;3:12 , Giuda 7; 2 Tessalonicesi 1:9; Apocalisse 20:10; 14:9-11).
I calvinisti, con la possibile eccezione dei calvinisti amyraldiani, insegnano che il primo «tutti» in Romani 5:18 abbia una portata diversa dal secondo «tutti» in 5:18, e che il primo «molti» in Romani 5:19 abbia una portata diversa dal secondo «molti» in 5:19. Forse il principio fondamentale del calvinismo intransigente non è l’espiazione definitiva, bensì la negazione dell’espiazione universale, ovvero che Cristo non sia morto per tutti. Molti sono stati creati senza alcuna possibilità di sfuggire alle fiamme della Seconda Morte.
Perché alcuni calvinisti dovrebbero ragionare in questo modo? Ritengo che una delle due ragioni principali per cui la pensano così sia un fraintendimento della sovranità di Dio. Una seconda ragione consiste nel definire erroneamente la depravazione umana in modo tale da limitare Dio, presentandolo come incapace o restio ad agire in ogni persona.
Incomprensione della sovranità di Dio: alcuni calvinisti hanno quella che ritengo essere una visione corretta della sovranità di Dio. Dio, che può fare ciò che vuole, può scegliere di delegare una parte della Sua sovranità per un periodo limitato. Dio può permettere che accadano cose, come il peccato, che rattristano il Suo cuore. Tuttavia, molti calvinisti non sono giunti a questa comprensione. Al contrario, pensano quanto segue.
#1. Molti versetti biblici parlano dell’amore e della grazia speciali di Dio per gli eletti, e molti non calvinisti non prestano attenzione a questi versetti. (Due esempi chiave sono Romani 9:6-23 e Romani 11:3-23)
#2. Molti versetti biblici parlano del piano di Dio, prestabilito e ineluttabile, che comprende ogni cosa e ogni persona, persino i malvagi. (Tra gli esempi figurano Efesini 1:11 e Proverbi 16:4)
#3. A causa dell’attenzione concentrata sulle due verità precedenti, molti (ma non tutti) i calvinisti minimizzano i versetti in cui Dio mostra che le persone hanno una vera libertà di scelta (Giosuè 24:22-23) e che Dio ha concesso alle persone la libertà di spezzargli il cuore (Geremia 9:1; Matteo 23:37-39, ecc.)
Perché i calvinisti la pensano in questo modo? Ritengo che ciò sia dovuto a due ragioni principali.
Errore calvinista n. 1 (la certezza assoluta del futuro preclude la possibilità di scelte autentiche). È difficile per le persone comprendere che Dio è più grande del tempo. Quando le persone non comprendono questo, chiedere loro di comprendere veramente che gli esseri umani dispongono di scelte autentiche e che Dio conosce, con assoluta certezza, ciò che per noi è chiamato futuro, è come chiedere a studenti di seconda media di comprendere il calcolo differenziale; sembrerebbe troppo confuso.
Molti bravi cristiani si accontentano di conciliare queste due verità, pur non riuscendo a comprendere come interagiscano, ma continuando a credere che entrambe siano vere. Altre persone incorrono in difficoltà teologiche, simili al fatalismo, rinunciando alla verità secondo cui disponiamo di scelte e trasformandoci in robot. Altre ancora incorrono nelle difficoltà teologiche del «dioismo finito», rinunciando alla verità secondo cui Dio conosce il futuro con assoluta certezza.
Errore calvinista n. 2 (nessuna causa persa). Una seconda ragione per cui i calvinisti ritengono che il calvinismo sia vero è ben illustrata in un libro calvinista, *Putting Amazing Back into Grace*, di Michael Horton. L’autore dedica un capitolo intitolato «Nessuna causa persa». Poiché Dio è onnipotente, onnisciente, sovrano e nulla accade se non ciò che Dio permette, Horton afferma che Dio non potrebbe fare nulla invano, né potrebbe accadere nulla che Dio, in senso più ampio, non desideri.
Tuttavia, in Matteo 23:37-39 Gesù si rammaricò del rifiuto che gli giudei gli avevano opposto.
I farisei «respingevano il disegno di Dio per loro» in Luca7:30 .
Paolo esortò i fedeli a non ricevere invano la grazia di Dio in 2 Corinzi 6:1.
Gesù pianse sul Suo popolo. Perché piangere, se Dio non desiderava che agissero in modo diverso?
Infine, va ricordato che non tutti i calvinisti sostengono che «non esistano cause perse». Il compianto Francis Schaeffer, un calvinista svizzero, affermò in *La Chiesa alla fine del XX secolo*: «Possiamo glorificare Dio, e sia l’Antico che il Nuovo Testamento dicono che possiamo persino rattristare Dio. È una cosa straordinaria». (Inni per il Popolo di Dio n. 364) Se gli altri potessero comprendere, come fece Francis Schaeffer, esattamente ciò che Dio fece quando rese possibile che le persone Lo rattristassero, il nostro stupore di fronte alla Sua incredibile grazia sarebbe ancora maggiore.
D: In Romani 5:19, dato che l’universalismo viene confutato in altri versetti, in che modo sono stati giustificati tutti coloro che sono stati resi peccatori?
R: I cristiani non sono d’accordo su questo punto. Ecco alcune delle posizioni.
1. La base per una potenziale giustificazione di tutti.
2. Tutti gli eletti sono effettivamente giustificati, e per «tutti i peccatori» si intendono i peccatori eletti.
3. Formulazione imprecisa per dimostrare il parallelo: Cristo influisce sui propri con la stessa certezza con cui Adamo influisce sui propri.
D: In Romani 5:19, è il peccato a renderci peccatori, oppure è l’essere peccatori a farci peccare?
R: I cristiani talvolta discutono su questo punto, ma la risposta corretta è entrambe le cose. Un peccatore è colui che è separato da Dio. Peccare ci rende peccatori, ma già dalla nascita siamo venuti al mondo in uno stato iniziale di separazione da Dio. Pertanto, siamo innanzitutto peccatori per natura e, dopo aver peccato, diventiamo peccatori per azione.
D: In Romani 5:20, in che modo lo scopo della legge era quello di aumentare il peccato?
R: Romani4:15 e Romani 5:12 rispondono a questa domanda, dimostrando che Dio non considera peccato la trasgressione laddove non vi è legge. In altre parole, Dio non considera peccato il peccato involontario finché la persona non si rende conto che si tratta di un peccato. Romani 7:7-13 approfondisce ulteriormente l’argomento, concludendo che la legge fu data affinché il peccato potesse essere riconosciuto come tale.
Il termine «aggiunto» può essere tradotto più correttamente con «si è insinuato accanto». Si tratta dello stesso verbo utilizzato in Galati 2:4 per indicare i falsi fratelli che si erano insinuati accanto ai veri credenti.
D: In Romani 6, in che modo questo si ricollega a Romani 5?
R: Romani 5 parlava di due figure: l’uomo vecchio – Adamo – e l’uomo nuovo – Cristo. Romani 6 rende questo concetto personale, applicandolo alle nostre vite. Romani 5 si conclude trionfalmente affermando che dove il peccato è aumentato, la grazia è aumentata ancora di più. Romani 6 chiarisce perché non possiamo semplicemente continuare a peccare, dato che ora disponiamo della grazia.
D: In Romani 6, quali sono i cinque concetti chiave messi a confronto e contrapposti?
R: Il destino della nostra identità: (il nostro vecchio uomo conduce alla morte, mentre in noi c’è la nuova vita di Cristo), il potere che opera in noi (schiavi del peccato, liberi in quanto schiavi di Cristo). Paolo aveva già parlato delle persone prima e dopo Cristo, del peccato e della nuova vita, nonché della legge e della grazia, ma il capitolo 6 mostra come questi elementi si integrino tra loro.
Ecco la frequenza delle parole in questo capitolo.
voi/voi stessi/noi/ci/nostro (42 volte),
peccato/peccare (17 volte),
e morire/morì/morte (16 volte),
vivere/vita (8 volte),
Cristo/Gesù (6 volte),
schiavi/dominio/regno (11 volte) (schiavo/ridurre in schiavitù (8 volte))
Altre parole sono:
Libertà (4 volte)
grazia (3 volte)
Legge (2 volte)
Uniti in Cristo (2 volte)
D: In Romani 6:1, cosa può rispondere a un non cristiano che sostiene che i cristiani pensino di poter fare tutto ciò che vogliono perché hanno una «assicurazione contro il fuoco»?
R: Ci sono quattro ragioni per non farlo, supponendo che si tratti di un vero credente destinato ad andare in paradiso.
Romani 6:1-11 afferma che non è possibile, poiché, dal punto di vista della posizione, siete uniti a Cristo.
Romani 6:12-14 afferma che non ne avete bisogno, poiché, dal punto di vista dell’esperienza, la grazia di Dio ha spezzato il dominio del peccato su di voi.
Romani 6:15-19 afferma che non dovete farlo, perché, in modo categorico, non volete che il peccato vi domini.
Romani 6:20–23 afferma che è meglio che non lo facciate, poiché, in definitiva, il salario del peccato è la morte.
D: In Romani 6:1, cosa può dire a un cristiano antinomista?
R: C’è una differenza tra vivere sotto la grazia e abusare della grazia. Se foste un genitore con un figlio che si comporta male in un centro commerciale, lo portereste a casa prima del previsto. Se ci comportiamo male, anche il nostro Padre celeste può riportarci a casa prima del previsto. Grigori Rasputin e la setta russa dei Khlysty la pensavano così.
Dobbiamo comprendere che siamo rinati per qualcosa di meglio di questo. Una volta Agostino di Ippona fu avvicinato da una donna che era stata la sua amante prima che egli si convertisse a Cristo. Agostino si allontanò rapidamente. Lei lo chiamò: «Agostino, sono io, sono io!». Egli le rispose voltandosi: «Sì, lo so, ma non sono più io!».
D: In Romani 6:1,15, perché non dovremmo peccare affinché la grazia abbondi?
R: È un po’ come chiedersi quanto segue: poiché siamo grati a un medico che ci opera per salvarci la vita dopo un incidente stradale, dovremmo cercare di causare tutti gli incidenti possibili?
Come ha affermato John MacArthur, Jr.: «Perché dovremmo presumere che le persone che vivono in un ciclo ininterrotto di adulterio, fornicazione, omosessualità, inganno e ogni tipo immaginabile di eccesso flagrante siano veramente rinate?»
D: In Romani 6:1-4, cosa si dice riguardo al passaggio da un regno all’altro?
R: Proprio come un girino che respira sott’acqua diventa una rana che respira aria e non torna mai indietro, noi passiamo dal precipitare verso la morte al vivere una nuova vita. Non è solo che il «vecchio me» e la mia natura peccaminosa sono stati crocifissi con Cristo, ma piuttosto che tutto il mio essere è stato crocifisso con Cristo, perché era necessario che lo fosse.
D: In Romani 6,1-14 e Romani 6,15-23, quali sono le somiglianze e le differenze tra le due argomentazioni di Paolo in questi passaggi?
R: Entrambe le parti presentano una struttura simmetrica. Entrambe iniziano menzionando la grazia e approfondendone gli aspetti. La prima parte si conclude con il concetto di non essere sotto la legge ma sotto la grazia, mentre la seconda parte si conclude con la morte e il dono [gracioso] della vita eterna.
La prima parte, Romani 6,1-14, sottolinea la nostra unione con Cristo nella Sua morte, sepoltura e risurrezione, nonché la nostra morte al peccato e la nuova vita in Cristo. Non dice nulla riguardo all’essere schiavi.
La seconda parte, Romani 6:15-23, sottolinea che ogni persona è schiava del peccato o schiava di Dio. Non dice nulla riguardo all’unione con Cristo.
La prima parte dovrebbe precedere la seconda, poiché ne costituisce la causa prima. La prima parte sottolinea la nostra identità, mentre la seconda sottolinea il comando che Dio ci rivolge.
D: In Romani 6:4, cosa si afferma riguardo al battesimo?
R: Essere sepolti con Cristo nel battesimo non ha molto senso se si tratta di un battesimo per aspersione; solo l’immersione lo ha.
D: In Romani 6:5-7 si tratta della risurrezione di Cristo o della risurrezione dei credenti?
R: Qui Paolo si riferisce alla risurrezione di Cristo. Poiché Cristo è stato risuscitato alla vita (passato), noi abbiamo ora una vita nuova. Verremo risuscitati anche fisicamente, ma qui non si fa specifico riferimento alla fine dei tempi.
D: In Romani 6,5-7, in che modo siamo uniti a Gesù nella morte e nella nuova vita?
R: Romani 6 è una spiegazione più approfondita di come Dio opera la Sua salvezza in noi, come descritto in Filippesi 2:12-13. Alcuni interpretano gli scritti di Paolo sulla salvezza come giustificazione «giudiziale», altri come santificazione «partecipativa», ma la verità è che Paolo sottolinea entrambe. Non siamo sepolti nella nostra tomba, bensì, metaforicamente, sepolti insieme a Cristo nella Sua. Esistono almeno tre modi per considerare questo concetto.
Una rottura con la vecchia vita, un passaggio da un regno all’altro e una rinascita verso una nuova vita.
Rinunciare a un vecchio padrone e sottomettersi a un nuovo padrone.
Allontanarsi da un vecchio destino e abbracciarne uno nuovo.
D: In Romani 6:5-7; Galati 2:20; Colossesi 3:9; Efesini 4:22, in che modo il nostro vecchio io viene crocifisso in Cristo?
R: Non si parla della «nostra vecchia natura peccaminosa», ma piuttosto del «nostro vecchio io», ovvero di tutti noi. Abbiamo desideri, obiettivi, ambizioni, prendiamo decisioni e scegliamo come impiegare il nostro tempo e il nostro denaro. Essere crocifissi con Cristo influisce su ciascuno di questi ambiti.
Il Commentario evangelico sulla Bibbia, a pag. 937, vede in ciò una «tensione inevitabile» tra il nostro io autentico e il nostro io inautentico. Venire a Cristo non significa che la battaglia sia terminata; significa piuttosto che si sta appena entrando in battaglia.
D: In Romani 6:5; 8 e 1 Corinzi 15, i credenti erano morti con Cristo ma non erano ancora risorti con Lui, oppure erano già risorti con Cristo in Colossesi2:13 e ed Efesini 2:5-6?
R: Dal punto di vista della nostra posizione spirituale, siamo già risorti alla vita attraverso Cristo nel nostro spirito, e i nostri corpi saranno fisicamente risuscitati con Cristo in futuro. Oltre ai versetti citati nella domanda, quelli riportati di seguito sono ulteriori versetti con cui Paolo illustrava entrambi gli aspetti.
Romani6:11 recita: «Così anche voi dovete considerarvi morti al peccato, ma vivi per Dio in Cristo Gesù».
Romani 8:10-11 mostra chiaramente entrambi gli aspetti: «Ma se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, mentre il vostro spirito è [tempo presente] vivo a causa della giustizia. E se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti darà [tempo futuro] vita anche ai vostri corpi mortali tramite il Suo Spirito, che abita in voi».
Allo stesso modo, anche Colossesi 3:1-4 illustra entrambi gli aspetti. «Pertanto, poiché siete stati risuscitati [perfetto presente] con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle terrene. Infatti siete morti, e la vostra vita è ora [presente] nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, che è la vostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete [futuro] con Lui nella gloria».
Romani 6:5; 8 e 1 Corinzi non negano che siamo già risorti con Cristo nel nostro spirito e dal punto di vista posizionale. Anzi, affermano che non si tratta solo di una risurrezione spirituale, ma anche di una futura risurrezione fisica. Allo stesso modo, Colossesi 2:13 ed Efesini 2:5-6 non negano una futura risurrezione fisica; anzi, affermano che non si tratta solo di un evento futuro, ma anche di una vita presente nello spirito.
(Le citazioni bibliche sono tratte dalla BSB.)
D: In Romani 6:6, che cosa si intende esattamente per «corpo del peccato»?
R: Nel mettere a confronto e contrapporre la vita precedente e quella nuova, questo termine descrive due aspetti della nostra vita precedente. Prima di Cristo, noi, nel nostro corpo, siamo inclini a peccare e viviamo per il peccato. In secondo luogo, noi, nel nostro corpo, siamo schiavi del nostro padrone: il peccato. Da quando siamo venuti a Cristo, il corpo fisico è lo stesso, ma ciò che anima e motiva il corpo ora è diverso.
D: In Romani 6:7, poiché i cristiani sono morti in Cristo e sono liberati dal peccato, perché continuano a peccare?
R: Sebbene i cristiani sperimenteranno l’assenza di peccato in Paradiso, non è a questo che si riferisce questo versetto. Romani 6:7 non afferma che i cristiani siano senza peccato, ma solo che sono liberi dalla schiavitù del peccato.
Tuttavia, proprio come uno schiavo potrebbe non aver ascoltato o creduto al messaggio della propria liberazione, a volte i cristiani si comportano come se fossero ancora schiavi del peccato. Se un cristiano dicesse mai: «Devo peccare, non ho scelta», quel cristiano direbbe una falsità. Anche se abbiamo già una nuova vita in Cristo, Dio, attraverso Paolo, ritiene necessario darci qui un comando, al quale abbiamo la possibilità di obbedire o disobbedire. Sebbene Dio abbia dichiarato che il peccato non ha più alcun potere su di noi, dobbiamo scegliere attivamente di detronizzarlo nelle nostre vite.
Tutti i cristiani concordano sul fatto che siamo liberi dal peccato in due modi, ma gli studiosi divergono sull’intento principale di questo particolare versetto.
Siamo liberi dalla pena legale del peccato
«Siamo giustificati» New International Bible Commentary, pag. 1328
«Si prenda ad esempio l’uomo condannato a morire sulla sedia elettrica per l’omicidio di un agente di polizia. Non appena muore, egli viene liberato (letteralmente “giustificato”) da quel peccato. La pena è stata pagata e il caso è chiuso». Believer’s Bible Commentary, p. 1702. (Il grassetto è nell’originale.)
Il «Bible Knowledge Commentary: New Testament», pag. 463, afferma: «La clausola successiva (Romani 6:6b-7) spiega di fatto la prima clausola (v. 6a). Nel suo stato non rigenerato, un credente era schiavo del peccato. Ma il suo “vecchio uomo” è stato crocifisso (identificato) con Cristo, e questa è la base per la liberazione dalla schiavitù del peccato. Chiunque sia morto è stato liberato dal peccato. Le parole «è stato liberato» sono una traduzione approssimativa di dedikaiotai, letteralmente «è stato giustificato o dichiarato giusto». Il tempo perfetto di questo versetto descrive un’azione passata con un effetto o una forza che perdura. Il peccato non ha più il diritto legale di imporre il proprio dominio e controllo su un credente, poiché egli è morto con Cristo.» (Il grassetto è nell’originale.)
The Expositor’s Greek New Testament, vol. 2, pag. 633: «La morte libera gli uomini da ogni pretesa; in particolare (per tornare al caso che ci occupa) libera noi, che siamo morti con Cristo, dalla pretesa del peccato, il nostro vecchio padrone, di continuare a dominarci».
Siamo liberi dalla schiavitù del peccato
Douglas Moo esamina tre interpretazioni di questa espressione: liberi dalla pena legale, morti con Cristo e liberi dalla schiavitù, e afferma che la terza interpretazione è corretta. «La morte spezza la morsa del peccato su una persona». Douglas Moo in *The Wycliffe Exegetical Commentary*, pag. 394 (riferendosi ai commentatori Godet, Michel, Kasemann).
«Liberati dalle catene e dal potere [del peccato]» (NIV Study Bible, pag. 1714)
«Nel nostro rapporto con Cristo siamo liberi dalla schiavitù del peccato; tuttavia, anche per il cristiano è possibile “lasciare che il peccato regni” (Rm 6,12)». Hard Sayings of the Bible, pag. 553. (Corsivo nell’originale)
«In Cristo, i credenti sono potenzialmente padroni della morte e del peccato» Commentario evangelico sulla Bibbia, pag. 937
«Liberi dalla morsa del peccato. Il suo dominio è spezzato». The Expositor’s Bible Commentary, vol. 10, pag. 70.
D: In Romani 6:11, in che modo dobbiamo considerarci morti al peccato?
R: Vi sono tre aspetti.
Pagati per intero nel passato: i nostri peccati sono stati inchiodati alla croce da Cristo che è morto per noi. Siamo dichiarati santi, poiché il nostro debito è stato pagato per intero.
Nuova vita nel presente: oggi siamo liberati dal dominio del peccato e veniamo santificati, per diventare ogni giorno più santi. Non dobbiamo semplicemente combattere il peccato nella nostra vita; dobbiamo essere vincitori e vincere il peccato nella nostra vita. Se voi, in quanto cristiani, dite mai: «Sono solo un peccatore, non posso farci nulla», allora avete dimenticato il potere che è dentro di voi.
Senza peccato nel futuro: un giorno, in cielo, saremo totalmente privi di peccato. I desideri peccaminosi, i progetti e le dipendenze saranno tutti scomparsi. Ma dovremmo cercare di iniziare a vivere in questo modo già oggi.
D: In Romani 6:14, come spieghereste a un avventista del settimo giorno che non siamo sotto la legge ma sotto la grazia?
R: Non è il Monte Sinai a rendere santi in Cristo, ma il Monte del Calvario. Chieda innanzitutto se credono che non siamo sotto la legge ma sotto la grazia. Se non sono d’accordo, citi Romani 6:14 e chieda se ritengono che la Lettera di Paolo sia la Parola di Dio oppure no. Se rispondono di sì, dica che possiamo discutere di come non siamo sotto la legge ma sotto la grazia, ma affermare che siamo ancora sotto la legge non è un’opzione per un cristiano che crede nella Bibbia.
Gli avventisti del settimo giorno potrebbero sospettare che stiate usando la «grazia» come scusa per fare ciò che volete e peccare. Potrebbero anche sospettare (a ragione) che abbiate messo da parte il vecchio codice scritto. È così, perché servite secondo la nuova via dello Spirito, non secondo la vecchia via del codice scritto (Romani 7:6). Si veda anche 2 Corinzi 3:3, dove non seguiamo più la legge che Dio ha scritto sulla pietra, ma invece la legge che Dio ha scritto sulla carne del nostro cuore. Romani 9:32 mette in guardia dal comportarsi come gli ebrei che non perseguivano la giustizia mediante la fede, ma mediante le opere della legge. Cristo ha annullato il codice scritto in Colossesi 2:14. La nuova alleanza ha reso obsoleta quella vecchia, secondo Ebrei 8:13.
D: In Romani 6:18,22, in termini pratici, in che modo siamo liberati dal peccato?
R: Siamo liberati fin d’ora dal dominio e dal potere del peccato. Se voi, in quanto cristiani, dite mai: «Sono solo un peccatore, non posso farci nulla», allora avete dimenticato il potere che è dentro di voi.
D: In Romani 6:19, quando Paolo parla «secondo il modo degli uomini», sta forse semplificando il concetto?
R: Sì. La NIV traduce questa frase con «Lo esprimo in termini umani». Paolo sta per proporre una semplice analogia antropomorfa in termini comprensibili ai suoi ascoltatori. Ogni persona è o schiava di un padrone chiamato «Peccato», oppure schiava di un padrone chiamato «Obbedienza».
Una visione semplificata della verità rimane comunque vera, purché venga riconosciuta come tale e non come un’immagine speculare della realtà.
D: In Romani 6:21, quali tipi di frutti del peccato producono le persone di cui dovrebbero vergognarsi?
R: Ecco un modo per considerarli.
Egoismo e tempo sprecato, ignorando Dio e gli altri
L’odio e il ferire gli altri, sia i propri cari che gli estranei
Dipendenze e attaccamento alla ricerca di piaceri effimeri
Materialismo e uso improprio del denaro, dell’influenza e delle risorse
Energia e sforzo sprecati nel perseguire quanto sopra.
D: In Romani 6:22, quali sono i benefici della santità?
R: Vi sono aspetti sia presenti che futuri.
Presenti: siamo liberati dalla schiavitù del peccato (Romani 6,17-19)
Continueremo a peccare (1 Giovanni 1:8), ma non siamo tenuti a perseverare in alcun peccato (1 Giovanni 3:6,9).
Il peccato non regna più in noi, come afferma Romani 6:12,14.
Ora possiamo stare a testa alta, secondo Romani 6:21 ed Efesini 5:12.
Non dobbiamo più nascondere ciò che facciamo in segreto, come si legge in Efesini 5:12.
Abbiamo la pace di Dio in ogni situazione, come indicato in Filippesi 4:6-7.
Non siamo più ciechi, come dice Efesini 4:18
Quando abbiamo «perso la sensibilità» a causa del peccato, essa può tornare, come indicato in Efesini 4:19.
Ora siamo più saggi e meno stolti, come dice Efesini 5:15
Un vantaggio spesso trascurato è che, una volta che smettiamo di compiere azioni peccaminose in modo persistente, disponiamo di più tempo, come indicato in Efesini 5,15-16. Se una persona che trascorre tutti i propri fine settimana a fare festa o a ubriacarsi, per poi dormire fino a smaltire i postumi della sbornia, smette di farlo, ora ha a disposizione dei fine settimana liberi che prima non aveva.
Viviamo una vita più grata, come indicato in Efesini 5:20.
Siamo liberi di perseguire la giustizia. Quando siamo santi, siamo più simili a Dio, come indicato in 1 Pietro 1:15-16.
Stiamo cambiando, poiché in questo momento veniamo rinnovati secondo Efesini 4:23.
Smettiamo di diventare sempre più corrotti, come indicato in Efesini 4:22
Futuro: Sono i puri di cuore che vedranno Dio, come recita Matteo 5:8.
Siamo passati dalla morte alla vita, come indicato in 1 Giovanni 3:14 e in Romani 6:13
Abbiamo un’eredità nel Regno dei cieli, come indicato in Efesini 5:5
Saremo santi in cielo, poiché in cielo non c’è nulla di impuro. Coloro che hanno «lavato le loro vesti» saranno nel nuovo cielo e nella nuova terra, secondo Apocalisse 22:14-15.
D: Che cos’è un diagramma dei quattro aspetti?
R: Ecco un diagramma.
Alcune Chiese di Cristo, pelagianesimo | Teosi ortodossa orientale, movimenti di santità | |||
Liberi. Schiavi di Cristo hanno dato nuova vita | ||||
Il Vecchio Uomo deve essere crocifisso | Biblico Equilibrio | Uniti a Cristo che vive in noi | ||
In schiavitù. Schiavi del peccato conduce alla morte | ||||
Martin Lutero, i flagellanti cattolici (compreso Giovanni Paolo II) | I Khlysty di Rasputin, Rom 6,1.15a Il «facile credo» (antinomismo) | |||
Immaginate che qualcuno si concentrasse solo su uno o due lati del quadrato. Come sarebbe la sua teologia?
In basso a sinistra: se si concentrasse sulla schiavitù della volontà e sul fatto che dobbiamo far crocifiggere i nostri desideri peccaminosi ed egoistici, escludendo il fatto che ora siamo liberi e uniti a Cristo, potrebbe perdere di vista il concetto secondo cui ora siamo liberi dal peccato. Potrebbe dimenticare che ci si aspetta che ora siamo liberi dal peccato e che non continuiamo a peccare. Ciò non significa che non peccheremo mai più, ma che nessun peccato dovrebbe avere presa sulla nostra vita. Se ciò dovesse accadere, allora non avremmo una vita cristiana normale.
In alto a sinistra: se ci si concentrasse sul fatto che il vecchio uomo debba essere crocifisso e che dovremmo essere liberi di vivere una vita santa, tralasciando la misura della schiavitù nel peccato di una persona smarrita e la necessità della potenza di Cristo in noi, allora si rischierebbe di trascurare il fatto che una persona non può farcela da sola. È quasi come se una persona moralmente neutra dovesse ascoltare la verità e poi diventare santa da sola. Non è che Dio possa aiutarci a essere santi, ma piuttosto che dobbiamo avere Dio che opera in noi per essere santi.
In alto a destra: se si concentrassero sul fatto che siamo liberi di vivere una vita santa grazie a Cristo che vive in noi, potrebbero non comprendere appieno la potenza del peccato che deve essere vinta in un cristiano. Anche come credenti, pienamente impegnati ad amare e obbedire a Dio, nel nostro cuore è ancora in corso una battaglia. Dovremmo vincere questa battaglia con Cristo in noi, ma non bisogna sottovalutare la gravità della stessa.
In basso a destra: se si concentrassero su quanto siamo schiavi del peccato e su Cristo che vive in noi, con scarsa o nessuna aspettativa che dobbiamo essere crocifissi in Cristo e vivere una vita santa, allora potrebbero pensare di poter provare la gioia di essere nella volontà di Dio senza pentirsi e senza smettere di peccare.
D: In Romani 6:22, nell’evangelizzazione, quanto dovremmo sottolineare che i cristiani sono schiavi di Dio?
R: Quando una persona diventa cristiana, ciò non dovrebbe costituire una sorpresa per lei. Se parliamo di accettare Cristo come proprio Salvatore, ma tralasciamo di parlare dell’accettarlo come proprio Signore, abbiamo trasmesso solo una parte del messaggio. Di Gesù si parla come Signore nella predicazione del Vangelo in Atti 10:36; 16:31; 17:24-31; 22:10,19-20. Sebbene Atti 13:16-41 non parli di schiavi e del Signore, in Atti 13:24 si parla invece di pentimento. D’altra parte, in alcuni brevi discorsi Paolo non arrivò ancora a quella parte, come ad esempio in Atti 24:10-22.
D: In Romani 6:23, come riassumerebbe questo capitolo?
R: Vi sono due padroni (il peccato e Dio), due modalità (il salario e il dono gratuito) e due destini (la morte e la vita eterna).
D: In Romani 7:5, perché il «non» sembra spesso essere un invito all’azione a farlo?
R: Spesso è così che funziona la nostra natura peccaminosa. Il termine greco per «opportunità» era originariamente un termine militare che indicava una fortezza o una base operativa. Una parte dell’avere una natura peccaminosa consiste nel voler essere egoisti a scapito del servizio a Dio. Ma un’altra parte consiste nel voler ribellarsi a ciò.
D: In Romani 7:6, in questa illustrazione la legge mosaica è «morta»?
R: In un certo senso, sì. Matteo 5:17 afferma che Cristo non è venuto per abolire la legge, ma per adempierla. Egli disse in Matteo 5:18 che nulla della legge sarebbe venuto meno finché tutto non fosse stato adempiuto. Con la sua crocifissione, Cristo prese i precetti della legge e, metaforicamente, li inchiodò alla croce, come riportato in Colossesi 2:14. D’altra parte, in questa illustrazione, in Romani 7:4,6 siamo noi ad essere morti alla legge.
D: In Romani 7:6b, in che modo serviamo secondo il nuovo modo dello Spirito, e non secondo il vecchio modo della lettera, dal momento che Gesù ha affermato in Luca 16:16-17 che nemmeno un iota [dettaglio] sarebbe scomparso dalla Legge?
R: La Legge non è stata modificata, né da Gesù né da nessun altro. Tuttavia, Gesù ha adempiuto pienamente la Legge per noi, e ora serviamo secondo il nuovo modo dello Spirito, non secondo il vecchio modo della legge scritta. Gesù disse in Luca 16:16 che la Legge e i profeti erano validi fino a Giovanni. L’Antica Alleanza è obsoleta secondo Ebrei 8:13. Paolo affermò che la lettera uccide, ma lo Spirito dà vita in 2 Corinzi 3:6.
Ciò differisce dal concetto musulmano di abrogazione. Le parole trasmesse tramite Maometto potrebbero «annullare» le parole precedenti di Maometto, di Gesù o di qualsiasi altro profeta, apparentemente a piacimento. Gesù non ha annullato la Legge, ma l’ha adempiuta per noi, e ora noi serviamo in modo diverso.
Ad esempio, l’Antico Testamento proibiva il consumo di carne di cammello, gamberetti e carne di maiale. Gesù, dichiarando puri tutti gli alimenti (Marco 7:19 ), non ha modificato la Legge dell’Antico Testamento, ma ci ha indotti a servire in un modo nuovo.
Per inciso, i musulmani sottolineano talvolta che i cristiani non osservano le leggi alimentari dell’Antico Testamento. Tuttavia, nemmeno i musulmani lo fanno, poiché ritengono che fosse lecito che Maometto mangiasse carne di cammello. Neppure i cristiani criticano i musulmani (o chiunque altro) per il consumo di carne di cammello. Il punto è che, se i musulmani dovessero criticare Gesù o i cristiani per un insegnamento che sostituisce la legge, qualsiasi motivazione addotta costituirebbe molto probabilmente anche una critica a Maometto per aver mangiato carne di cammello e aver affermato di abrogare alcune cose.
D: In Romani 7:9, in che modo Paolo era vivo al di fuori della legge?
R: Romani 4,15 e 5,13 affermano che il peccato, pur continuando a esistere, non viene imputato laddove non vi è legge. Paolo si sentiva libero dal senso di colpa finché non conobbe la legge. Una persona non aveva, dal punto di vista giuridico, alcuna colpa per aver violato intenzionalmente una legge (morale o di altro tipo) se si trovava in uno stato di innocente ignoranza della legge stessa. Naturalmente, anche le persone che non conoscevano il giudaismo avevano la legge della propria coscienza scritta nei loro cuori. Paolo non si riferiva a un momento specifico della propria vita, ma piuttosto alla condizione presente nella vita di ogni singola persona.
D: In Romani 7:9-11, in che modo la legge lo ha ucciso?
R: Non è la legge in sé, ma piuttosto il peccato di disobbedienza alla legge. Paolo potrebbe riferirsi a Levitico 18,5, dove viene promessa la vita a coloro che obbediscono alla legge e la morte a coloro che la disobbediscono.
D: In Romani 7,11, che cosa si intende esattamente per «inganno del peccato»?
R: Il peccato dispiace a Dio, il peccato è male, fa del male a se stessi, il peccato fa del male agli altri, il peccato contagia e il peccato cresce, ma c’è un altro aspetto del peccato. Il peccato inganna, e lo fa in due modi. In primo luogo, il peccato vi induce a pensare che ciò che state facendo non sia sbagliato, o almeno non sia un errore molto grave. Coloro che provano cupidigia pensano che il loro desiderio sia sbagliato? – Di solito no. In secondo luogo, il peccato razionalizza per giustificare le proprie azioni. Si pensa: sì, è stato sbagliato ciò che ho fatto a quella persona, ma… se l’era cercata o se lo meritava. Sì, è stato sbagliato saccheggiare un negozio, ma quell’attività faceva parte del sistema. Sì, qualcosa è stato distrutto, ma non importa, perché l’assicurazione lo rimborserà. Sì, potrei fare qualcosa di sbagliato, ma anche altre persone lo fanno, e io non sono peggiore di loro.
D: In Romani 7:14-24, Paolo non sta criticando la legge, ma cosa sta dicendo esattamente riguardo alla legge?
R: La legge è superata per noi che siamo in Cristo. Curiosamente, ciò non significa che la legge sia superata per coloro che non sono in Cristo. Se essi rifiutano Cristo, allora la legge è l’unica cosa che hanno per salvarsi, e Paolo afferma che nessuno sarà giustificato dalla legge in Romani 3:20.
D: In Romani7:14 -24, si tratta di un’esperienza precristiana o postcristiana?
R: A livello pratico, i cristiani hanno vissuto questa lotta descritta in Romani 7:14-24 sia prima che dopo essersi convertiti a Cristo.
Prima di convertirsi a Cristo: alcuni non cristiani cercano di lottare contro la propria natura peccaminosa; altri hanno smesso completamente di lottare e si sono arresi. È vero che alcune sette e alcune correnti della psicologia comportamentale hanno indotto le persone ad abbandonare alcune abitudini malvagie, come l’uso di sostanze stupefacenti, ma si tratta solo di piccole vittorie tattiche mentre la guerra contro la nostra natura peccaminosa continua.
Dopo essersi convertiti a Cristo: anche dopo essere diventati cristiani, conserviamo ancora la nostra vecchia natura carnale. Tuttavia, ora abbiamo Cristo, che ci dona motivazione e speranza, e lo Spirito Santo dentro di noi, che ci aiuta a vincere. Il problema non risiede solo negli atti esterni di peccato che commettiamo. Il problema è ben più grave. I nostri cuori e le nostre menti sono corrotti interiormente, e Dio non ci dona solo il perdono, ma anche la purificazione e un processo di trasformazione per renderci più simili a Cristo. Agostino, Calvino, Lutero e altri riformatori condividevano questa visione.
Entrambe: Paolo non ha voluto specificare perché può riferirsi a entrambe. Nel brano utilizza sia il tempo passato che quello presente. Alcuni non credenti non provano alcuna difficoltà con il peccato: si sentono perfettamente a loro agio nel peccare quanto vogliono. Altri non credenti lottano duramente per cercare di condurre una vita retta. Altri ancora non commettono peccati gravi, senza alcuna difficoltà, e ritengono di condurre già una vita retta. Alcuni passano da una delle tre categorie all’altra. Si pensi a un non credente che lotta contro il fumo, l’obesità o qualcos’altro, e poi riesce a superarlo. Alcuni cristiani rientrano nella categoria di coloro che lottano, mentre altri in quella di coloro che superano le difficoltà. Dovremmo aspirare a passare alla categoria di coloro che superano le difficoltà.
D: In Romani 7,14-24, esisteva un insegnamento ebraico simile a questo?
R: Sì, simile in una parte, ma piuttosto diverso in un’altra. Secondo W.D. Davies in *Paul and Rabbinic Judaism* (1948), pp. 20-27, i rabbini insegnavano che nelle persone vi fossero due impulsi: uno buono e uno malvagio. Quello malvagio diventava più attivo una volta raggiunta l’età adulta. Quello buono si risvegliava quando si diventava un figlio della Legge. Paolo parla qui di due impulsi, ma nega quanto affermato dai rabbini riguardo al potere di compiere il bene attraverso la Legge.
D: In Romani 7,18, perché Paolo afferma che nulla di buono dimora nella sua carne peccaminosa?
R: Perché effettivamente non c’è nulla di buono. Le persone nutrono il desiderio di essere autonome come piccoli dei. Dovremmo guardare a Gesù dieci volte più di quanto guardiamo a noi stessi.
D’altra parte, non siamo «completamente depravati», nel senso di essere quanto di peggio si possa immaginare. Anche gli atei possono fare beneficenza e aiutare il prossimo. Ma siamo «totalmente depravati» nel senso che siamo in una condizione talmente grave da non poter nemmeno avvicinarci a Dio senza che sia Lui a venire prima da noi.
D: In Romani 8:1 e Romani 7:25b, cosa c’è di curioso in questa transizione?
R: Paolo usa spesso il termine greco che significa «pertanto» quando passa a una nuova sezione del ragionamento. Tuttavia, in questo caso, Paolo ha utilizzato «pertanto» in Romani 7:25b e nuovamente in Romani 8:1, come se si trattasse di una divisione davvero netta nel ragionamento. Il primo «pertanto» riassumeva la sezione precedente, mentre il secondo ne illustra le implicazioni.
D: In Romani 8:2, in che modo la legge della vita in Cristo ci libera dalla legge del peccato e della morte, dato che una legge è una legge?
R: Una legge può sostituire un’altra legge. Ad esempio, quando lancio un oggetto in aria, esso NON ricade a terra. Forse è perché ciò che stavo lanciando era un pappagallino vivo. Come afferma il «Believer’s Bible Commentary» alle pagine 1708-1709, la legge di gravità non è mai venuta meno, ma la legge della vita dell’uccello ha sostituito la legge di gravità. La legge che ci era stata data non era cattiva, ma, indebolita dalla nostra carne umana, era incapace di darci la vita.
D: In Romani 8:3, cosa c’è di insolito in questa formulazione?
R: Sia in greco che in inglese, il verbo principale, che è ovviamente «Dio fece», sembra mancare. In alcune traduzioni è riportato in corsivo. Paolo ha iniziato il suo ragionamento in un modo, per poi, a metà frase, cambiare apparentemente direzione. Si tratta di un anacoluto, ovvero una «costruzione interrotta». Ciò è insolito sia in greco che in inglese. Il greco di Paolo era in realtà piuttosto buono, ma a quanto pare in questo punto si stava lasciando trasportare dall’entusiasmo.
D: In Romani 8:3 la nostra carne è cattiva?
R: È stata creata buona, ma è caduta nel peccato. Il termine greco qui è «carne peccaminosa» (sarx), non «uomo peccaminoso» come riporta la NIV. Gesù aveva la stessa carne che avevamo noi, e non era cattiva. Ma quando non teniamo a freno i nostri desideri carnali, allora la nostra carne diventa peccaminosa per noi. Gesù era realmente nella carne, ma era solo nella «somiglianza» della carne peccaminosa.
D: In Romani 8:6-7, quali sono le quattro caratteristiche che Paolo elenca riguardo all’avere una mentalità carnale?
R: Ecco le caratteristiche.
a) La morte. Non si tratta solo della morte fisica, ma del permanere nella morte spirituale.
b) Ha inimicizia contro Dio. Ciò significa opporsi a tutto ciò che Dio comanda.
c) Non è né può essere soggetta alla legge di Dio. Non è disposta a sottostare alla legge di Dio.
d) Non può piacere a Dio. Se non si vuole essere soggetti a Dio e si nutre inimicizia verso di Lui, allora nemmeno i piccoli passi positivi piacciono a Dio.
Nella storia inglese si narra la storia di Robin Hood, che derubava i ricchi (il che è male) e dava ai poveri (il che è bene), secondo l’idea che il male e il bene si bilanciassero a vicenda. Ciò è del tutto non biblico; se si «sta con un piede in due scarpe» e non si ha una mentalità spirituale, anche «nutrendo i poveri» non si compie la volontà di Dio.
D: In Romani 8:7, dovremmo cercare un significato spirituale nella Bibbia anziché il significato letterale?
R: Dobbiamo stare attenti a non presumere che vi sia alcuna contraddizione tra il significato letterale e un «significato spirituale». Esistono diversi livelli di comprensione e nella Bibbia si trovano molte verità profonde, ma le diverse verità sono complementari; altrimenti non sarebbero tutte vere.
Possiamo presumere che Dio abbia voluto che la Sua parola fosse compresa dai Suoi figli. Quando qualcuno afferma di aver bisogno di una conoscenza segreta o speciale per comprendere cose che Dio non ha permesso ad altri cristiani di comprendere, allora la sua «comprensione speciale» è sospetta in quanto frutto della sua fantasia.
Quando un genitore, un primo ministro o un generale impartisce un ordine, desidera che venga eseguito nel modo da lui inteso, non reinterpretato in modo da diventare l’opposto di ciò che ha detto. Anziché chiederci se dovremmo interpretare la Bibbia «letteralmente», «spiritualmente», «in modo letterale» o «allegoricamente», dovremmo semplicemente voler interpretare la Bibbia nel modo in cui Dio e gli autori umani l’hanno intesa.
D: In Romani 8:9-11, 14-15, è possibile che qualcuno sia un vero cristiano senza avere lo Spirito Santo che dimora in lui?
R: Questi versetti dicono di no. Una volta una Testimone di Geova mi ha affermato di non avere lo Spirito Santo che dimora in lei, poiché i Testimoni di Geova insegnano tipicamente che solo i 144.000 hanno lo Spirito Santo in loro. Le mostrai Romani 8:9-11 e lei era quasi in lacrime. Anche se mi piacerebbe dirvi che in seguito abbia voluto diventare cristiana e avere lo Spirito Santo dentro di sé, non è ciò che accadde. La settimana successiva tornò nel mio ufficio e mi disse che, dopotutto, immaginava che lo Spirito Santo fosse dentro di lei.
D: In Romani 8:9-11, 14-15, se lo Spirito Santo deve essere in voi per essere figli di Dio e il parlare in lingue è una prova dello Spirito Santo, allora tutti coloro che non parlano in lingue non sono salvati, come insegnano le chiese pentecostali unitariane?
R: No. Il parlare in lingue non è l’unica prova dello Spirito Santo, e non è nemmeno la prova principale, come dimostrano Galati 5,22-24 e 1 Corinzi 13,1. Galati 5,22-24 elenca il frutto (non i frutti) dello Spirito. 1 Corinzi 12:29-31 mostra che non tutti parlano in lingue, proprio come non tutti compiono miracoli e non tutti sono maestri. 1 Corinzi 12:31-14:1 mostra che la parte più centrale è l’amore, e Giovanni 14:15,21 mostra che un frutto essenziale della vita di un cristiano è l’obbedienza alle parole di Gesù.
D: In Romani 8:9-11,15, se lo Spirito Santo deve essere presente in una persona, altrimenti quella persona non appartiene a Cristo, allora a) tutti i neonati che muoiono vanno all’inferno perché lo Spirito Santo non è in loro, oppure b) lo Spirito Santo è presente in tutti i neonati, oppure c) altro?
R: La risposta è «altra», poiché la Scrittura non insegna né a) né b). Tre punti da considerare nella risposta.
1. Ad eccezione di Gesù e di Giovanni Battista (Luca1:40 -44), i neonati non possiedono lo Spirito Santo. Nasciamo separati da Dio (Efesini 2:3).
2. Dio ha dimostrato nella Sua Parola che tutti coloro che saranno salvati lo saranno per mezzo di Cristo (Giovanni 14:6; Ebrei9:15 ;10:10 ,14,19).
3. Tuttavia, proprio come Dio era libero di salvare le persone ai tempi dell’Antico Testamento, prima del Vangelo e persino prima della Legge, Dio può salvare come desidera attraverso Cristo.
Sintesi: Cerchiamo di stare attenti a non porre restrizioni al modo in cui Dio deve operare. È vero che Dio non opererà in contraddizione con quanto ha rivelato nella Scrittura, ma dobbiamo stare attenti a non andare oltre ciò che è scritto, come ci ricordano 1 Corinzi 4:6 e Proverbi 30:5-6.
D: In Romani 8:9, perché lo Spirito Santo viene chiamato lo Spirito di Cristo?
R: Egli è lo Spirito di Cristo per almeno tre ragioni.
1. All’interno della Trinità, lo Spirito Santo è stato mandato dal Padre e da Gesù.
2. All’interno della Trinità, lo Spirito Santo nella nostra vita rappresenta Gesù.
3. Un approfondimento della dottrina della Trinità mostra che le persone della Trinità dimorano l’una nell’altra, forse in modo simile a come lo Spirito dimora in noi.
D: In Romani 8:10, l’opposizione tra «corpo» e «spirito» indica la carne peccaminosa contrapposta al nostro spirito oppure l’insieme di noi tutti contrapposto allo Spirito Santo?
R: I teologi cristiani non sono d’accordo; Paolo a volte usa il termine «corpo» per indicare la nostra natura peccaminosa, altre volte per indicare tutti noi. Paolo usa la parola «Spirito/spirito» 21 volte in Romani 8 (17 volte nei versetti 1-17), e almeno 18 di queste si riferiscono allo Spirito Santo. Paolo usa la parola «carne» dieci volte in Romani 8:1-17, nessuna volta in Romani 8:18-39. Tuttavia, Paolo non usa la parola «gloria» in Romani 8:1-16, mentre la usa quattro volte in Romani 8:17-39.
La carne peccaminosa contrapposta al nostro spirito: si tratta di una visione tipicamente greca delle cose e la maggior parte dei commentatori concorda sul fatto che questo fosse il pensiero di Paolo.
Tutti noi contro lo Spirito Santo: questo è un modo ebraico di vedere le cose. Molti dei primi cristiani e il «The Expositor’s Bible Commentary», vol. 10, pag. 90, condividono questa visione.
D: In Romani 8:12-13, in che modo mettiamo a morte le opere della carne?
R: Questo processo che compiamo in questa vita è chiamato «mortificazione», secondo il *The Expositor’s Bible Commentary*, vol. 10, pagg. 91-92, e il *The Wycliffe Exegetical Commentary: Romani 1-8*, pag. 529.
D: In Romani8:15 e ed Efesini3:14 -15, in che senso Dio è nostro Padre?
R: Nel libro *Now That’s a Good Question*, alle pagine 13-14, si menziona che uno studioso tedesco ha scoperto che in tutti gli scritti ebraici biblici ed extra-biblici presenti in Italia fino al X secolo d.C., mai una volta un ebreo (al di fuori della Bibbia) si è rivolto a Dio in prima persona chiamandolo «Padre». …O Dio, Tu sei il nostro Padre. Gesù lo fece, e Paolo ci incoraggiò a farlo anche noi.
Nell’Antico Testamento, Dio viene chiamato «Padre» in prima persona in Isaia 63:16 (due volte) e in Isaia 64:8. Dio ricorda al suo popolo che lo chiamavano «mio Padre» in Geremia 3:4. In molti altri passi (Salmo 68:5; Isaia 9:6; Geremia 3:19; 31:9; Malachia 1:6; 2:10, ecc.) Dio viene chiamato Padre, ma non in prima persona.
D: In Romani 8:16,17, tutte le persone sono figlie di Dio in questo passo?
R: No. Sebbene la Chiesa mormone abbia insegnato che tutti gli esseri umani sono figli spirituali di Dio (e delle sue numerose mogli-dee), Romani8:15 afferma specificatamente che siamo figli di Dio per adozione. Sebbene sia vero che ogni persona, animale, pianta e demone faccia parte della creazione di Dio, Romani 8 si riferisce esclusivamente a coloro che sono rinati.
D: In Romani 8:17, chi esattamente dovrebbe essere glorificato?
R: Non si tratta di un gruppo selezionato di persone, bensì di tutti i credenti.
D: In Romani 8:17, possiamo diventare dei esaltati, come insegna la setta del mormonismo?
R: No. Si tratta di un errore molto antico, che ha preceduto di gran lunga il mormonismo. Adamo ed Eva furono tentati con questo insegnamento errato in Genesi 3:4. Lo stesso Satana voleva diventare come Dio in Isaia 14:12-15.
Come disse Davide nel Salmo 23:6: «… e abiterò nella casa del Signore per sempre». Pertanto, gli uomini mormoni non avranno pianeti propri, né un proprio harem di mogli-dee. Un mormone una volta mi disse: «Penso che Dio abbia commesso molti errori e, quando diventerò un dio, farò di meglio». Pertanto, l’obiettivo di un cristiano, ovvero servire Dio per sempre in Paradiso, e l’obiettivo di molti mormoni sono molto diversi.
D: In Romani8:19 -22 e Romani5:12 -14, la morte degli animali avveniva prima della Caduta?
R: La morte dei microbi sì; altrimenti come potrebbero i pesci nutrirsi di plancton? Quindi, fino a quale livello di complessità della vita si estendeva la morte prima della Caduta? I cristiani hanno due punti di vista al riguardo.
Sì. Questi versetti della Lettera ai Romani si riferiscono esclusivamente alla morte umana, pertanto la Bibbia non lo afferma. Le prove fossili indicano che animali grandi e piccoli venivano predati già prima della Caduta dell’uomo.
No. Questi versetti si riferiscono alla morte di tutti gli animali dotati di autocoscienza. Mentre le piante, i microbi e gli animali inferiori privi di «nephesh-vita» (ovvero autocoscienza) morivano prima della Caduta, gli animali superiori non morivano prima della Caduta.
D: In Romani8:19 -22, perché Dio permette il male in un mondo decaduto?
R: Sia i quotidiani che la Bibbia dimostrano che il mondo contiene sia il male che il bene. Secondo Giovanni 9:1-3, l’uomo non era nato cieco a causa del proprio peccato o di quello dei suoi genitori. In Luca 13:1-5, i Galilei uccisi e coloro sui quali cadde la torre di Siloé avrebbero potuto meritare tali eventi, ma non li meritavano più di chiunque altro.
Romani 8:19-22 mostra che, dopo la Caduta, Dio ha sottoposto il creato alla corruzione. All’uomo corrotto non è stato permesso di vivere in un creato incorrotto. Abbiamo disastri naturali, ingiustizie temporanee e la disumanità dell’uomo verso l’uomo. Fin dalla Caduta, 1 Giovanni5:19 afferma che il mondo intero è sotto l’influenza del maligno. Il dio di questo mondo è Satana, secondo 2 Corinzi 4:4. Satana è il principe di questo mondo in Giovanni 12:31;14:30 ,16:11 ; Efesini6:12 ; e Colossesi 1:13. Si veda anche la discussione su Efesini 2:2 per ulteriori informazioni.
D: In Romani 8:21, la libertà di un cristiano include la libertà di fare tutto ciò che vogliamo?
R: Una setta denominata «I Figli di Dio», nota anche come «La Famiglia dell’Amore», insegnava che i propri membri dovessero godere di libertà sessuale al di fuori del matrimonio.
A quanto pare, questa questione si presentò anche ai tempi del Nuovo Testamento, poiché Paolo affrontò questo argomento in 1 Corinzi 5:9-11 e in Romani 6:1.
1 Corinzi 5:9-11 afferma che non dovremmo nemmeno mangiare con persone che si definiscono cristiane e compiono tali azioni.
Romani 6:1 dimostra che è impossibile avere questo atteggiamento e vivere in Cristo.
Un enigma che ho sentito è questo: «Qual è il minimo che si possa fare per continuare a essere cristiani?» La risposta è: «Se state ancora ragionando in questi termini, non ci siete ancora riusciti».
D: In Romani 8:23, i credenti gemono perché possiedono i primi frutti dello Spirito, o nonostante possiedano i primi frutti dello Spirito?
R: La grammatica non lo specifica, e la risposta più probabile è entrambe le cose. Le è mai capitato di assaporare un piccolo assaggio di qualcosa di delizioso e poi di non vedere l’ora di poterlo avere tutto? Avere lo Spirito è proprio così. Abbiamo un piccolo assaggio della gioia del Signore nello Spirito, e non vediamo l’ora di averla completamente.
D: In Romani 8:23 siamo adottati come figli di Dio, o rinati come dice Giovanni 3:16, e si tratta di un evento presente o futuro?
R: Entrambe le metafore esprimono la verità. Un figlio adottivo gode di tutti i diritti di un figlio naturale. Tutti noi, uomini e donne, siamo già figli di Dio. Sia i figli naturali che quelli adottivi ricevono l’eredità di famiglia, ma finora abbiamo ricevuto solo una piccola parte di ciò che otterremo in quanto figli di Dio.
D: In Romani 8:26, lo Spirito Santo è il nostro Mediatore, oppure è Cristo il nostro Mediatore, come afferma 1 Timoteo 2:5?
R: Lo Spirito Santo intercede per noi nella preghiera. Il termine greco che significa “aiuta”, synantilambanetai, evoca l’immagine di una persona che aiuta un’altra a portare un carico pesante. Lo Spirito Santo non ha mediato né espiato per noi sulla croce, né ha mediato per noi in qualità di Sommo Sacerdote, poiché solo Gesù ha compiuto ciò.
D: In Romani 8:28, in che modo tutte le cose possono concorrere al bene di coloro che sono chiamati?
R: Tra milioni di anni, o comunque venga misurato il tempo in Paradiso, potremo guardare indietro e vedere come Dio abbia utilizzato ogni cosa nella nostra vita, persino le cose negative, per istruirci, farci crescere e purificarci.
D: In Romani 8:28-39, una mia amica mi stava leggendo il libro di Charles Stanley sulla «sicurezza eterna» e, quando è arrivata alla parte sull’amore incondizionato di Dio, si è opposta chiedendo: «In quale punto della Bibbia si dice che l’amore di Dio è incondizionato?». Lei appartiene alla denominazione «Chiesa di Cristo» e ritiene che una condizione per la salvezza sia il battesimo in acqua; pertanto, secondo lei, l’amore di Dio e la salvezza per noi dipendono dal fatto di essere battezzati. Come avrei dovuto risponderle?
R: Charles Stanley offre ottimi spunti sulla Bibbia e sulla salvezza, e ha ragione.
Il Salmo 145:17 afferma che Dio è amorevole verso tutto ciò che ha creato, il che include la misericordia che Egli ha dimostrato anche verso coloro che sono perduti per l’eternità.
Tuttavia, la Bibbia non insegna mai che Dio sia «tutto amore», poiché sono la giustizia e l’ira, non l’amore verso Satana e i demoni, a mandarli nel lago di fuoco. Non tutte le persone andranno in paradiso, ma solo gli eletti che Dio ha preconosciuto e predestinato.
Ma Dio nutre un amore speciale per alcuni, chiamati gli eletti (coloro che sono destinati al paradiso). Tuttavia, Romani 8:28-39 insegna che nulla può separarci (noi che siamo chiamati) dall’amore di Dio. Per gli eletti, quanto più incondizionato può essere questo amore?
È stato il nostro amore a «dare origine» all’amore di Dio verso di noi, oppure è stato l’amore di Dio a dare origine al nostro amore per Lui? 1 Giovanni 4:10,19 mostra che Dio ci ha amati per primo. In Giovanni 6:65 Gesù disse: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a Me se non gli è stato concesso [attirato/reso possibile] dal Padre». Calvinisti e non calvinisti sono in disaccordo sul fatto che ciò valga per tutti o solo per alcuni:
Calvinisti dei cinque punti: il Padre ha reso capaci solo alcuni. Pertanto Gesù non è morto per alcuni, e costoro non hanno mai rifiutato la salvezza che Gesù aveva offerto loro, poiché Dio non aveva alcun desiderio di concedere loro alcuna opportunità sin dall’inizio. Dio non ha cause perdute.
Tutti gli altri: il Padre ha preventivamente reso tutti capaci, ma alcuni scelgono di gettare via ciò che è stato loro offerto. Dio Figlio provò una tale tristezza per la causa perduta di coloro che erano a Gerusalemme (Matteo 23:37-39).
A prescindere da ciò, tuttavia, molti membri della «Chiesa di Cristo» semplicemente non comprendono Efesini 2:4, 8-10. Le nostre opere non contribuiscono in alcun modo alla nostra salvezza. Siamo salvati per grazia ATTRAVERSO LA FEDE, … NON PER LE OPERE. La fede è qui espressamente esclusa in quanto opera, e il battesimo in acqua è un’opera che costituisce un segno della nostra fede, ma siamo salvati per la grazia di Dio, non per l’acqua. Quando dovete scegliere tra ciò che ha detto un membro della “Chiesa di Cristo” e l’apostolo Paolo, seguite l’apostolo Paolo.
D: In Romani 8:29, chiunque Dio abbia preconosciuto può andare all’inferno?
R: No. Il termine «preconosciuto» in questo contesto significa che Dio sapeva in anticipo che sarebbero andati in Paradiso. Questa domanda contiene un errore logico. Poiché Dio è al di là del tempo, questa domanda equivale a chiedere: «È possibile che qualcuno che è stato a Toledo non sia mai stato a Toledo?»
D: In Romani 8:29 ed Efesini 1:4, la predestinazione è solo una dottrina calvinista?
R: No. Questi versetti dimostrano che si tratta di una dottrina biblica per tutti i cristiani, sia non calvinisti che calvinisti. I calvinisti potrebbero avere alcune interpretazioni errate riguardo alla predestinazione, ma alcuni di loro offrono anche spunti utili.
Dio conosce con certezza ogni cosa riguardo al futuro, ma la Sua conoscenza non elimina il nostro libero arbitrio né diminuisce la nostra responsabilità. Non possiamo affermare: «Dio sapeva che l’avrei fatto, quindi non avevo scelta, dovevo farlo». In Atti 2:23, Gesù Cristo fu consegnato ai Giudei secondo il disegno prestabilito e la prescienza di Dio, eppure coloro che crocifissero Gesù erano colpevoli di peccato (Giovanni19:11 ). Ecco un esempio. Possiamo leggere un libro su George Washington che attraversò il fiume Delaware oltre 200 anni fa. La nostra conoscenza quasi certa, derivante dal libro, non ha costretto George Washington a compiere tale azione. Supponiamo di poter tornare indietro con una macchina del tempo a 400 anni fa e di portare con noi il libro. Non avremmo comunque fatto nulla che costringesse George Washington a compiere alcuna azione.
Dio esiste al di fuori del tempo (Tito 1:2), così come al suo interno, e la Sua prescienza non ci ha costretti a fare nulla.
La prescienza di Dio riguardo a noi precede la Sua predestinazione / elezione nei due versetti che menzionano entrambe insieme (Romani8:29 ; 1 Pietro 1:2). I calvinisti tendono a invertire l’ordine di questi concetti. Dio sceglie chiunque Egli scelga, e poi lo conosce in anticipo. Gli arminiani (non gli armeni) tendono ad affermare che Dio abbia scelto prima dell’inizio dei tempi sulla base della Sua prescienza. Tuttavia, se Dio è veramente al di fuori del tempo, allora entrambe le cose potrebbero essere simultanee.
La sovranità di Dio Onnipotente non nega il nostro libero arbitrio, sebbene i calvinisti in genere sostengano il contrario. Sono accadute alcune cose che «non erano passate per la mente di Dio», come i sacrifici di bambini in Geremia 32:35, e sono morte persone che non avrebbero dovuto morire in Ezechiele 13:19. Accadono alcune cose che rattristano Dio. Eppure, d’altra parte, ogni cosa concorre al bene secondo il piano di Dio (Efesini1:11 ). Come si conciliano queste due idee? Attraverso il concetto di «sovranità delegata». Dio potrebbe avere il controllo totale su ogni cosa, in modo tale che nulla potesse dispiacergli e che fossimo tutti dei robot. Tuttavia, Dio, che può fare qualsiasi cosa, apparentemente ha scelto di delegare la Sua sovranità, per un certo tempo e entro certi limiti, in modo tale che noi abbiamo la capacità di scegliere se obbedire o disobbedire a Dio. A quanto pare, Dio ha attribuito grande valore all’uomo, creato a Sua immagine, affinché le persone potessero scegliere liberamente di amare il Signore. Dio attribuisce a questo un valore così grande, da permettere alle persone di rifiutarLo e di subire le conseguenze della loro scelta.
Che cos’è il libero arbitrio? Martin Lutero scrisse un intero libro, *La schiavitù della volontà*, in cui affermava che il libero arbitrio fosse una falsa dottrina. Lutero qui ha mancato il bersaglio, poiché ha portato le cose a estremi non biblici. Nasciamo con una volontà asservita al peccato (come concorderebbe Lutero), ma disponiamo comunque della libera volontà per gridare aiuto. Abbiamo il libero arbitrio, e anche un tossicodipendente possiede il libero arbitrio. Il tossicodipendente potrebbe non avere la forza di liberarsi dalla sua dipendenza, ma può imbattersi in un centro di riabilitazione, cadere a terra e dire: «Aiutatemi». Alcuni farebbero una distinzione tra un libero arbitrio moralmente neutro e senza vincoli (il che è contrario alle Scritture) e ciò che noi possediamo, definendo quest’ultimo «libera scelta». Altri, specialmente i cristiani della Chiesa primitiva, utilizzano il termine «libero arbitrio» per riferirsi al concetto biblico.
In sintesi, Dio ci predestina, e noi possediamo anche il libero arbitrio, inteso correttamente. Prima dell’inizio dei tempi, la scelta di Dio riguardo a chi sarebbe andato in paradiso non era cieca né capricciosa, ma ogni singolo giorno della nostra vita era scritto nel libro di Dio (Salmo 139:16) nel momento in cui Egli ci ha scelti.
D: Romani 8:29-30 insegna l’eresia dell’universalismo, secondo cui tutti saranno salvati?
R: No. Romani 8:29-30 afferma che tutti coloro che sono stati conosciuti in anticipo e predestinati saranno glorificati. In questi versetti non vi è nulla che indichi che tutte le persone siano conosciute in anticipo e predestinate alla salvezza.
Ecco ciò che insegna la falsa religione della Chiesa dell’Unificazione del reverendo Moon nel proprio libro, il Principio Divino (quinta ed. 1977), seguito in seguito da ciò che insegna la Bibbia.
Principio Divino, pag. 190: «Lo scopo ultimo della provvidenza di Dio per la restaurazione è salvare l’intera umanità. Pertanto, è intenzione di Dio abolire completamente l’Inferno, una volta trascorso il periodo necessario per il pieno pagamento di ogni indennizzo».
Principio Divino, pag. 191: «Quando giungeranno gli Ultimi Giorni, anche gli spiriti maligni scenderanno tra gli uomini terreni dello stesso livello e, cooperando con loro, prenderanno parte al compimento della volontà di Dio. Infine, dopo un periodo di tempo adeguato, si raggiungerà lo scopo unificato della creazione».
Principio Divino, pag. 200 «Sebbene i tempi della loro salvezza possano differire, tutti gli uomini caduti sono predestinati a essere salvati».
La Bibbia: La punizione dei miscredenti è perpetua ed eterna (Matteo 18:8, 25:41,46, Giuda 7). Si tratta di un fuoco inestinguibile (Isaia 66:24, Matteo3:12 , Luca3:17 ).
Rev 14:11 Dice: «E il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli. Giorno e notte non c’è riposo per coloro che adorano la bestia e la sua immagine...»
D: In Romani 8:30, quale percentuale di persone che soddisfano un requisito passa al requisito successivo?
R: Al 100%. Chiunque sia predestinato è chiamato. Chiunque sia chiamato è effettivamente giustificato. Chiunque sia giustificato è glorificato.
D: In Romani 8:30, poiché un giorno saremo creature glorificate in cielo, come dovremmo vivere in questo modo già ora, senza essere arroganti?
R: Poiché un giorno saremo privi di peccato e di male, dovremmo cercare di vivere in quel modo già ora. Se lo facciamo, e siamo il più umili possibile, dobbiamo renderci conto che alcuni potrebbero comunque definirci arroganti. (È davvero arrogante pensare di essere così buoni da non voler uscire a ubriacarsi con me.) Ma dovremmo davvero non avere alcuna arroganza, perché Dio ci dice di essere umili. Una seconda ragione è che in realtà non abbiamo nulla di cui essere arroganti. Quale cosa buona possiede che non sia stata un dono di Dio?
D: In Romani 8:32, la parola “altro” nel testo greco corrisponde a quella presente nella Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova (rivista nel 1970 d.C., pag. 1227)?
R: No, non lo è. La Traduzione del Nuovo Mondo aggiunge la parola “altro” in corsivo in alcuni punti, ad esempio quattro volte in Colossesi 1:16-20. Il corsivo indica che tale termine non è presente nel testo greco. Tuttavia, la parola “altro” non compare in Romani8:32 o né in Filippesi 2:9 nel testo greco, e la Torre di Guardia ha omesso di metterla in corsivo. Ha inoltre aggiunto “altro” in Atti 10:36, inserendolo tra parentesi quadre.
D: In Romani 8:39, cosa c’è di interessante nelle parole di Paolo riguardo all’altezza e alla profondità?
R: Il significato preciso era “corpi celesti sopra l’orizzonte” e “corpi celesti sotto l’orizzonte”. Un altro modo di interpretarlo è che non dobbiamo preoccuparci di nulla che riguardi i cieli o l’inferno, né tantomeno delle superstizioni dell’astrologia e del destino che ci separano dall’amore di Dio.
D: In Romani 8:39, è possibile perdere la propria salvezza?
R: I cristiani autentici non sono d’accordo su questo punto. Per ulteriori informazioni, si veda la discussione su Ebrei 6:4-12 ed Efesini 1:14.
D: In Romani 9:1-4, dovremmo provare qualche rammarico per i perduti?
R: Sì. Paolo era certamente affranto per queste persone. Allo stesso modo, Geremia è chiamato il profeta piangente a causa del dolore che provava per i perduti, come si legge in Geremia 9:1-2 e in altri passi. Gesù provava un grande dolore per coloro che a Gerusalemme Lo avevano respinto, come si legge in Matteo 23:37-39. Se vogliamo seguire l’esempio dei profeti, degli apostoli e di Gesù, e non proviamo alcun dolore o rammarico per i perduti, allora c’è qualcosa che non va in noi.
Gli ebrei possedevano sia il legame di sangue che il comportamento, ma non avevano fede nel Messia che doveva venire, né vedevano la necessità della fede. Molti ebrei erano orgogliosi dei loro grandi sforzi, ma non volevano accettare che fosse per grazia, non per le loro opere. Un interessante contrasto è dato dal punto di vista di Paolo: il dolore per queste persone, e dal punto di vista degli ebrei non salvati: Paolo era un traditore.
C’è una barzelletta in cui un uomo chiedeva a una signora in una chiesa battista come se la cavasse il loro pastore. La signora rispose: «Oh, l’abbiamo licenziato qualche tempo fa perché diceva che tutti coloro che rifiutano Gesù andranno all’inferno». L’uomo rimase scioccato, poiché questo è ciò che affermano i cristiani, battisti compresi. Chiese quindi: «E il vostro nuovo pastore cosa dice?». La signora rispose: «Oh, dice che anche tutti coloro che rifiutano Gesù andranno all’inferno». L’uomo chiese allora: «Ma qual è la differenza?». La signora spiegò che il primo pastore lo diceva con gioia nella voce, mentre il secondo lo diceva con le lacrime agli occhi.
D: In Romani 9:4 e seguenti, 6-9, poiché le promesse di Dio sono certe, perché per alcuni si sono rivelate inefficaci?
R: Le promesse di Dio sono buone, ma occorre considerare l’ambito di applicazione della promessa. A volte l’ambito è limitato ad alcuni, come Isacco e non Ismaele e i Madianiti, Giacobbe e non Esaù, ecc. A volte l’ambito è condizionato, come nel caso dei figli d’Israele che abbandonarono Dio per adorare i Baal: essi furono eliminati e esclusi dalla promessa. La salvezza di Dio è certa ed eterna per tutti coloro che la accettano.
D: In Romani 9:8-9,27 e Romani11:13 -17,26, tutti gli ebrei andranno in Paradiso, oppure no?
R: No. Alcuni lo hanno pensato basandosi su questi due passaggi della Lettera ai Romani. Tuttavia, Romani 8-9 sottolinea che sono i figli della promessa, non quelli biologici, ad andare in Paradiso. Romani9:27 sottolinea che solo un residuo dell’Israele biologico sarà salvato. Romani 11:13-17,26 parla sia dell’«invito aperto» di Dio agli ebrei di oggi, sia della loro futura accettazione di massa di tale invito.
Inoltre, in Giovanni8:24 , Gesù disse agli ebrei religiosi che, se non avessero creduto che Gesù fosse il Messia, sarebbero effettivamente morti nei loro peccati. In Matteo 23:33, Gesù chiede ai dottori della Legge e ai farisei come potranno mai sfuggire alla condanna all’inferno. Anche Galati 5:2 dimostra che Cristo non ha alcun valore per coloro che ripongono la loro fiducia nella circoncisione.
Si veda la discussione su Geremia 31:37 per ulteriori informazioni.
D: In Romani9:13 e e Malachia 1:2-3, perché Dio odiava Esaù? Era giusto?
R: Secondo R.C. Sproul in *Now That’s a Good Question*, pag. 570: «Innanzitutto, abbiamo a che fare con un’espressione idiomatica ebraica. Si tratta di quella forma di espressione ebraica che chiamiamo “parallelismo antitetico”, in cui le Scritture parlano in termini di opposti diretti. Per comprenderla, dobbiamo rendersi conto che qualunque cosa Dio intenda con “odiare Esaù”, essa significa l’esatto contrario di ciò che significa “amare Giacobbe”. … nel contesto [dell’Antico Testamento] in cui si inserisce questo particolare testo, quando la Bibbia afferma che Dio ama Giacobbe, significa che Egli rende Giacobbe destinatario della Sua grazia e misericordia speciali. Egli concede a Giacobbe un dono che non concede a Esaù. Egli concede misericordia a Giacobbe. Egli nega la stessa misericordia a Esaù perché non gliela deve e si riserva il diritto [di negargliela]. … L’ebreo descrive questa differenza utilizzando termini contraddittori.”
D: In Romani 9,14, qual è la differenza tra giustizia ed equità? Dio è entrambe le cose?
R: La Bibbia afferma che Dio è giusto; non afferma che Dio sia equo. La giustizia consiste nel dare alle persone ciò che meritano. Ma a volte la grazia e la misericordia di Dio prevalgono sulla Sua giustizia. Dio ci dona cose buone che non meritiamo e non ci infligge cose cattive che invece meritiamo, poiché Gesù è morto sulla croce per noi. La giustizia di Dio viene comunque soddisfatta, poiché Gesù ha subito la punizione per i nostri peccati. L’equità significa dare a tutti esattamente la stessa cosa e esattamente le stesse opportunità. La Bibbia e la vita dimostrano che Dio non è equo, né deve esserlo. Dio è stato equo con Giacobbe ed Esaù? Alcuni rispondono: «Sì e no». La mia risposta è del tutto diversa: «No e sì». Dio NON fu equo con Giacobbe. Giacobbe credeva in Dio, ma era un bugiardo, un imbroglione, un mascalzone che, se Dio fosse stato equo, avrebbe abbandonato. D’altra parte, Esaù era senza Dio secondo Ebrei 12:16; Esaù non voleva avere nulla a che fare con Dio, e Dio non aveva nulla a che fare con Esaù, tranne per il fatto che Esaù godeva di prosperità economica.
D: In Romani 9:18, perché non possiamo incolpare Dio per aver indurito il cuore del Faraone?
R: Sette volte Dio ha affermato di aver indurito il cuore del Faraone. Ma sette volte Dio ha affermato che il Faraone ha indurito il proprio cuore. Innanzitutto dobbiamo comprendere il concetto di indurimento prima di esaminare come Dio abbia indurito il cuore del Faraone.
L’indurimento del cuore di una persona empia la rende più irremovibile nella sua empietà. D’altra parte, Dio disse di aver indurito i profeti Ezechiele e Geremia, e il loro indurimento avvenne in senso positivo. Ezechiele 3:8-9 recita: «Ma io [Dio] vi renderò irremovibili e induriti come loro. Renderò la vostra fronte dura come la pietra più dura...».
In Geremia1:18 ;15:20 Dio rese Geremia simile a un muro che avrebbe resistito a chiunque.
Pertanto, «indurire» non significa sempre qualcosa di negativo, ma significa rendere una persona più salda nelle proprie convinzioni, proprio come l’argilla si indurisce.
L’invio delle piaghe da parte di Dio potrebbe aver ammorbidito il cuore di alcune persone, ma ebbe l’effetto di indurire il cuore del Faraone. In che misura Dio ha indurito il cuore del Faraone senza ricorrere a influenze esterne quali le piaghe? La Scrittura non lo dice. A prescindere da ciò, l’opera di Dio ha mosso il cuore del Faraone nella direzione in cui egli stesso già desiderava che andasse. Quando le piaghe si presentano nella nostra vita, possono costituire un invito a indurire il nostro cuore contro Dio, oppure a rafforzare la nostra determinazione a favore di Dio e contro il peccato.
Ecco cosa insegnavano al riguardo alcuni scrittori della Chiesa primitiva.
Tertulliano (198-220 d.C.): «Dio indurisce il cuore del Faraone. Egli meritava, tuttavia, di essere indotto alla propria rovina, poiché aveva già rinnegato Dio, già nel suo orgoglio aveva così spesso respinto i Suoi ambasciatori, aveva accumulato pesanti fardelli sul Suo popolo e (per riassumere il tutto) era un egiziano». Cinque libri contro Marcion, libro 2, cap. 14, p. 308
Origene (225-254 d.C.) affermò in sostanza che, così come lo stesso calore dello stesso sole indurisce il fango e scioglie la cera, così l’opera dello Spirito di Dio indurisce i ribelli e addolcisce i pentiti. De Principiis di Origene (sia in greco che in latino), libro 3, cap. 1.11, pag. 311.
D: In Romani 9:18, chi aveva quali responsabilità nell’indurimento del cuore del Faraone, così come di altre persone?
R: Quattro punti da considerare nella risposta.
A. Dio è responsabile:
A1. Tutto ciò che accade è permesso da Dio. In altre parole, nulla accade se non ciò che Dio permette (Giacomo4:15 ; Giobbe1:12 ; 2:6; Salmo 103:19).
A2. Tutto ciò che Dio decreta avviene sicuramente (Isaia 43:13; Isaia 55:10-11; Romani 11:29). Dio promise (cioè decretò) che gli Israeliti sarebbero usciti dall’Egitto dopo essere stati schiavi per 400 anni (Genesi15:13 -14).
A3. Dio creò il Faraone e gli permise di vivere.
A4. Dio ha operato nel corso della storia e ha fatto sì che il Faraone fosse il re d’Egitto in quel periodo.
A5. Dio ha inviato specificatamente le piaghe in Egitto.
A6. In definitiva, ogni cosa, anche ciò che «non era passato per la mente di Dio» (Geremia 19:5; 32:35), era, è e sarà intessuta nel piano di Dio (Efesini1:11 ; Romani8:28 ; Proverbi 16:4).
B. Dio non è responsabile delle cose che Egli ha permesso ma che non ha causato direttamente, come il male.
B1. Alcune cose suscitano in Dio una grande ira (Geremia 5:29;8:19 ; 12:8; Ezechiele 8:6).
B2. Alcune cose spezzano il cuore di Dio (Geremia 4:19-22; 9:1; Luca 19:41-44; Matteo 23:37-39).
C. Il Faraone era responsabile:
C1. Il Faraone non fu costretto con la forza. Anzi, per la maggior parte delle persone le piaghe avrebbero rappresentato uno «stimolo» a scegliere ciò che era giusto.
C2. Il Faraone compì le proprie scelte.
D. Entrambi erano congiuntamente responsabili:
D1. Anche il Faraone indurì il proprio cuore, e il suo indurimento fu menzionato prima che Dio indurisse il cuore del Faraone.
D: In Romani9:19 -22 e Romani 11:8,10, come può Dio ritenerci responsabili di ciò che Egli stesso ci fa diventare?
R: Forse un esempio può aiutare. Immaginiamo di essere nati e di aver vissuto tutta la nostra vita a bordo di una nave. Supponiamo che questa nave stesse per affondare e che fosse disponibile una scialuppa di salvataggio per permetterci di scendere dalla nave. Se restiamo sulla nave e anneghiamo, siamo responsabili della nostra stessa morte. Non eravamo responsabili di essere nati su quella nave, ma lo eravamo per non aver scelto di abbandonare la nave che stava affondando. Sarebbe non solo inappropriato, ma anche tragico e inutile che una persona attribuisse alle circostanze della propria nascita la responsabilità della propria scelta di rifiutare l’offerta della scialuppa di salvataggio.
Pertanto, non abbiamo avuto alcuna influenza né responsabilità sul modo in cui siamo nati, né sul fatto di avere una natura peccaminosa. Tuttavia, le persone sono responsabili di non aver scelto di rivolgersi a Dio per la purificazione della propria natura peccaminosa e il perdono dei propri peccati.
D: In Romani 9:19, perché la Parola di Dio definisce improprie queste domande?
R: Qui vengono fornite due ragioni distinte.
Atteggiamento: Nessuna domanda è appropriata se l’atteggiamento è quello di replicare a Dio (versetto 20). Anziché cercare di comprendere le vie di Dio, le domande mirano a costringere Dio a giustificarsi.
Contenuto: Anche se poste con un atteggiamento riverente, le domande non sono comunque appropriate perché presuppongono alcune falsità. Dobbiamo renderci conto di due verità:
1. Dio ha il diritto di plasmarci come desidera (versetto 21).
2. Inoltre, come mostrano i versetti 21-23, Dio non ha creato gli eletti e i riprovati in modo diverso: siamo tutti nati plasmati dalla stessa «argilla». La differenza non sta nella nostra origine, ma nella nostra destinazione. Per molte persone, «il messaggio non sarà accompagnato dalla fede» (Ebrei 4:2), e Dio riverserà su di loro la Sua giusta ira.
D: In Romani 9:19, le persone hanno il libero arbitrio?
R: Sì, secondo la definizione corretta.
No, nulla al di fuori della volontà desiderata e decretata da Dio. Se per libero arbitrio intendete che l’uomo possa agire in modo totalmente al di fuori dei limiti, della conoscenza o della capacità di controllo di Dio, allora nessuno, nemmeno Adamo o Satana, possiede il libero arbitrio. Tuttavia, raramente è questo il significato attribuito al libero arbitrio.
Sì, compiamo azioni al di fuori della volontà desiderata da Dio.
Il libero arbitrio spesso significa che Dio ha scelto di darci la capacità di compiere scelte autentiche e di agire al di fuori di ciò che Dio desidera. Dio conosce tutte le nostre scelte, ma siamo noi ad averle compiute. La nostra volontà è «libera» nel senso che non è costretta da Dio. Non siamo burattini né robot. Tuttavia, il nostro libero arbitrio non è totalmente «libero» perché è vincolato dal peccato. Il tossicodipendente che brama la droga ha il libero arbitrio di smettere completamente di colpo, ma la sua volontà è in schiavitù.
I cristiani non calvinisti sostengono che abbiamo il libero arbitrio, e che ciascuno abbia una certa responsabilità e capacità di rispondere a Dio. I cristiani calvinisti sostengono invece che non sia così. Alcuni calvinisti sostengono che i credenti abbiano il libero arbitrio, mentre i non credenti no. Il grande predicatore del XIX secolo (e calvinista) Charles Spurgeon affermava che avessimo il «libero arbitrio», ma che esso fosse schiavo della nostra natura peccaminosa, il che in realtà è piuttosto simile a quanto sostengono i non calvinisti.
Tuttavia, altri calvinisti sostengono in sostanza che, sebbene le persone abbiano la «libera scelta», non possiedono il libero arbitrio, non solo perché Dio ha scelto di non concedercelo, ma anche perché, a loro dire, Dio non avrebbe potuto concedercelo pur rimanendo sovrano.
La calvinista Loraine Boettner (p. 222) afferma: «Inoltre, se ammettiamo il libero arbitrio nel senso che la determinazione assoluta degli eventi sia posta nelle mani dell’uomo, potremmo anche scriverlo con la A maiuscola e la R maiuscola; poiché allora l’uomo sarebbe diventato come Dio – causa prima, fonte originaria delle azioni – e avremmo tanti semidei quanti sono i liberi arbitri. A meno che non si rinunci alla sovranità di Dio, non possiamo concedere questa indipendenza all’uomo».
In realtà, Boettner sta qui confondendo le categorie. Se Boettner affermasse che «non possiamo ammettere il libero arbitrio nel senso che l’uomo possa compiere azioni al di fuori di ciò che Dio ha permesso», allora tutti i cristiani dovrebbero concordare con lui. Tuttavia, se Dio ha scelto di esercitare temporaneamente una «sovranità delegata», in cui ha decretato che certe cose, come il destino eterno di una persona, avverranno in un modo o nell’altro in base alla risposta di quella persona all’opera di Dio nella sua vita, e Dio non ha imposto tale risposta, allora Boettner ha torto, a meno che non si attribuisca al termine «assoluto» utilizzato da Boettner un significato talmente ampio da rendere l’affermazione una tautologia logica su cui tutti potrebbero concordare.
Una trattazione più biblica della libertà umana, su cui possono concordare sia i non calvinisti che molti calvinisti, faceva parte di una conferenza tenuta da R.C. Sproul ad Austin sul tema «March 9, 1991 » (La libertà umana e la sovranità di Dio).March 9, 1991 .
«Non credo che, in quanto cristiani, dobbiamo abbandonare il concetto fondamentale di libertà e responsabilità umana – nemmeno per un istante. E sarebbe molto doloroso per me dover rinunciare all’idea della libertà umana. Ma, miei cari, potrei conviverci. Se dovessi rinunciare all’idea che Dio è sovrano, avrei abbandonato il cristianesimo. Avrei abbandonato la speranza, perché riconoscerei di vivere in un universo che non è sotto l’autorità della provvidenza divina». R.C. Sproul sta quindi affermando che la sovranità di Dio è per lui più importante della libertà umana, ma ritiene che entrambe siano vere. Ancora una volta, Sproul non sta parlando di una libertà totale e assoluta, bensì sta insegnando una libertà autentica.
In sintesi: tutti dovrebbero concordare sul fatto che ciascuno ha la responsabilità di obbedire a Dio, ma di per sé nessuno ha il potere di obbedire a causa della nostra natura peccaminosa. Molti cristiani riformati, ma non tutti, sostengono che Dio non abbia mai concesso ai non eletti l’opzione, la scelta o la capacità di rispondere a Dio in alcun modo. Come ha affermato un esponente della teologia riformata, o si è un robot di Dio o un robot di Satana.
A titolo di nota a margine, alcuni teologi riformati moderati (Spurgeon, Packer, Bunyan, ecc.) sostengono che Dio rivolga a tutti un’offerta sincera del Vangelo. Altri (Pink, Gill, Hoeksema) sostengono invece che Dio non offra il Vangelo a tutti. Altri ancora affermano che noi possiamo offrire sinceramente il Vangelo a tutti, poiché non sappiamo chi siano gli eletti, ma che Dio non possa fare un’offerta sincera.
Si prega di consultare la domanda successiva per trovare un sostegno scritturale al concetto di «libero arbitrio» nel senso che, sebbene la nostra volontà sia vincolata dal peccato, tutti possiedono la capacità di compiere scelte autentiche e di rispondere a Dio.
D: In Romani 9:19, le persone sono come robot o burattini, oppure Dio ha deciso di concedere a tutti la capacità di compiere scelte autentiche e di rispondere a Dio?
R: Giosuè 24:22-23 dimostra che o le persone possono compiere delle scelte, oppure che Dio si accontenta che il Suo popolo sia indotto a credere erroneamente di scegliere di stringere un’alleanza con Lui.
Dio ha concesso alle persone la libertà di spezzargli il cuore (Geremia 9:1; Matteo 23:37-39, ecc.). Sebbene alcuni calvinisti sostengano che si tratti solo di antropomorfismi e che Dio non provi realmente tali sentimenti, ciò apre un vero e proprio vaso di Pandora. Ipoteticamente parlando, se tutti i versetti della Bibbia in cui si dice che Dio prova dolore e delusione non devono essere presi alla lettera, allora forse lo stesso vale anche per tutti i versetti sull’ira e lo sdegno di Dio e sugli antropomorfismi, e Dio in realtà non prova ira. Forse anche tutti i versetti sull’amore di Dio sarebbero antropomorfismi e Dio non prova realmente alcun sentimento di cura o di preoccupazione nei nostri confronti. Pertanto, o i versetti che descrivono i sentimenti di Dio hanno un significato, oppure Dio ha sprecato inutilmente molto inchiostro nella Bibbia quando avrebbe potuto semplicemente esporre le conseguenze e affermare di essere una sorta di mero computer.
Si veda la discussione su Genesi 50:19-20; Deuteronomio 1:39 e Giosuè 24:21-24 per ulteriori informazioni sulla capacità delle persone di compiere delle scelte.
Si veda la risposta successiva per una discussione più approfondita sulla capacità dell’uomo di compiere delle scelte.
D: In Romani 9:19, se le persone non sono come robot o burattini, cosa dice la Bibbia riguardo alla capacità dell’uomo di compiere delle scelte?
R: Mi scuso per insistere su questo punto, ma molti calvinisti non riescono a comprendere che Dio offre alle persone una scelta reale e autentica riguardo alla ricerca di Lui. Innanzitutto due considerazioni su Dio, e poi alcune considerazioni sulle persone.
IL PADRE E GESÙ: Il Padre ha scelto, chiamato e mandato Gesù affinché fosse il nostro Salvatore. Ciò è conforme a Matteo 12:18; 1 Pietro 2:6; Ebrei 5:4; 3:2; Luca 23:35; e Isaia 48:15; 49:1,6.
Tuttavia, la scelta, la conoscenza e il piano del Padre non hanno negato il fatto che Cristo stesso abbia comunque scelto liberamente di venire e di obbedire, secondo Giovanni 10:18; Luca 22:42; ed Ebrei 10:9.
GLI UOMINI: Tutti gli uomini sono peccatori e depravati. Senza l’opera di Dio, nessuno cercherà Dio, secondo Romani3:11 , che parafrasa le parole di Davide nel Salmo 14:2 e nel Salmo 53:2.
Eppure, lo stesso Davide affermò di aver cercato Dio nel Salmo 63:1 e nel Salmo 27:4,8.
Inoltre, molti altri, con l’aiuto di Dio, hanno scelto di servire il Signore.
Giosuè 24:22 «Voi stessi siete testimoni contro di voi che avete scelto di servire il Signore», disse a proposito di Israele
Matteo6:33 Cercate prima il Regno di Dio
Molti cercano Dio: 1 Cronache 16:10,11; 2 Cronache 15:12; 30:19; Esdra 6:21; Salmo 34:10; 69:32; 70:4; Proverbi 28:5; Zaccaria 8:21,22; Malachia 3:1
Dedicate il vostro cuore alla ricerca di Dio 2 Cronache 11:16
1 Cronache22:19 ; 28:8,9; 2 Cronache7:14 ;12:14 ; 14:4; 15:2;15:13 ; 19:3
2 Cronache 20:3,4; 31:21; 34:3; Osea 3:5
Il Salmo 9:10 e Isaia 45:19 costituiscono una promessa di non abbandonare coloro che cercano Dio
Salmo22:26 : coloro che cercano il Signore lo loderanno.
Salmo 24:6 Tale è la generazione di coloro che Lo cercano.
Salmo 40:16; 105:3,4; 119:2,45: tutti coloro che vi cercano gioiscono e si rallegrano
Salmo 119:94 Ho cercato i Suoi precetti
Proverbi 1:28b-29 Cercheranno, ma non troveranno, poiché non hanno temuto il Signore
Proverbi8:17 : Coloro che cercano la saggezza la trovano
Isaia 51:1 Voi che cercate il Signore
Isaia 55:6 Cercate il Signore finché si possa trovare; invocatelo...
Geremia 29:13 cercherete e troverete, quando lo cercherete con tutto il vostro cuore
Geremia 50:4 Israele e Giuda cercheranno Dio
Osea10:12 «...Poiché è tempo di cercare il Signore»
Amos 5:4,6;5:14 Cercate il Signore e vivrete
Inoltre, con l’aiuto di Dio, le persone possono scegliere di compiere la volontà di Dio.
Giovanni7:17 Se qualcuno desidera fare la Sua volontà, saprà se il mio insegnamento proviene da Dio o se parlo di mia iniziativa.
Giona 2:8 «Coloro che si aggrappano a idoli vani abbandonano la Sua amorevole devozione»
Salmo 83:16 Dio agisce affinché gli uomini possano cercarLo
Salmo 119:30 «Ho scelto la via della verità;»
Salmo 119:173 «poiché ho scelto i tuoi precetti»
Isaia 7:15 «Quando avrà l’età di distinguere il male dal bene, mangerà cagliata e miele».
Isaia 56:4 «Agli eunuchi che osservano i Miei sabati, che scelgono ciò che Mi è gradito...»
Proverbi 8:10,16:16 Ci viene comandato di scegliere l’istruzione della saggezza invece dell’argento pregiato
Giovanni5:35 Giovanni era una lampada che ardeva e dava luce, e voi avete voluto, per un certo tempo, crogiolarvi nella sua luce
Giovanni7:17 «Se qualcuno desidera fare la Sua volontà, saprà...»
Atti20:21 «…il ravvedimento verso Dio e la fede nel nostro Signore Gesù Cristo»
Efesini1:13 E in Lui, avendo ascoltato e creduto alla parola della verità…
Deuteronomio 30:19 Ora [israeliti], scegliete la vita, affinché possiate vivere voi e i vostri figli
Romani11:32 Poiché Dio ha consegnato tutti alla disobbedienza, affinché possa avere misericordia di tutti. (Il termine “tutti”, pantas, è lo stesso in entrambi i casi)
2 Tessalonicesi2:10 coloro che vanno in perdizione, ingannati perché rifiutano di amare la verità e di essere così salvati.
Tito2:11 «Poiché è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti».
1 Pietro1:22 «Poiché avete purificato le vostre anime mediante l’obbedienza alla verità...»
2 Pietro1:10 «Sforzatevi di rendere sicura la vostra vocazione e la vostra elezione».
Al contrario, le persone sono responsabili di non aver cercato il loro Dio.
Isaia 9:12-13; Osea 7:10 Dio è adirato perché il popolo non è tornato a Lui né Lo ha cercato. Dio è adirato per ciò che Egli stesso ha decretato che non dovessero fare, oppure è adirato per ciò che Egli non ha scelto di consentire loro di fare?
Geremia 30:15 A causa della vostra grande colpa e dei vostri numerosi peccati, Dio vi ha puniti
Salmo 10:4 Gli empi non cercano Dio. (Che senso avrebbe questo versetto se nemmeno persone devote come Davide cercassero Dio?)
Proverbi1:29 Poiché hanno odiato la conoscenza e non hanno scelto di temere il Signore.
SINTESI: Poiché la chiamata di Dio non ha eliminato la scelta di Gesù, e la Bibbia afferma che noi, con l’aiuto di Dio, possiamo scegliere Dio, quindi la chiamata di Dio non elimina la nostra scelta.
D: In Romani 9:19, potrebbe essere possibile che i non cristiani non abbiano il libero arbitrio, mentre i cristiani lo abbiano?
R: No, ma si tratta di un’ipotesi interessante che un mio amico calvinista mi ha esposto una volta. Non l’ho però mai sentita da nessun altro calvinista. Quattro punti da considerare per spiegare perché ciò sia errato.
Dio è sovrano, nel senso che conosce tutto ciò che accadrà, comprese tutte le scelte che faremo. Egli controlla inoltre, fin nei minimi dettagli, tutto ciò che desidera controllare, e non si muove nemmeno un atomo se non con il permesso di Dio. Tuttavia, Dio può anche trattenersi. Può scegliere di «delegare la Sua sovranità» temporaneamente e entro certi limiti, in modo tale che noi possiamo compiere delle scelte di cui siamo noi, e non Dio, responsabili delle conseguenze.
Che cos’è il libero arbitrio? Se si definisse il libero arbitrio come quella parte di noi che è totalmente indipendente, che nemmeno Dio è in grado di controllare, questo tipo di libero arbitrio non esisterebbe. Tuttavia, i primi scrittori cristiani descrivevano il libero arbitrio come la nostra capacità di compiere scelte, e affermavano che Dio ci permette persino di compiere scelte che Gli dispiacciono e che comportano conseguenze disastrose. Tuttavia, il nostro libero arbitrio è vincolato dal peccato, proprio come il libero arbitrio di un alcolista o di un tossicodipendente è vincolato dai propri peccati. Essi potrebbero non avere la forza, da soli, di liberarsi dalla propria dipendenza, ma possono imbattersi in una chiesa o in un centro di riabilitazione e chiedere aiuto.
Molti calvinisti negano che le persone abbiano il libero arbitrio in qualsiasi accezione del termine; negano che le persone possano compiere delle scelte. È quasi come se fossimo dei robot. Alcuni calvinisti negano che abbiamo il libero arbitrio perché Dio è sovrano. Altri calvinisti, così come Martin Lutero, negano che abbiamo il libero arbitrio perché siamo caduti e vincolati dal peccato. Questa domanda implica che i calvinisti neghino il libero arbitrio per la seconda ragione.
I non calvinisti possono concordare sul fatto che Dio sia sovrano e che la volontà dell’uomo sia vincolata dal peccato. Tuttavia, nessuna delle due ragioni rende le nostre apparenti scelte una beffa, né trasforma la responsabilità dell’uomo per ciò a cui egli è incapace di reagire in un mistero incongruente.
D: In Romani 9:20-21, in che modo Dio è come un vasaio e noi come l’argilla?
R: Paolo riprende l’illustrazione contenuta in Geremia 18:6; Isaia 29:16; 45:9. In Genesi 2:7, quando Dio plasmò l’uomo, il termine che significa «plasmare» ha la stessa radice della parola «vasaio». Dio può fare della creazione ciò che desidera, e noi abbiamo l’obbligo di seguire il nostro Creatore. Naturalmente l’argilla che non viene lavorata dal vasaio rimane semplicemente una massa informe e priva di valore artistico.
Come affermò Charles R. Erdman: «La sovranità di Dio non si esercita mai nel condannare gli uomini che dovrebbero essere salvati, ma piuttosto ha portato alla salvezza di uomini che dovrebbero essere perduti». Lettera di Paolo ai Romani, pag. 109. (tratto dal Believer’s Bible Commentary, pag. 1719.)
D: In Romani 9:25-33, cosa sta facendo Paolo?
R: Paolo sta dimostrando la sua tesi utilizzando una citazione biblica dopo l’altra. Ciò dimostra che non si tratta di un’osservazione marginale contenuta in un unico versetto, bensì di un filo conduttore presente in tutta la Scrittura. Esiste un termine per indicare l’uso di una citazione biblica subito dopo l’altra: si chiama «catena». Sia gli scrittori del Nuovo Testamento (in particolare Paolo) che almeno 29 scrittori della Chiesa primitiva, precedenti al Concilio di Nicea I, utilizzavano le catene; si trattava quindi di un mezzo di espressione comune.
D: In Romani 9:32-33, in che modo e perché Dio ha reso Gesù una pietra d’inciampo per gli ebrei?
R: Sebbene questo passo non ne indichi il motivo, possiamo osservare alcuni aspetti. In Matteo 18,3-5 e 19,14 Gesù disse che per venire a Lui bisognava essere come un bambino piccolo. I bambini piccoli di solito non sono impressionati dalla propria conoscenza o saggezza e non si vantano di sapere più degli altri. Desiderano semplicemente, con umiltà, stare vicini a qualcuno che li ami e li aiuti nella loro debolezza. Dio non si compiace della nostra forza, ma piuttosto di come la Sua forza possa risplendere attraverso la nostra debolezza. Dio disse a Paolo in 2 Corinzi 12:9b-10: «… poiché la mia potenza si perfeziona nella debolezza». «Perciò mi vanterò tanto più volentieri delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo, per amore di Cristo, mi compiaccio delle debolezze, degli oltraggi, delle difficoltà, delle persecuzioni, delle angosce. Infatti, quando sono debole, è allora che sono forte». Non tutti sono disposti ad assumere tale atteggiamento.
D: In Romani 9:33, cosa c’è di insolito in questa parola che significa «inciampare»?
R: Questa parola non significa «inciampare». Il suo significato è piuttosto simile a «precipitare da un dirupo».
D: In Romani 10,1-4, quali sono gli esempi di come lo zelo religioso di una persona possa ostacolare la sua conoscenza di Dio?
R: La religione stessa, anche quella buona, può diventare un idolo. Ma esiste anche una religione tossica, che non è buona. Quando una religione impone di bruciare viva una donna appena rimasta vedova, o di uccidere persone che non vi stanno combattendo, solo perché non accettano la vostra religione, allora quella religione è tossica. Giovanni 16:2 dice: «Vi espelleranno dalle sinagoghe. Anzi, verrà un tempo in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere un servizio a Dio».
D: In Romani 10:3, come potrebbe Dio punire giustamente gli Israeliti per la loro ignoranza?
R: Non vi è alcun esempio nelle Scritture in cui Dio punisca qualcuno per innocente ignoranza. Tuttavia, non tutta l’ignoranza è necessariamente innocente. Ad esempio, dei buoni genitori non puniscono un neonato per la sua ignoranza, ma un buon insegnante penalizza per ignoranza uno studente che trascura di leggere i compiti assegnati. Gli ebrei, così come noi oggi, hanno il «compito» di conoscere la Parola di Dio.
D: In Romani 10:4, in che senso Cristo è il fine della legge?
R: Sebbene Cristo abbia osservato pienamente la legge, ciò non costituirebbe di per sé la fine della legge.
Cristo è la fine della legge in diversi modi.
1. In qualità di sommo sacerdote, Cristo ha adempiuto la legge per noi. Una volta per tutte Egli ha compiuto il sacrificio per noi (Ebrei 9:13-14).
2. Lo scopo della legge è quello di condurci a Cristo. Ebrei 10:1 afferma che la legge era un’ombra di ciò che doveva venire.
3. Cristo è il fine, ovvero la destinazione della legge. I sacrifici dell’Antico Testamento «coprivano» il peccato (Ebrei 9:9-10; 10:2-4) prima che Cristo lo eliminasse completamente.
Il termine «fine» o «conclusione» (telos) è enfatizzato in greco poiché costituisce la prima parola della frase.
D: In Romani 10:4, la legge è ancora pienamente applicabile a coloro che non credono?
R: Ciò si riferisce alla Legge mosaica. Romani 10:4 non precisa che ciò valga «solo per coloro che credono». Pertanto, i pagani non credenti non devono pensare di seguire la Legge mosaica, ma piuttosto Cristo e i Suoi comandamenti. La Legge mosaica è quindi cessata per tutti, ma la legge del bene e del male, impressa nel cuore delle persone, è ancora presente.
D: In Romani 10:5, viviamo osservando la Legge, oppure la legge porta alla morte, come afferma Romani 8:2?
R: A questo proposito potrebbe essere utile un’analogia. Il fatto che la legge umana porti alla vita o alla morte dipende dal punto di vista. Una potenziale vittima di un crimine e un assassino condannato a morte hanno prospettive diverse.
Se si osservasse la legge alla perfezione, ciò porterebbe alla vita. Tuttavia, infrangere la legge di cui si è a conoscenza comporta il giudizio e la morte.
D: In Romani 10,7, cosa c’è di interessante nell’esempio riportato qui da Paolo?
R: Paolo ha adattato questa citazione da Deuteronomio 30:13, dove si dice: «Chi attraverserà il mare?», per dire: «Chi scenderà nell’Abisso?». Non dobbiamo scendere nell’abisso per ottenere la salvezza (cosa che per noi sarebbe comunque impossibile), perché Cristo lo ha già fatto per noi.
D: In Romani 10,9-10, basta semplicemente dire «Gesù è il Signore» per andare in Paradiso?
R: No, non è questo ciò che insegna questo versetto. In Atti8:13 , Simone il Mago «credette», eppure Pietro disse che sarebbe perito in Atti 8:18-20. Il termine greco per «credere» in Atti 8:13, episteuse, non è il termine comunemente usato nella Bibbia per «credere». Il termine comune, pestuvo, significa riporre fiducia e avere una fede salvifica in qualcuno. Il termine utilizzato in Atti 8:13 indica invece un assenso intellettuale.
D: In Romani 10:9, una persona può essere salvata confidando in Gesù come Salvatore ma non come Signore?
R: No, nulla nelle Scritture offre tale speranza. Romani 10:9 afferma che dobbiamo chiamare Gesù «Signore» o «Maestro». Il semplice fatto di dire che Gesù è un Salvatore, ma che Gesù non è il mio Signore, non significa che abbiate ricevuto la salvezza di Gesù.
D: In Romani 10:11, perché si dice «non sarete mai svergognati», quando ci si riferisce a Isaia 28:16 che, nel testo masoretico, recita «non sarete mai sgomenti»?
R: Romani10:11 è simile all’espressione della Settanta «non si vergognerà in alcun modo», non al testo masoretico. Anche in molti altri passaggi, le citazioni del Nuovo Testamento sono più vicine alla Settanta che al testo masoretico.
Il termine che nel testo masoretico di Isaia 28:16 significa «sconfortato» è chuwah (Concordanza di Strong 2363), che letteralmente significa «affrettarsi». Ciò ha senso se si interpreta «si affretterà» nel senso di fuggire dalla battaglia in caso di sconfitta. Tuttavia, si riferisce anche alle emozioni, come l’essere «profondamente turbato» in Giobbe 20:2. Pertanto, il testo masoretico e la Settanta hanno qui un significato simile, ma la Settanta è leggermente più precisa e più facile da comprendere per chi non parla ebraico.
D: In Romani 10:11, su quale base si afferma che una roccia inanimata rappresenti una persona?
R: Dio è metaforicamente una pietra d’inciampo in Isaia 8:14; 1 Pietro 2:8: «Una pietra d’inciampo e una roccia di scandalo». Il Salmo 118:22 recita: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra angolare». Il salmista non ci sta parlando di edifici; si tratta di una metafora che si adatta naturalmente al Messia.
D: In Romani 10:12, è vero che «l’identità del “Signore” non può essere stabilita con certezza dal contesto», come hanno insegnato i Testimoni di Geova (La Torre di Guardia, 1/2/1977, pag. 95)?
R: No. 1 Corinzi 12:4-6 e molti altri versetti dimostrano che si tratta di Gesù Cristo.
D: In Romani 10:13, è necessario invocare specificatamente il nome “Geova” per essere salvati, come insegnano i Testimoni di Geova?
R: No. Si deve piuttosto invocare il Dio vero e vivente. Gli stessi antichi israeliti non conoscevano la parola “Geova”, poiché non possedevano il suono “J”. Quindi, a causa della mancanza del suono “J”, tutti i santi dell’Antico Testamento non adoravano il vero Dio? Naturalmente, questa è un’assurdità. Dio si interessa del nostro cuore e delle parole e delle azioni che sgorgano dal nostro cuore, non della pronuncia.
D: In Romani 10:13, è possibile che una persona accetti Gesù come Salvatore ma non come Signore?
R: No. Purtroppo alcuni hanno insegnato che sia sufficiente accettare Gesù come Salvatore, mentre accettarlo come Signore costituirebbe una fase successiva. Una variante sostiene che la signoria sia facoltativa. Una seconda variante, sostenuta da *The Complete Book of Bible Answers* a pag. 190, non afferma che sia facoltativa, ma che sottomettersi a Gesù come Signore non sia una decisione precedente alla salvezza che si debba chiedere ai non cristiani di compiere, come [apparentemente] lo è l’accettazione di Gesù come Salvatore. L’accettazione di Gesù come Signore avviene gradualmente man mano che il cristiano cammina con Lui.
In *Now That’s a Good Question*, alle pagine 122-123, R.C. Sproul sottolinea che essere salvati senza accettare Gesù come Signore costituisce una distorsione del vero Vangelo denominata antinomismo. I calvinisti sostengono di ravvisare questo insegnamento antinomista in personaggi quali Zane Hodges e Charles Ryrie.
Tuttavia, Gesù confuta l’antinomismo in Matteo 7:21-28 e Giovanni 14:21-24. In breve, coloro che amano Gesù obbediranno al Suo insegnamento, mentre coloro che non amano Gesù non obbediranno al Suo insegnamento. Inoltre, in Colossesi 2:6 Paolo afferma: «proprio come avete accolto Cristo Gesù come Signore». In questo passo, la Bibbia non si rivolge a coloro che cercano di accettare Gesù come Salvatore e non come Signore.
D: In Romani 10:13, se chiunque invochi il Signore sarà salvato, come si fa a sapere se si era sinceri quando si è invocato Dio affinché vi salvasse?
R: Poniamoci una domanda più semplice a titolo di analogia. Come fa a sapere che ieri aveva intenzione di pranzare?
1. Ha mangiato per caso o lo ha fatto intenzionalmente?
2. Non sapeva di voler pranzare prima di consumare effettivamente il pasto?
3. Qualcuno vi ha costretto a mangiare, invece che farlo per vostra libera volontà?
Se ieri ha pranzato e la risposta alle tre domande precedenti è stata «no», allora aveva intenzione di pranzare.
Allo stesso modo, invocare il Signore non è una cosa complicata, come superare un esame. Se avete invocato Gesù intenzionalmente, sapevate cosa stavate facendo, non siete stati costretti e lo avete desiderato liberamente, allora se avete invocato Gesù affinché vi salvasse, avete davvero invocato Gesù affinché vi salvasse.
D: In Romani 10:14-15, se non adempiamo al nostro dovere e non predichiamo il Vangelo, la nostra disobbedienza porterà le persone all’inferno?
R: No. Dio è onnipotente e sovrano, e Dio aprirà una via affinché tutti gli eletti possano giungere a Lui. Tuttavia, possiamo condividere la gioia e il privilegio di essere uno strumento che Dio utilizza per realizzare la Sua volontà.
D: In Romani10:14 -15, chiunque può andare in Paradiso se non ha mai udito il Vangelo?
R: Alcuni ci sono andati. A riprova di ciò, Enoch, Abramo, Giobbe e i credenti dell’Antico Testamento seguirono ciò che Dio aveva loro rivelato, ma non udirono quello che per loro era il mistero del Vangelo del Nuovo Testamento. Ricordate: in ultima analisi è Dio che salva, non il Vangelo, né la nostra risposta al Vangelo. Si veda anche la domanda successiva per ulteriori informazioni.
D: In Romani10:14 -15, è possibile che qualcuno vada in Paradiso se non ha mai ascoltato il Vangelo, dopo che Gesù è risorto dai morti?
R: I cristiani autentici non sono d’accordo su questo punto.
Alcuni rispondono di no. Ciò non significa necessariamente, tuttavia, che non abbiano avuto alcuna opportunità. Se una persona che non ha mai sentito il Vangelo seguisse la verità che conosce e rispondesse all’opera dello Spirito Santo nella propria vita, Dio può smuovere cielo e terra per portarle la verità. Dio, per Sua provvidenza, può far sì che un cristiano si rechi da lui per condividere il Vangelo di Cristo. Un esempio di ciò si trova in Atti 10:2, 22, 31: si trattava di un romano timorato di Dio di nome Cornelio, che era giusto, pregava e faceva l’elemosina. Dio mandò un angelo a dire a Cornelio di mandare a chiamare Pietro.
Altri dissentono fortemente. Mentre 2 Tessalonicesi 1:8 afferma che coloro che non obbediscono al Vangelo di Gesù saranno puniti con la distruzione eterna, Romani 4:15 e5:12 sostengono che il peccato non viene imputato laddove non vi è legge. Sebbene le Scritture non insegnino che qualcuno abbia una seconda possibilità dopo la morte, alcuni vedono un’opportunità per le persone di ascoltare il Vangelo e di avere una prima possibilità dopo la morte e/o durante il Millennio. Si veda la discussione su 1 Pietro3:19 (due domande) e su 1 Pietro 4:6 riguardo a Gesù che predica il Vangelo ai morti. Si veda la discussione su Apocalisse 20 per le possibili opportunità durante il Millennio. Infine, poiché in ultima analisi è Dio a salvare le persone, Egli potrebbe far sì che i neonati o chiunque altro vada in Paradiso senza aver ascoltato il Vangelo, se lo volesse.
Fondamentale per l’argomentazione è Romani 10:14, che afferma che le persone non possono invocare Dio senza credere, non possono credere senza ascoltare e non possono ascoltare senza un predicatore. Se fosse parallelo, Romani10:13 direbbe che nessuno può essere salvato senza invocare Dio; tuttavia, Romani10:13 non è parallelo. Piuttosto, afferma semplicemente che «chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
Romani 10:13-14 non fornisce una ragione più valida per affermare che ogni singolo adulto che non abbia mai saputo invocare il Signore andrà all’inferno, di quanta non ne fornisca per affermare che ogni singolo neonato che non abbia mai saputo invocare il Signore andrà all’inferno.
D: In Romani 10:18, come mai gli ebrei non capivano, dato che proprio loro, più di chiunque altro, possedevano la maggiore conoscenza di Dio?
R: Non è perché non disponessero delle informazioni, né perché non fossero abbastanza intelligenti. Piuttosto, avevano un paradigma alternativo, secondo cui l’osservanza della legge era tutto ciò che era necessario, e non avevano spazio per la verità, poiché essa non si adattava al loro paradigma.
D: In Romani 10:19, in che modo Dio ha suscitato l’invidia degli ebrei nei confronti di coloro che non costituiscono una nazione?
R: Gli ebrei davano Dio per scontato. Davano inoltre per scontato che solo loro fossero stati scelti da Dio. Dio stava per mostrare loro che non avevano nulla di cui vantarsi. Sebbene potessero invidiare il potere politico di altre nazioni, il significato principale in questo contesto è religioso. Vi sono molte persone non ebree che conoscevano l’Antico Testamento meglio della maggior parte degli ebrei. Esse sono più preoccupate di compiacere Dio rispetto alla maggior parte degli ebrei. Un ebreo osservante potrebbe ravvisare qui qualcosa di errato nella pratica del giudaismo.
Ecco cosa disse a questo proposito Ireneo di Lione (160-202 d.C. circa). Egli cita 11/20 parole di Romani 10,19 e seguenti: «Inoltre Mosè nel Deuteronomio afferma che i gentili dovrebbero essere “la testa” e il popolo non credente “la coda”. E ancora egli dice: “Voi mi avete provocato a gelosia con quelli che non sono dei, e mi avete adirato con i vostri idoli; io vi provocerò a gelosia con ciò che non è una nazione, e con una nazione stolta vi adirerò”. Poiché hanno abbandonato il Dio che è, e hanno adorato e servito gli dei che non sono; e hanno ucciso i profeti di Dio, e “hanno profetizzato per Baal”, che era l’idolo dei Cananei. E il Figlio di Dio, che è, lo disprezzarono e lo condannarono, ma scelsero Barabba, il brigante che era stato arrestato per omicidio; e rinnegarono il Re eterno, e riconobbero come loro re il Cesare temporale. (Così) piacque a Dio concedere la loro eredità ai gentili stolti, persino a coloro che non appartenevano al popolo di Dio e non sapevano chi fosse Dio». Dimostrazione della predicazione apostolica, cap. 95.
D: In Romani 10,21 e 11,7, perché Dio (e Paolo) sembravano delusi dal fatto che gli ebrei, come gruppo, non avessero accettato Gesù, dal momento che Dio sapeva già in anticipo che sarebbero stati disobbedienti?
R: Dio è al di fuori del tempo e al tempo stesso all’interno di esso. La loro disobbedienza era colpa loro, e Dio sapeva che sarebbe accaduta prima ancora che la terra fosse creata. Tuttavia, Dio prova comunque delle emozioni nel momento in cui ciò accade. Romani 10,21 offre un’immagine straziante: il Dio onnipotente dell’universo, capace di fare a pezzi le stelle, tende con dolcezza e pazienza le Sue braccia verso quelle persone, mentre esse, come nazione, Gli voltano le spalle e non si avvicinano a Lui, almeno non ancora.
D: In Romani 11:1,11, questa situazione non era permanente. Quando una situazione negativa sembra permanente, mentre in realtà non lo è?
R: Il rifiuto degli ebrei era parziale, provvisorio e temporaneo. Tuttavia, agli occhi di un osservatore medio, all’epoca sarebbe apparso permanente. È così che le cose possono sembrare oggi.
Situazioni spiacevoli: qualcosa può sembrare permanente, quando in realtà speriamo che non lo sia, e non riusciamo a intravedere alcuna possibilità di una luce alla fine del tunnel. Come disse una volta qualcuno: «Ho visto una luce alla fine del tunnel, ma era solo un treno».
Situazioni piacevoli: qualcosa può sembrare permanente quando desideriamo che lo sia, e cadiamo nella trappola di pensare che sperare che sia così lo renda tale.
Ma come minimo possiamo riconoscere che abbiamo la tendenza a ritenere che alcune cose siano più permanenti di quanto non siano in realtà. Dovremmo controbilanciare questa tendenza ricordando che non possiamo sapere cosa ci riserverà il domani (Giacomo 4:14). Di conseguenza, dovremmo aggrapparci alle cose di questo mondo solo con moderazione e riconoscere che ogni nuovo giorno, per noi e per i nostri cari, è un dono.
D: In Romani 11:14, fu Dio, Paolo o entrambi a cercare di suscitare la gelosia degli ebrei?
R: Il testo greco in Romani 11:14 recita «io», quindi si trattava certamente di Paolo.
Risposta errata: Secondo il «Believer’s Bible Commentary» (pag. 1725), fu solo Paolo.
La risposta: Non fu solo Paolo, ma anche Dio, come riconosce Paolo stesso quando cita Deuteronomio 32:21 in Romani 10:19.
Suscitare gelosia è una strategia interessante. Quando le persone non vogliono più ascoltare e mostrano una sordità persistente, costante e ostinata, allora si parla con qualcun altro, con la loro consapevolezza, e potrebbero chiedersi cosa si stiano perdendo.
D: In Romani 11:16, in che modo i cristiani sono ora il popolo eletto di Dio, dal momento che nell’Antico Testamento l’ulivo era un simbolo degli Israeliti?
R: L’ulivo non era il simbolo degli israeliti in quanto etnia; essi lo credevano erroneamente, dando più valore alla propria discendenza che alla giusta relazione con Dio.
D: In Romani 11:16, qual è il tronco principale dell’ulivo?
R: Innanzitutto, cosa non è la risposta, e poi due punti di vista sulla risposta.
Non è questa la risposta. Non rappresenta Israele, poiché i gentili che vi sono entrati non sono stati circoncisi né osservano la legge ebraica.
La stirpe spirituale di Abramo: compresi i patriarchi, secondo il *Bible Knowledge Commentary: New Testament*, pagg. 484-485.
La linea di privilegio di Dio, o «status di nazione favorita», secondo il *Believer’s Bible Commentary*, pagg. 1725-1726.
Il popolo eletto di Dio
D: In Romani11:17 -24, cosa sappiamo riguardo alla coltivazione degli ulivi?
R: Gli ulivi erano molto preziosi, ma richiedevano molto lavoro. In tempo di guerra, agli Israeliti non era permesso abbattere gli ulivi, come indicato in Deuteronomio 20:19-20. Se gli ulivi fossero stati abbattuti, ciò avrebbe ridotto le risorse alimentari del paese per almeno 20 anni. Ciò spiega anche perché l’abbattimento degli ulivi fosse considerato un disastro in Abacuc3:17 e in Deuteronomio 28:40.
Il *Wycliffe Bible Dictionary*, alle pagine 1366-1367, contiene un’ampia sezione dedicata alla coltivazione dell’olivo. In conclusione si legge: «Gli ulivi vengono coltivati a partire da talee innestate su un vecchio tronco o su un albero selvatico quando i germogli o i polloni raggiungono una lunghezza di circa tre piedi. Inoltre, nuovi germogli possono spuntare dalle radici o dal ceppo di un vecchio albero madre (Salmo 128:3; Isaia 11:1). Non si ottengono frutti per tre o quattro anni, né un raccolto abbondante per 17 o 18 anni. Per tutto questo tempo l’albero richiede cure attente: il terreno va arato e concimato ogni primavera e annaffiato con costanza. … Se curato adeguatamente, un albero adulto produrrà mezza tonnellata di olio all’anno e continuerà a farlo fino a raggiungere un’età incredibile». Il *New International Bible Dictionary*, pag. 802, e l’*Encyclopedia Britannica* del 1972, vol. 16, pag. 936, riportano fotografie di ulivi che hanno 1.000 anni. Se fossi un albero, vorrei essere un ulivo: robusto, resistente agli insetti e in grado di vivere fino a mille anni!
D: In Romani11:17 -24, perché qualcuno dovrebbe innestare rami di olivo selvatico su un olivo coltivato?
R: Normalmente si vorrebbe fare il contrario. Si vorrebbe avere un albero da frutto selvatico, con le sue caratteristiche di resistenza, combinato con rami coltivati che producono frutti dalle caratteristiche gradevoli. Cinque punti da considerare nella risposta.
1. Paolo stava fornendo un esempio. Non stava cercando di istruire le persone su come coltivare le olive, ma stava fornendo un esempio di come i gentili fossero stati innestati. Come afferma il *Wycliffe Bible Dictionary* a pag. 726: «Questa inversione deliberata esalta la pittoresca figura retorica che trasmette la verità eterna del rifiuto dell’Israele nazionale e della composizione del vero Israele: tutti i credenti». Si veda anche il *New International Dictionary of the Bible*, pag. 402, per una descrizione analoga.
2. Molte piante non vengono innestate affatto. Normalmente si innesterebbe un ramo domestico solo se fosse debole, infestato da insetti o malato. Paolo afferma specificamente in Romani 11:20 che questi rami furono recisi a causa della loro incredulità.
3. L’analogia degli Israeliti come albero d’olivo era loro già familiare, in Geremia 11:16 e Osea 14:6. Pertanto, considerandola in ordine cronologico, con la radice che rappresenta gli antenati di un albero genealogico, furono i gentili a essere innestati, e non il contrario.
4. Se Paolo avesse affermato che gli ebrei erano la radice selvatica e i gentili i rami coltivati, allora i gentili avrebbero potuto pensare che Dio li avesse innestati perché aveva bisogno di alcune caratteristiche desiderabili in loro, anziché attribuire tutto ciò alla sola grazia. Inoltre, non erano i gentili ad essere stati addomesticati, bensì gli ebrei.
5. Se si utilizzasse l’analogia in cui i gentili fossero la radice selvatica e gli israeliti i rami coltivati, ciò rappresenterebbe un’inversione ancora più marcata. I gentili sono stati innestati nel popolo eletto di Dio, e certamente non il contrario.
La «New Geneva Study Bible», a pag. 1787, sostiene che talvolta i rami selvatici venivano innestati su piante coltivate per conferire loro nuova vitalità. A quanto pare, se tutti i rami fossero stati coltivati, l’olivo non sarebbe cresciuto altrettanto rigoglioso. Tuttavia, il *Today’s Handbook for Solving Bible Difficulties* (p. 152-153), il *Believer’s Bible Commentary* (p. 1726) e il *New International Bible Dictionary* (p. 402) affermano che nessun coltivatore farebbe una cosa del genere e concordano sul fatto che Paolo abbia utilizzato questa immagine per insegnare l’innesto dei gentili e l’espulsione di Israele, non per parlare di orticoltura. Paolo forse allude a ciò anche in Romani 11:24, affermando che innestare il ramo selvatico sulla radice coltivata era «contrario alla natura».
Il *Bible Knowledge Commentary: New Testament*, a pag. 484, afferma che innestare un ramo selvatico su una radice coltivata non era la norma, sebbene ciò avvenisse.
Conclusione: Paolo ci spiega specificamente perché in questa analogia fossero proprio gli Israeliti a rappresentare la radice. In Romani 11:18, Paolo esorta i gentili a ricordare che non sono loro a sostenere la radice, ma piuttosto è la radice a sostenere loro.
D: In Romani 11:20, quali erano alcuni degli ostacoli che impedivano agli ebrei di essere fruttuosi per Dio?
R: Erano afflitti dall’incredulità. Inoltre, erano afflitti da
mancanza di amore per i perduti (come Giona)
L’idolatria e altri peccati fino all’esilio (Osea9:10 ).
Non trovavano piacere nella Parola di Dio (Geremia6:10 ).
Dimenticavano la necessità di perseverare (Ebrei10:23 , 32-35).
Presi dalle preoccupazioni di questo mondo, come nel terzo terreno (Matteo 13:23).
Ridurre la Parola di Dio a un semplice insieme di regole di vita
Dimenticavano i comandamenti relativi all’educazione dei propri figli (Deuteronomio 6:4-7).
Così gli ebrei si indurirono, «porosis» in greco.
D: In Romani 11:22, come può Dio essere al tempo stesso benevolo e severo, senza cadere in contraddizione?
R: Il termine greco può significare sia severo che duro. Sulla terra, un agente di polizia può essere benevolo aiutando uno sconosciuto che ha bisogno di assistenza. Lo stesso agente di polizia può essere severo sparando a un assassino che sta cercando di uccidere qualcuno. Se un essere umano può essere al tempo stesso benevolo e severo, certamente non dovrebbe risultare difficile comprendere che Dio possa agire allo stesso modo, concedendo misericordia pur rimanendo fedele alla Sua natura santa. Si veda la discussione su Romani 13:10 per ulteriori approfondimenti su come un cristiano possa ricoprire il ruolo di agente di polizia.
D: In Romani 11:25, cosa significa «la pienezza dei gentili»?
R: Significa che Israele è stato ripudiato come popolo di Dio fino a quando i gentili che crederanno non saranno entrati nel Regno di Dio.
D: In Romani 11:26, tutti gli israeliti andranno in Paradiso?
R: No, secondo Giovanni 8:24 e Matteo 23:33. Si veda la discussione su Romani 9:8-9,27 per la risposta.
D: In Romani11:26 -27, Dio adempirà ancora in futuro alcune promesse per i discendenti biologici di Israele?
R: Questa è una delle differenze fondamentali tra i cristiani che sono teologi dell’alleanza e i cristiani che sono dispensazionalisti.
I teologi dell’alleanza rispondono di no. Tutte le promesse future saranno adempiute non a favore dell’Israele fisico, ma dell’Israele spirituale, ovvero la Chiesa, composta da tutti i veri credenti di ogni nazionalità. Questa è la cosiddetta «teologia della sostituzione».
I dispensazionalisti rispondono di sì. Molte promesse saranno adempiute nei confronti dell’Israele spirituale, ma l’Israele fisico erediterà comunque la terra di Palestina per sempre. I 144.000 di Apocalisse 7 e 14 provengono dalle tribù di Israele.
D: In Romani 11:32, cosa significa che Dio ha sottoposto tutti gli uomini alla disobbedienza?
R: Dio non ha semplicemente ignorato il Suo standard di giustizia né abbassato il Suo standard di perfezione per il Paradiso. Piuttosto, Dio ha avuto misericordia della loro disobbedienza attraverso il sangue di Gesù sulla croce.
Ciò potrebbe anche ricollegarsi al fatto che Dio ha creato almeno cinque tipi di esseri:
Non morali: gli animali
Senza peccato e che rimangono senza peccato: angeli di vari ordini
Da innocenti a caduti: demoni
Da Caduti a Senza peccato: il popolo eletto
Caduti e che rimangono tali: i reprobi
Romani11:32 dimostra che tutte le persone, ad eccezione di Adamo, Eva e Gesù, rientrano nelle ultime due categorie.
D: In Romani 12:1, perché Paolo usa qui l’espressione «Pertanto»?
R: «Pertanto» in questo contesto significa «in virtù di tutte le misericordie di Dio descritte nei capitoli precedenti». Si riferisce a tutti i capitoli precedenti della Lettera ai Romani, non solo ai capitoli 9-11.
Paolo suddivide molte delle sue lettere in due parti: una dottrinale e una pratica. Oppure, come afferma A. M. Hunter, «un aspetto relativo alla fede e uno relativo alla condotta», come riportato nel New International Bible Commentary a pag. 1338. In Efesini e Colossesi le due parti hanno lunghezza pressoché uguale, ma nella Lettera ai Romani la parte dottrinale è più del doppio.
D: In Romani 12:1, cosa c’è di interessante riguardo ai tempi verbali delle parole greche «conformati» e «trasformati»?
R: Riassumere il concetto con «Non conformatevi, ma trasformatevi» è del tutto errato. Questi verbi sono passivi e non attivi. Pertanto non si dice «non conformatevi», ma piuttosto «non siate conformati». Lo stesso vale per «trasformati». Quindi, tecnicamente, Dio qui non ci sta comandando di fare nulla, ma piuttosto, paradossalmente, ci sta comandando di subire un’azione. Pertanto, non è che le persone stiano esplicitamente cercando di conformarsi al mondo; piuttosto, vengono conformate mentre seguono il percorso che hanno scelto. Allo stesso modo, non ci viene comandato di trasformarci, perché non possiamo trasformarci da soli. Ci viene attivamente comandato di «essere trasformati», il che è un effetto collaterale del rinnovamento della nostra mente attraverso lo Spirito Santo. Nel Salmo 40:8 Davide disse che la legge di Dio era nel suo cuore. Anche la parola di Dio dovrebbe essere nel nostro.
D: In Romani 12:1, in che modo dobbiamo offrirci in sacrificio a Dio?
R: Romani 12:1 non dice che dobbiamo essere un sacrificio morto o bruciato, ma piuttosto un sacrificio vivente. Naturalmente, un sacrificio vivente può avere la tendenza a voler strisciare giù dall’altare, e non dovremmo farlo.
Si racconta questa storia. Un giorno un pollo e un maiale stavano camminando per la campagna e videro molte persone affamate. Il pollo disse: «So cosa possiamo fare: prepariamo loro la colazione!». Il maiale rispose: «È facile per te dirlo, ma per me questo comporta un impegno totale». Ora, Dio non ci chiama ad essere polli, ma ci chiama ad avere un impegno totale per portare la salvezza in questo mondo. L’impegno totale non consiste nel morire al servizio di Dio (sebbene per alcune persone sia così), ma nel fatto che tutti noi viviamo per Dio.
D: In Romani 12:1-2, qual è la differenza tra camminare e operare per Dio, e di cosa si tratta?
R: I versetti 1 e 2, tecnicamente, non riguardano il «fare»; questo argomento viene affrontato più avanti, a partire dal versetto 3. I versetti 1 e 2 riguardano l’offrire volontariamente se stessi affinché avvenga un «cambiamento di essere» in ciò che siete. Siete disposti a lasciare che Dio vi cambi e vi trasformi? Alcune persone non lo sono, perché sono troppo soddisfatte della loro situazione attuale.
D: In Romani 12:2, quante volte dobbiamo essere trasformati?
R: Solo una volta, ma si tratta di un processo continuo dal momento in cui abbiamo creduto per la prima volta fino al giorno in cui lasceremo questa terra.
D: In Romani 12:3, in quali modi le persone possono avere un’opinione di sé più alta di quanto dovrebbero?
R: Nel mondo, le persone possono avere un’opinione di sé più alta di quanto dovrebbero riguardo alla propria intelligenza, al denaro, alle capacità finanziarie, alle doti atletiche o musicali, all’attrattiva fisica, alle origini o allo status sociale. Qualsiasi cosa buona possediate è un dono di Dio. E può anche svanire in qualsiasi momento.
Per i cristiani in particolare, esisteva un ottimo libro cristiano intitolato *Le sette virtù mortali* di Todd E. Outcalt. Uno dei punti salienti di quel libro è che qualsiasi virtù, qualsiasi cosa buona, diventa mortale quando si mescola all’orgoglio. La vostra fede, la vostra conoscenza della Bibbia e persino il vostro amore possono apparire sgradevoli sia a Dio che agli altri quando si mescolano all’orgoglio per quella virtù.
Nella Chiesa primitiva alcuni potevano ritenersi superiori ad altri cristiani perché erano ebrei. Alcuni greci colti potevano sentirsi orgogliosi della propria saggezza, e alcuni, allora come oggi, a causa della propria ricchezza potevano ritenersi più influenti, oppure altri potevano farli sentire tali, come mostra Giacomo 2,2-5.
A quanto pare, anche Paolo era consapevole di questa tentazione, poiché in 2 Corinzi 12,7-10 affermò che Dio gli aveva dato un «messaggero di Satana» per tormentarlo, affinché Paolo non diventasse presuntuoso. Anche Paolo dovette lottare contro questo problema.
D: In Romani 12:3, l’opposto di ciò consiste nel ritenere che tutto ciò che possediamo sia nulla o privo di valore, e la Bibbia non afferma che dovremmo adottare nemmeno tale atteggiamento. Quale dovrebbe essere il nostro atteggiamento?
R: Romani 12:3 afferma che dovremmo avere un «giudizio sobrio».
Questi spunti possono aiutarci a radicarci in un giudizio sobrio.
È giusto impegnarsi per vincere una gara o un premio (Filippesi 3:14). Rendersi conto di essere più bravi di altre persone in alcune cose non significa essere arroganti, ma può semplicemente significare riconoscere la verità. Tuttavia, si deve anche comprendere che, qualunque sia la cosa in cui si eccelle, a meno che non si sia i migliori al mondo in quella disciplina, c’è sempre qualcuno più bravo di voi.
Le nostre vite qui sono fugaci e, in ogni caso, presto lasceremo questo mondo. Si vedano Giobbe 14:1-2; Salmo 62:9; 103:13-16; Isaia 40:6,7; (in parte 1 Corinzi 7:31); Giacomo 1:10-11; 1 Pietro 1:23-24. Esiste un’organizzazione che aiuta i malati di Alzheimer, chiamata «Still Me», che ricorda alle famiglie che il malato di Alzheimer potrà anche aver perso alcune capacità cognitive, ma, come ha detto un paziente: «Sono sempre io!»
Come le nuvole e il vento senza pioggia è l’uomo che si vanta di doni mai elargiti (Proverbi 25:14 BSB). Non importa quali talenti abbiate, se non ne fate nulla.
I nostri doni non sono per noi, ma per gli altri. Filippesi 2:17 afferma che Paolo veniva «versato come un’offerta di libagione» per gli altri cristiani.
Dobbiamo mettere a frutto i nostri doni insieme agli altri, non solo individualmente, come dimostrano Romani 12:5-8 e 1 Corinzi 12:12-27.
Le vostre capacità e i vostri talenti non definiscono chi siete. Conoscete bene un argomento, siete intelligenti o bravi in una certa cosa? Potrebbe arrivare il giorno in cui lascerete tutto ciò alle spalle, per sempre, e otterrete qualcosa di migliore, quando andrete in paradiso. Ma non li abbandonerete con tristezza, a meno che non pensiate erroneamente che quelle cose temporanee e di minore importanza siano tutto ciò che siete.
Amate senza ipocrisia (Romani 12:9). I talenti e le capacità di un’altra persona non definiscono chi essa sia. Avete sposato qualcuno per i suoi soldi? – Cosa accadrebbe se perdesse i suoi soldi? Ha sposato qualcuno per il suo aspetto fisico? – Lo lascerebbe se fosse vittima di un incidente o perdesse in altro modo il proprio aspetto fisico? Conoscevo un ragazzo al liceo che aveva una ragazza e un’auto molto bella. Ma quando ha avuto un incidente con l’auto, lei lo ha lasciato. Non era innamorata di lui, ma solo della sua auto. Amiamo gli altri per i loro talenti o le loro capacità, o per ciò che possono fare per noi?
D: In Romani 12:6-8, perché l’elenco dei doni è diverso da quelli riportati in 1 Corinzi 12:7-11, 1 Corinzi 13:8 ed Efesini 4:7-13?
R: È positivo che i doni elencati siano diversi. Se non lo fossero, qualcuno potrebbe pensare che l’elenco fosse esaustivo e che non esistessero doni non presenti in esso. Questi elenchi sono forniti come esempi di categorie di doni. Dio è libero di concedere doni aggiuntivi, e persino ulteriori categorie di doni, secondo il Suo volere e in base alle necessità della Chiesa.
D: In Romani 12,8b, cosa significa «mostrare misericordia»?
R: Ciò non significa concedere il perdono, ma piuttosto aiutare chi si trova nel bisogno.
D: In Romani 12:9, i cristiani devono provare odio, e se sì, in che modo?
R: Non dobbiamo odiare le persone, ma dobbiamo odiare il male e ciò che esso provoca alle persone. 1 Giovanni 3:10; 4:7-8 afferma che non siamo veri credenti se non proviamo amore per il nostro fratello. Ma le persone che dobbiamo amare sono solo i credenti? No, a Gesù fu chiesto chi dovessimo amare, ed Egli rispose con la parabola del Buon Samaritano in Luca 10:25-37.
Come disse Agostino di Ippona: «Odiate il peccato, ma amate il peccatore». Non lasciate che il vostro odio per ciò che è male si trasformi in odio verso la persona.
D: In Romani 12,11, come possiamo coltivare lo zelo senza venir meno?
R: A quanto pare, Dio ha affidato ai credenti la responsabilità di vigilare su se stessi affinché non diventino tiepidi nella fede. Il termine qui utilizzato per indicare lo zelo, “zeontes”, può anche riferirsi all’ebollizione. Di solito i credenti non diventano tiepidi all’improvviso. Più comunemente si tratta di un progressivo, quotidiano indebolirsi della nostra devozione e del tempo dedicato a Dio, che vengono sostituiti da altre cose.
D: In Romani 12:13; 1 Timoteo 5:10, Matteo 25:35-45, cosa dice la Bibbia riguardo alla pratica dell’ospitalità?
R: Il termine greco qui utilizzato, philoxenos, significa letteralmente «amore per gli stranieri». Ha un significato più ampio rispetto al semplice fare del bene a persone che non si conoscono, ma implica anche amare sinceramente chi non si conosce. Ecco ciò che la Bibbia comanda in generale, seguito dalle precisazioni relative a tale comandamento.
Comandamento positivo: Romani12:13 e e 1 Timoteo 5:10 ci esortano a praticare l’ospitalità; ciò vale sia nei confronti dei cristiani che dei non cristiani. In Matteo 25:35-45, Gesù affermò che se aveste offerto cibo, bevande, ospitalità, vestiti o cure ai poveri, agli stranieri, ai malati o ai prigionieri, sarebbe stato come se lo aveste fatto per Lui. Anche Ebrei 13:2 afferma che alcuni hanno ospitato angeli senza saperlo.
Esempi negativi: Giobbe 31:32 menziona come peccato il mancato esercizio dell’ospitalità verso uno straniero. Tra gli altri peccati, in Ezechiele 16:49 si afferma che Sodoma e Gomorra non praticavano l’ospitalità; anzi, erano piuttosto meschine nei confronti degli stranieri.
Precisazione: 2 Giovanni 9-11 afferma che non si deve offrire ospitalità agli eretici. Inoltre, 1 Corinzi 5:11 dice che non dobbiamo frequentare chiunque si definisca fratello ma conduca una vita empia.
Lo scrittore della Chiesa primitiva Clemente di Roma (96-98 d.C.) deve aver ritenuto importante l’ospitalità, poiché ne cita quattro esempi.
D: In Romani 12,14, cosa significa benedire coloro che ci perseguitano, e a quale tipo di persecuzione si riferiva specificamente Paolo?
R: Paolo non ha specificato alcuna persecuzione particolare, quindi potrebbe trattarsi di persecuzione a causa della nostra fede o per qualsiasi altra ragione. Ciò implica, come minimo, quanto segue.
Non vendicarsi né rendere male per male. Ciò è sottolineato nelle Scritture: Romani 12,19.17; Levitico 19,18; 1 Pietro 3,9; (implicito) Matteo 5,38-46; Luca 6,27-36
Fate del bene a loro. Ricambiate il male con la benedizione, come dice 1 Pietro 3:9. Fate del bene, ad esempio dando loro da mangiare, come indicato in Romani 12:20.
Non li odiate. Dobbiamo amare tutti. 1 Giovanni 3:15 afferma che chiunque odia il proprio fratello non ha in sé la vita eterna.
Amateli. Non limitatevi a smettere di odiarli e a diventare apatici, ma amateli davvero. 1 Giovanni 3:10-11,14 afferma con fermezza che amarci gli uni gli altri è un dovere. In definitiva, l’amore è una scelta, non un sentimento.
Pregate per loro, affinché possa accadere loro la cosa migliore possibile; affinché possano conoscere il Signore. Matteo 5:44; Luca 6:27-28; Atti 7:60; Luca 23:34.
Combattete il male con il bene: dobbiamo combattere il male, ma, paradossalmente, Romani 12:21 afferma che dobbiamo combattere il male con il bene, non con un male equivalente. È in un certo senso l’opposto di «combattere il fuoco con il fuoco».
Ricordate: essi vi stanno procurando una ricompensa in cielo. Matteo 5:10 dice: «Beati coloro che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.» (BSB) Si veda anche Luca 6:23.
D: In Romani 12:15, in che modo dovremmo rallegrarci con coloro che si rallegrano e piangere con coloro che piangono?
R: Il primo passo per gioire e piangere con loro, senza ipocrisia, è avere a cuore il loro benessere.
Rallegrarsi con loro: se a un Suo amico capita una promozione o qualcosa di positivo, ne è felice, anche se non ne ricava alcun beneficio? Oppure la gelosia consuma la gioia che dovrebbe provare per il Suo amico? Senza Dio, le persone provano tristezza quando accadono cose positive agli altri a causa dell’invidia. Ma 1 Corinzi 13:4 afferma che l’amore non invidia. Oppure le persone possono provare gioia quando accadono cose brutte agli altri, fenomeno che in lingua tedesca viene chiamato «schadenfreude». Forse Giona era alla ricerca di questo sentimento quando si trovava fuori da Ninive. Ma 1 Corinzi 13:6 afferma che l’amore non si rallegra dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Per coloro che perseguitano i cristiani, dovremmo sia pregare sia augurare loro che accada la cosa migliore possibile: che possano arrivare a conoscere il Signore Gesù Cristo come loro Salvatore personale, andare in paradiso dopo averlo fatto, e che noi possiamo vivere insieme a loro in paradiso per sempre. Conosciamo già una persona del genere con cui vivremo in paradiso: Saulo di Tarso, altrimenti noto come l’apostolo Paolo.
Piangere con loro: immaginate qualcuno che possa gioire con chi gioisce ma non riesca a piangere con chi piange. Potrebbe godersi i momenti felici, ma invece di essere presente ad ascoltare nei momenti difficili, potrebbe allontanarsi, limitarsi a scherzarci sopra o semplicemente dire alla persona di essere forte, senza alcuna empatia. A volte, quando qualcuno subisce una perdita e non è possibile semplicemente «risolvere la situazione», quella persona può trarre conforto dalla vostra presenza e dal fatto che dedichiate del tempo semplicemente a starle accanto, perché tenete a lei. A volte potrebbe aver bisogno e desiderare un consiglio, ma altre volte no. In ogni caso, dimostrate il vostro affetto trascorrendo del tempo con lei.
D: In Romani 12:16, perché si dice di vivere in armonia gli uni con gli altri, visto che in Romani 12:9-10 si era già detto di amarsi, di essere devoti gli uni agli altri e di onorarsi a vicenda?
R: Potremmo chiederlo a Euodia e Sintiche in Filippesi 4:2, e potremmo chiederlo a Sizzigo/compagno di giogo, a cui Paolo affidò il compito straordinariamente importante di aiutare queste donne ad andare d’accordo. Gesù disse che le persone riconosceranno che siamo cristiani dal nostro amore in Giovanni 13:34-35, e che siamo uno in Giovanni 17:20-21.
Dimostriamo unità con altri credenti provenienti da contesti diversi, percorsi di vita diversi, denominazioni diverse e con opinioni divergenti su questioni secondarie? Dovremmo ricordare che Cristo, che ci unisce, è più grande di tutte queste cose che possono dividerci.
D: In Romani 12,16, perché qualcuno potrebbe non voler frequentare persone di posizione inferiore, e perché dovremmo farlo noi?
R: A volte qualcuno potrebbe voler evitare una persona considerata di posizione inferiore per arroganza, ma più spesso ciò può avvenire perché teme il giudizio di altre persone che occupano una posizione di rilievo. Ad esempio, Pietro frequentava i gentili e mangiava con loro, ma quando arrivavano altri ebrei, in Galati 2:11-16, smetteva di farlo. Poiché Pietro agiva in questo modo pubblicamente, Paolo lo rimproverò pubblicamente per la sua ipocrisia.
Ma se frequentaste persone di presunta posizione inferiore, potreste scoprire qualcosa. Siamo tutti creati a immagine di Dio e, agli occhi di Colui che conta, ovvero Dio, esse non sono realmente in una posizione inferiore alla vostra. Semmai, se voi avete orgoglio e loro no, potreste essere proprio voi a trovarvi in una posizione inferiore.
D: In Romani 12,17, quali sono i metodi socialmente accettati per rendere male per male?
R: Romani 12,17 afferma che non esistono metodi accettabili per i cristiani. Tuttavia, la società in generale potrebbe ritenere accettabile sparlare alle spalle di qualcuno, diffamare e mentire per rovinarne la reputazione, assicurarsi che il suo lavoro non abbia alcun effetto, oppure fare scherzi meschini a lui o alla sua auto. Ogni volta che vi ponete la domanda «come posso vendicarmi?», state scivolando nel peccato. Romani 12,19 afferma che Dio è comunque più capace di voi di vendicarsi. Pertanto, tra tutte le cose di cui dobbiamo preoccuparci nella vita, come vendicarsi di qualcuno non è una di queste.
George Washington Carver una volta disse: «Non permetterò mai a un altro uomo di rovinarmi la vita spingendomi a odiarlo».
D: In Romani 12:18, quali sono alcuni modi per vivere in pace con gli altri, per quanto possibile?
R: Si impegna in modo particolare per appianare i conflitti o i risentimenti tra lei e qualcun altro? È un operatore di pace, come Gesù ci esorta a essere in Matteo 5:9? Dobbiamo essere misericordiosi, come dice Matteo 5:7.
A volte è necessario mostrarsi in disaccordo per ragioni importanti, e questo va bene. Ma non siate mai in disaccordo solo per il gusto di essere polemici.
Oltre ad evitare i conflitti, si ponga una domanda: i Suoi vicini sono felici di vivere vicino a Lei? Il Suo coniuge e i Suoi figli sono felici di vivere con Lei? I Suoi colleghi si sentono fortunati a lavorare con Lei? Forse non sta compiendo azioni apertamente ostili, ma sta compiendo gesti di cordialità?
D: In Romani 13:1-6 e 1 Pietro2:13 -14, in che modo dobbiamo obbedire ai governi?
R: Dobbiamo obbedire e onorare le loro leggi nella lettera e nello spirito. Non dobbiamo né compiere il male, né dare l’impressione di compiere il male (2 Corinzi8:20 -21; 1 Tessalonicesi5:22 ). Tuttavia, le leggi di una nazione prevalgono su quelle di una provincia, e le leggi di Dio prevalgono sulle leggi delle nazioni. Non dobbiamo obbedire a nessuna legge di un paese che contraddica la legge di Dio. Non dobbiamo parlare male del governante del popolo, come indicato in Atti 23,5 ed Esodo 22,28. Esodo 22,28 si riferisce anche ai leader laici.
D: In Romani 13:1-2 Dio ci dice: «Ogni persona deve sottomettersi alle autorità costituite, poiché non c’è autorità se non quella che proviene da Dio. Le autorità che esistono sono state stabilite da Dio. Di conseguenza, chiunque resiste all’autorità si oppone a ciò che Dio ha stabilito, e coloro che lo fanno attireranno il giudizio su se stessi». Ciò significa che governi come quelli di Hitler, Stalin, Pol Pot ecc. sono stati stabiliti da Dio e che il popolo non avrebbe dovuto opporvi resistenza? Trovo questo concetto molto difficile da credere. Se potesse spiegarmelo, le sarei molto grato.
R: Le darò innanzitutto una risposta breve, e poi una risposta più articolata.
In breve: no, non dobbiamo mai obbedire a comandi che siano contrari ai comandamenti di Dio (come «non uccidere», ecc.). Stalin, Pol Pot, Hitler e altri erano uomini malvagi, ai quali Dio ha permesso di regnare. Ma ricordi che la Bibbia menziona il «principe» di questo mondo, e quello è Satana. Tuttavia, anche se quegli uomini sono malvagi, dobbiamo rispettare l’autorità governativa, nella misura in cui essa non sia contraria all’autorità di Dio.
I primi cristiani si trovarono alle prese con questo dilemma, poiché il governo romano ordinava loro, sotto minaccia di tortura e di morte, di offrire sacrifici all’Imperatore e di adorare l’Imperatore o gli dei romani. Essi comprendevano che dovevano obbedire a tutte le leggi romane, tranne quando queste entravano in conflitto con la legge superiore, la legge di Dio. Il modo in cui lo esprimevano era che esistevano leggi «legali» e leggi «illegali», il che in greco costituisce una sorta di gioco di parole di fronte alla morte. Pertanto, sebbene dovessero disobbedire alle leggi che imponevano di offrire sacrifici ad altri dei, sapevano di dover comunque obbedire alle altre leggi che erano conformi, o almeno non contrarie, alla legge di Dio.
Immaginiamo di vivere negli anni ’40 nella Germania nazista. Hitler era certamente un uomo malvagio, e avremmo dovuto disobbedire a qualsiasi ordine di consegnare gli ebrei alle autorità. Tuttavia, avremmo comunque dovuto rispettare il codice della strada e (purtroppo) pagare le imposte sul reddito.
La situazione si complica se fossimo stati arruolati nell’esercito. Ho letto che per il tedesco medio era piuttosto evidente che molti ebrei venivano condotti nei campi, nessuno ne usciva, e l’aria intorno ai campi puzzava di carne umana. Se fossimo stati costretti ad arruolarci, avremmo dovuto renderci conto di far parte di un esercito malvagio e, alla prima occasione, arrenderci agli alleati o, meglio ancora, diventare guardie carcerarie e permettere agli ebrei di fuggire. C’era un ufficiale nazista di nome Oskar Schindler, l’unico soldato nazista ad essere onorato in Israele. Egli sapeva in prima persona cosa stava accadendo nei campi di concentramento e si adoperò per salvare il maggior numero possibile di ebrei. Esiste un famoso film su di lui intitolato «La lista di Schindler». Ciò che non è così noto è che vi fu un secondo membro del partito nazista, che operava nella Cina continentale, di nome John Rabe, il quale fece anch’egli tutto il possibile per salvare la vita dei cinesi a Nanchino e in altri luoghi.
D: In Romani 13:1-2,4, lo scettico Bart Ehrman si chiede se i cristiani dovessero obbedire alle autorità governative [romane], oppure se le autorità romane saranno malvagie e malvagie in Apocalisse 17:18 (Jesus, Interrupted, pp. 97-98).
R: Ho posto questa domanda a mia figlia quattordicenne, e lei ha colto chiaramente la risposta: entrambe le affermazioni sono vere. Paolo visse sotto uno degli imperatori romani più spregevoli e malvagi di tutti i tempi: Nerone. Paolo sapeva già, ai suoi tempi, quanto potesse essere malvagio l’imperatore romano; non avrebbe dovuto attendere fino alla stesura dell’Apocalisse (quasi 50 anni dopo il suo martirio) per sapere che le autorità governative potevano essere estremamente malvagie. Eppure, Paolo ci ha comunque insegnato a obbedire alle autorità governative. I primi cristiani obbedivano alle autorità governative, tranne quando i loro comandi andavano contro i comandi superiori di Dio.
D: In Romani 13,1-6, in quali casi i cristiani dovrebbero ricorrere alla disobbedienza civile?
R: I cristiani, in generale, devono obbedire alle leggi del paese. Tuttavia, proprio come una legge federale prevale su una legge statale, la legge di Dio prevale sulle leggi degli uomini. Pertanto, se una legge va contro ciò che Dio ha comandato, dobbiamo obbedire innanzitutto alla legge di Dio. Durante la Seconda Guerra Mondiale alcuni cristiani, come la famiglia ten Boom, violarono la legge e nascosero degli ebrei alle autorità. Fecero bene a proteggere le persone oppresse da una legge malvagia.
D: In Romani 13:7, in che modo i funzionari del governo romano, pagani e corrotti, erano ministri di Dio?
R: All’epoca di Paolo, il governo romano era estremamente corrotto. Alcuni uomini accumulavano enormi fortune semplicemente ricoprendo la carica di governatori di province come la Sicilia. Queste persone non erano ministri di Dio né per loro scelta consapevole né in virtù della loro moralità. Erano piuttosto ministri di Dio nell’unico (e solo) senso che, essendo loro il governo effettivo, i cristiani dovevano obbedire loro fintantoché le loro leggi non contraddicessero quelle di Dio. In generale, i primi cristiani erano molto rispettosi della legge, tranne per il fatto che si rifiutavano di adorare l’Imperatore oltre a Cristo. Per questo motivo, decine di migliaia di loro subirono il martirio.
D: In Romani 13,8, perché i cristiani hanno debiti?
R: Romani 13:8 non dice di non avere mai debiti, ma piuttosto di non lasciare alcun debito in sospeso, se non quello dell’amore verso il prossimo. In altre parole, la prima parte di questo versetto afferma che possiamo avere debiti, ma che dovremmo pagarli. A volte leggi strane e insolite possono liberare qualcuno dagli obblighi legali di pagare un debito valido. Tuttavia, a prescindere dalle strane leggi umane, dobbiamo comunque obbedire a Dio.
Ciò non significa non avere mai debiti, ma piuttosto pagare ciò che si deve, secondo il «Believer’s Bible Commentary» a pag. 1732 e il «Bible Knowledge Commentary: New Testament» a pag. 491.
D: In Romani 13:9-10, «amare il prossimo come se stessi» riassume davvero tutta la Legge? E che dire dell’amare anche Dio, come afferma Marco 12:29-30?
R: Paolo menziona qui quattro dei Dieci Comandamenti. In realtà, gli ultimi cinque e mezzo possono essere sintetizzati nell’espressione «ama il tuo prossimo come te stesso». Si possono sintetizzare i primi quattro e mezzo comandamenti nell’espressione «ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze». Quindi, un punto è che «ama il tuo prossimo come te stesso» sintetizza effettivamente tutte le leggi riguardanti i rapporti con le altre persone.
Un secondo punto è che è difficile avere la forza di amare veramente il prossimo spiritualmente, emotivamente, economicamente e in ogni altro modo, se non si ama prima Dio.
D: In Romani 13,10, poiché non dovremmo nutrire rancore verso il prossimo, un cristiano può essere un agente di polizia e arrestare le persone?
R: Sì. Per amore del prossimo, per il bene della società e per far rispettare le leggi contro i trasgressori, un poliziotto cristiano può arrestare le persone, ricorrendo alla forza se necessario. Tuttavia, dovrebbe farlo senza odio, malizia, rabbia o rancore nei confronti del trasgressore. Un buon poliziotto non dovrebbe mai assumere l’atteggiamento di ritenersi al di sopra della legge, né pretendere che gli altri lo trattino in modo speciale.
Per un ottimo esempio di cosa significhi essere un poliziotto cristiano che pattuglia la «capitale australiana dell’eroina», si veda Creation ex Nihilo, vol. 3, n. 3, giugno-agosto 1998, pagg. 14-16.
D: In Romani13:11 -14, qual è il significato di questo brano?
R: Le persone possono scegliere di vivere come desiderano. Tuttavia, in Romani14:12 , si afferma che dovranno rendere conto di come hanno vissuto. Poiché non sappiamo quando giungerà per noi la fine della vita sulla terra, Romani 13:11-12 sottolinea l’urgenza di prendere coscienza delle realtà che ci circondano.
A titolo di nota a margine, Agostino di Ippona (388-430 d.C.) affermò di essere stato profondamente colpito da Romani 13,11-14. Prima di diventare cristiano, Agostino conviveva con la sua compagna, dalla quale aveva avuto un figlio.
D: In Romani 14:1, cosa si intende esattamente per «cose dubbie»?
R: Letteralmente si legge: «ma non per controversie sulle opinioni». Paolo non definì con precisione le cose dubbie su cui i cristiani sono in disaccordo, quindi immagino che anche su questo possiamo essere in disaccordo! Paolo descrive queste cose dubbie solo attraverso due esempi. Parla dell’alimentazione di un cristiano e del considerare un giorno (come il sabato o la domenica, non lo specificò) superiore a un altro giorno. I buoni cristiani possono avere opinioni diverse su queste cose e, anziché rispondere a tali questioni – come avrebbe potuto fare l’apostolo – egli le utilizza per mostrare come i cristiani dovrebbero andare d’accordo nonostante le loro divergenze sulle «cose dubbie». Le cose dubbie sono quelle non esplicitamente specificate nelle Scritture e la cui corretta comprensione non è essenziale per la salvezza. Non è che tutte le cose dubbie siano irrilevanti, ma piuttosto che non sono importanti quanto quelle insegnate in modo chiaro.
D: In Romani 14,1-5, come mai c’erano ebrei a Roma?
R: Gli ebrei furono espulsi da Roma nel 139 a.C. e, successivamente, dall’imperatore Tiberio nel 19 d.C. Più tardi, l’imperatore Claudio espulse tutti gli ebrei da Roma nel 49 d.C., ma essi vi fecero ritorno dopo la morte di Claudio nel 54/55 d.C. Pertanto, come le altre comunità, anche quella di Roma contava probabilmente dei credenti ebrei, ma probabilmente in percentuale minore rispetto alle altre comunità.
D: In Romani 14,2, 14, 17, 20-21, poiché i cristiani cattolici e ortodossi si astengono dal consumo di carne diversa da quella di pesce durante la Quaresima, tutti i cristiani dovrebbero fare lo stesso per evitare di essere motivo di scandalo per i fratelli più deboli? Allo stesso modo, poiché alcuni cristiani credono che non si debba mai bere alcolici, tutti i cristiani dovrebbero astenersi?
R: Ecco una sintesi di ciò che dovreste fare.
1. Mettete in pratica ciò che ritenete giusto, ma non guardate con disprezzo coloro che agiscono diversamente.
2. Non permetta che ciò in cui crede venga definito sbagliato, se non è contrario alla Scrittura. (Vedi Colossesi 2,16-20)
3. Se una persona Le fa notare questa questione, Le dica che è lecito farlo, ma precis Le che, se quella è la loro convinzione, Lei non lo farà in loro presenza.
È importante mettere in pratica insieme i punti 2 e 3. Se vi limitate semplicemente ad astenervi dal farlo in quel momento, potrebbero avere l’impressione che siate d’accordo a non farlo più. Se scoprissero che lo avete fatto di nuovo quando non erano presenti, ciò darebbe l’impressione di ipocrisia. Pertanto, astenetevi dal farlo in loro presenza, ma chiarite che continuate a ritenere che sia giusto e che non state sottintendendo che vi asterrete del tutto dal farlo.
D: In Romani 14:5, è ora lecito lavorare il sabato o la domenica, oppure no?
R: I cristiani autentici, sia allora che oggi, non sono d’accordo. Si veda la discussione su Esodo 20:8 per la risposta. Paolo disse di raccogliere le offerte il primo giorno della settimana in 1 Corinzi 16:2. I primi cristiani celebravano il culto la domenica, secondo il
seguente:
Lettera di Ignazio ai Magnesi, cap. 9, pag. 62 (106-117 d.C.): «Se dunque coloro che sono stati educati secondo l’antico ordine delle cose sono giunti in possesso di una nuova speranza, non osservando più il sabato, ma vivendo nell’osservanza del Giorno del Signore, nel quale anche la nostra vita è risorta grazie a Lui e alla Sua morte»
Lettera di Ignazio agli Efesini, cap. 5, pag. 51 (107/116 d.C.) «Colui, dunque, che non si riunisce con la Chiesa, ha manifestato proprio con questo il proprio orgoglio e si è condannato da sé».
Didaché (= Insegnamento dei Dodici Apostoli) (60-120 d.C. circa), cap. 14, pag. 381 (implicito): «Ma ogni giorno del Signore riunitevi, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato le vostre trasgressioni, affinché il vostro sacrificio sia puro».
Lettera di Barnaba (70-130 d.C. circa), cap. 10, pag. 143 (implicito), afferma che i cristiani osservano l’«ottavo giorno» [cioè la domenica] perché è il giorno in cui Gesù risuscitò dai morti. In seguito ascese al cielo.
Giustino Martire (circa 150 d.C.): «Ma la domenica è il giorno in cui tutti noi teniamo la nostra assemblea comune, poiché è il primo giorno in cui Dio, avendo operato un cambiamento nelle tenebre e nella materia, creò il mondo; e Gesù Cristo, nostro Salvatore, in quello stesso giorno risuscitò dai morti. Egli infatti fu crocifisso il giorno precedente a quello di Saturno (il sabato); e il giorno successivo a quello di Saturno, che è il giorno del Sole, dopo essere apparso ai Suoi apostoli e discepoli, insegnò loro queste cose, che abbiamo sottoposto anche a Voi [Imperatore Adriano] affinché le prendiate in considerazione». Prima Apologia di Giustino Martire, cap. 67, p. 188
Dionigi di Corinto (170 d.C.) (frammentario) «Abbiamo trascorso questo santo giorno del Signore, nel quale abbiamo letto la vostra lettera, dalla cui costante lettura potremo trarre ammonimento, proprio come dalla lettura di quella precedente che ci avete inviato per mezzo di Clemente». frammento 2, vol. 8, p. 765
Ireneo di Lione (180-188 d.C.) (di seconda mano) è menzionato nell’opera omonima «Domande e risposte all’ortodossia»: «Questa [usanza], di non inginocchiarsi la domenica, è un simbolo della risurrezione, attraverso la quale siamo stati liberati, per grazia di Cristo, dai peccati e dalla morte, che è stata annientata sotto di Lui. Ora, questa usanza ha avuto origine fin dai tempi apostolici, come dichiara il beato Ireneo, martire e vescovo di Lione, nel suo trattato *Sulla Pasqua*, in cui menziona anche la Pentecoste; in occasione di tale [festa] non ci inginocchiamo, poiché essa ha lo stesso significato del giorno del Signore, per la ragione già addotta al riguardo.» (La nota a piè di pagina precisa che la domenica qui indicata si riferisce probabilmente alla domenica di Pasqua.) ANF vol. 1, Frammenti di Ireneo, frammento 7, pp. 569-570.
Clemente di Alessandria (193-202 d.C.) (frammentario; il giorno del Signore è l’ottavo giorno) «E del giorno del Signore parla profeticamente Platone nel decimo libro della *Repubblica*, con queste parole: “E quando saranno trascorsi sette giorni per ciascuno di loro nel prato, l’ottavo giorno dovranno mettersi in cammino e arrivare a destinazione in quattro giorni”». Stromati, libro 5, cap. 14, p. 466
Tertulliano (200-220/240 d.C.) afferma che, mentre le feste ebraiche erano il sabato e la purificazione, i cristiani fecero della domenica il loro giorno di riposo/festività. Ad Nationes, libro 2, cap. 13, p. 123
Origene (225-253/254 d.C.) «Ma se dalle Sacre Scritture risulta chiaro che Dio fece piovere la manna dal cielo nel Giorno del Signore, e non ne fece piovere alcuna nel giorno di sabato, che gli ebrei comprendano che da quel momento il Giorno del Signore fu posto al di sopra del vero sabato». Omelie sull’Esodo (tradotte da Rufino, che tradusse in modo molto libero) Omelia 7, cap. 5, pag. 308
Cipriano di Cartagine (circa 253-258 d.C.) (frammentario) «Infatti, per quanto riguarda l’osservanza dell’ottavo giorno nella circoncisione ebraica della carne, un sacramento era stato dato in anticipo sotto forma di prefigurazione e di consuetudine; ma quando venne Cristo, esso si adempì nella verità. Poiché l’ottavo giorno, cioè il primo giorno dopo il sabato, doveva essere quello in cui il Signore sarebbe risorto, ci avrebbe vivificati e ci avrebbe concesso la circoncisione dello spirito, l’ottavo giorno, cioè il primo giorno dopo il sabato e il giorno del Signore, lo precedeva in figura; figura che cessò quando, a suo tempo, giunse la verità e ci fu concessa la circoncisione spirituale». Lettere di Cipriano, Lettera 58, cap. 4, p. 354
Anatolio di Alessandria (270-280 d.C.) (frammento) «La risurrezione del Signore, avvenuta nel giorno del Signore, ci indurrà a celebrarla secondo lo stesso principio; tuttavia ciò dovrebbe avvenire in modo tale che l’inizio della Pasqua…» Canone pasquale, cap. 16, vol. 6, p. 151
Victorinus di Petau (martirizzato nel 304 d.C.) «Anche in questo giorno, in memoria della passione del Signore Gesù Cristo, dedichiamo a Dio una preghiera o osserviamo un digiuno. Il settimo giorno Egli si riposò da tutte le Sue opere, lo benedisse e lo santificò. Il giorno precedente siamo soliti digiunare rigorosamente, affinché nel giorno del Signore possiamo recarci a ricevere il nostro pane con rendimento di grazie. E che il Venerdì Santo diventi un digiuno rigoroso, affinché non sembri che osserviamo alcun sabato con i Giudei, che Cristo stesso, il Signore del sabato, dice per mezzo dei Suoi profeti che «la Sua anima aborrisce»; sabato che Egli, nel Suo corpo, ha abolito, sebbene, tuttavia, Egli stesso avesse in precedenza comandato a Mosè che la circoncisione non dovesse avvenire oltre l’ottavo giorno, giorno che molto spesso cade di sabato, come leggiamo scritto nel Vangelo». Sulla creazione del mondo, pp. 341-342
Concilio di Elvira (306-307 d.C.) (21 canoni indiscussi) «Se qualcuno che vive in città non partecipa alle funzioni religiose per tre domeniche, sia espulso per un breve periodo affinché il biasimo sia reso pubblico». Canone 21.
Pietro di Alessandria (306, 285-311 d.C.) tratta del quarto giorno e del fatto che Gesù soffrì per noi il sesto giorno [venerdì]. Poi afferma: «Ma il giorno del Signore lo celebriamo come giorno di gioia, poiché in esso Egli risuscitò; in quel giorno abbiamo adottato l’usanza di non piegare nemmeno il ginocchio». Lettera canonica, canone 15, pag. 278
Metodio (270-311/312 d.C.) (frammentario, menziona l’ottavo giorno): «Il proprio Figlio per rivelare ai profeti la Sua futura apparizione nel mondo nella carne, in cui saranno proclamati la gioia e la conoscenza dell’ottavo giorno spirituale, … prima che la Chiesa fosse promessa sposa del Verbo, ricevesse il seme divino e predisse la circoncisione dell’ottavo giorno spirituale».
Tra gli eretici e i libri apocrifi
L’eretico Bardaisan/Bardesan (154-224-232 d.C.) afferma che noi [cristiani] ci riuniamo il primo giorno della settimana. Il Libro delle Leggi dei Diversi Paesi, pag. 733
Dopo il Concilio di Nicea I (325 d.C.)
Egemonio (IV secolo) (frammentario) discute di come Cristo abbia sostituito il sabato in quanto Signore del sabato. La Disputa con Mani, cap. 42, pag. 216
Costituzioni dei Santi Apostoli (circa 375/390 d.C.) «Ma osservate il sabato e la festa del giorno del Signore; poiché il primo è il memoriale della creazione, e il secondo della risurrezione». Libro 7, sezione 2.23, pag. 469
Costituzioni dei Santi Apostoli (375/390 d.C. circa) «Ma riunitevi ogni giorno, al mattino e alla sera, cantando salmi e pregando nella casa del Signore: al mattino recitando il Salmo 62 e alla sera il 140, ma soprattutto nel giorno di sabato. E nel giorno della risurrezione del nostro Signore, che è il giorno del Signore, riunitevi con maggiore diligenza, rendendo lode a Dio che ha creato l’universo per mezzo di Gesù, …» libro 2, cap. 8.59, pag. 423
Deviazioni da questa prassi furono menzionate da Giustino Martire (che scrisse intorno al 138-165 d.C.) (Dialogo con Trifone, cap. 47), il quale definisce coloro che osservano il sabato «fratelli più deboli», mentre Eusebio di Cesarea (324 d.C.) menziona gli eretici ebioniti come osservanti del sabato.
D: In Romani 14,5, Paolo si riferiva forse al sabato?
R: Il riferimento è applicabile sia al sabato che alle festività ebraiche. I cristiani hanno due punti di vista. Paolo non specificò esplicitamente né le festività dell’Antico Testamento né il sabato. Paolo utilizzò l’espressione molto generica «giorni speciali» per includere entrambi.
Al contrario, i curatori della «New Geneva Study Bible» calvinista, a pag. 1791, ritengono che Paolo si riferisse esclusivamente alle festività ebraiche. Si legge: «Se si fosse fatto riferimento al sabato, sarebbe stato più naturale dire: “Uno considera il sabato al di sopra degli altri giorni”».
È discutibile aggiungere restrizioni alla formulazione di Romani 14:5, poiché altrove (Colossesi2:16 ) Paolo afferma specificamente che non dobbiamo giudicare gli altri «riguardo a una festa, a una luna nuova o ai sabati». Pertanto, Paolo ha contemplato il fatto che i credenti possano avere opinioni diverse e che non si debbano giudicare gli altri né per le feste né per i sabati.
D: In Romani 14:5, cosa ne pensa di Eric Liddell, il protagonista del film «Momenti di gloria», che si rifiutò di gareggiare alle Olimpiadi nella sua disciplina di punta perché la gara si svolgeva di domenica?
R: Eric nutriva la convinzione personale che onorando la domenica come giorno sacro e non svolgendo alcun lavoro in quel giorno, egli piacesse a Dio. Gareggiare in una corsa sarebbe stato considerato un lavoro. Tuttavia, la Bibbia non ha mai affermato di non lavorare la domenica. Nell’Antico Testamento gli Israeliti dovevano astenersi dal lavoro il sabato, non la domenica.
D: In Romani 14:5, quando Paolo ebbe l’occasione perfetta per chiarire la questione del sabato, perché si astenne dal farlo?
R: Perché il punto che Paolo stava cercando di sottolineare era più importante della nostra visione del sabato. Sebbene Paolo abbia effettivamente fornito una risposta indiretta riguardo al cibo (Romani14:14 , 17, 20), il punto principale di questo brano non è il cibo né il sabato, bensì quanto segue:
1. I cristiani obbedienti avranno opinioni diverse su questioni non essenziali, e ciò è accettabile. Non dobbiamo guardare con disprezzo coloro che hanno punti di vista diversi. (Romani 14:1-4, 10-13)
2. Non lasciate che ciò che voi ritenete buono venga considerato male. (Romani 14:16-17)
3. Non siate motivo di scandalo per gli altri. Anche se sapete che una cosa è lecita, potrebbe comunque costituire un peccato per i fratelli più deboli, che non la praticano per fede. (Romani 14:13-15, 20-21, 23)
Per ulteriori informazioni, si veda anche la discussione su 1 Corinzi 8:9-13.
D: In Romani 14:15, in che modo il semplice «mangiare» può distruggere un fratello cristiano?
R: Il cibo non danneggia fisicamente un altro credente, ma Paolo si riferisce al modo in cui l’atto di mangiare può distruggere la fede di un altro cristiano. Se un cristiano ritiene che sia sbagliato mangiare qualcosa e un altro cristiano lo induce ad agire contro la propria coscienza, ciò può minare la fede del primo cristiano.
D: In Romani 14:16, in che modo dobbiamo evitare che ciò che è buono venga considerato come male?
R: A volte potreste preferire evitare di compiere determinate azioni in un determinato momento per non dare adito a offese. Ad esempio, potreste preferire non mangiare carne di maiale davanti a persone di fede ebraica o musulmana, poiché ciò potrebbe risultare offensivo. Potreste non voler mai posare una Bibbia a terra davanti a cristiani mediorientali, poiché potrebbero interpretarlo come una mancanza di rispetto nei confronti della Bibbia. Tuttavia, risulterebbe ipocrita non compiere tali azioni in loro presenza, per poi scoprire che le compite quando non sono presenti. Sarebbe un po’ come l’ipocrisia di Pietro descritta in Galati 2:11-18.
Il modo migliore per gestire la situazione è conciliare il desiderio di non offendere con quanto affermato in Romani 14:16. Spiegate loro che quelle cose sono accettabili e che voi le fate, ma che non le fate in loro presenza, in quanto servitori, per non offenderli. Per quanto riguarda le questioni dottrinali secondarie, forse ritenete che il momento e il luogo attuali non siano i più adatti per discuterne. Spiegate loro brevemente che ritenete che una determinata dottrina sia vera e che sia bene credervi, ma che non è necessario entrare in un dibattito al riguardo in quel preciso momento.
D: In Romani 14:19, quali sono alcuni modi in cui possiamo impegnarci attivamente per promuovere la pace e l’armonia nella chiesa?
R: Innanzitutto, guardatevi intorno e individuate dove vi sia bisogno di una maggiore armonia. A volte si tratta di una singola persona con cui la maggior parte degli altri ha difficoltà a andare d’accordo. Altre volte sono due fazioni che non si fidano l’una dell’altra o non si piacciono. A volte è una questione di fratelli più forti contro fratelli più deboli. Paolo si rivolge principalmente ai fratelli più forti affinché siano sensibili nei confronti di quelli più deboli.
D: In Romani 14:20-21, un credente di orientamento C5 (che a volte non desidera essere definito cristiano) ha insegnato che i cristiani, anche in America, non dovrebbero mangiare carne di maiale, poiché ciò risulta offensivo per alcuni musulmani, sebbene questi ultimi mangino crostacei e carne di cammello, che sono contrari alla dieta degli ebrei nell’Antico Testamento. Il consumo di carne bovina risulta offensivo per alcuni indù. I giainisti insegnano che non si dovrebbe mangiare dopo il tramonto. I pitagorici insegnavano che non si dovrebbero mangiare i fagioli. Cosa direbbe a riguardo?
R: Se si seguissero tutte le usanze di ogni singola religione, la vita risulterebbe più difficile; soprattutto se le usanze di una religione fossero in contraddizione con quelle di un’altra. Quattro punti da considerare nella risposta.
1) In quanto cristiani, abbiamo la libertà di mangiare qualsiasi tipo di carne (o legumi) desideriamo, quando lo desideriamo.
2) Non dovremmo lasciar correre quando qualcuno afferma che sia sbagliato mangiare determinati cibi o in determinati momenti.
3) Tuttavia, nel rispetto della coscienza altrui, non vorremmo compiere in loro presenza azioni che essi considerano offensive.
4) Tuttavia, se ci venisse chiesto, non dovremmo mentire, ma dire loro che in realtà mangiamo.
D: In Romani 15:1-3, in che modo un cristiano che volesse compiacere Dio e se stesso, senza curarsi molto degli altri, si differenzerebbe da uno che vivesse per compiacere prima Dio e poi gli altri?
R: Il primo tipo non si preoccuperebbe nemmeno della risposta alla domanda precedente. A volte i cristiani possono avere una mentalità da «cavaliere solitario», in cui sono solo loro a entrare in comunione con Dio, senza curarsi degli altri. Un cristiano può assecondare ciò che sa essere giusto per sé, senza rendersi conto né preoccuparsi del fatto che ciò possa essere motivo di scandalo per qualcun altro. Un cristiano della prima categoria si preoccuperebbe di sapere se sta crescendo, se viene nutrito e sostenuto, se la chiesa lo sta aiutando e se sta diventando sempre più simile a Cristo. Tutto ciò è positivo. Ma un cristiano della seconda categoria si preoccuperebbe ancora di più che gli altri intorno a lui stiano crescendo, che gli altri vengano nutriti e sostenuti, di come potrebbe aiutare la chiesa e se gli altri stiano diventando sempre più simili a Cristo.
D: In Romani 15:2, dovremmo cercare di compiacere gli altri, oppure compiacere Dio senza cercare di accontentare le persone, come dicono Efesini 6:6; Colossesi 3:22; 1 Tessalonicesi 2:4 e Galati 1:10?
R: Dobbiamo innanzitutto compiacere Dio. I versetti che indicano che dobbiamo compiacere Dio (e non limitarci a obbedirgli meccanicamente) sono Ebrei 11:6; 13:21; 1 Tessalonicesi 2:4; 1 Giovanni 3:12; Efesini 5:10; 6:6; Colossesi 3:20; 3:22 ed Ecclesiaste 7:26.
Non cercate innanzitutto di compiacere gli altri: compiacere gli altri non dovrebbe essere il nostro obiettivo principale; lo dovrebbe essere invece compiacere Dio. Gesù affermò espressamente che amare il proprio prossimo come se stessi era il secondo comandamento, non il primo, in Marco 12:28-31; Matteo 22:37-40; Luca 10:27-28.
Dio ci comanda di amare e di compiacere gli altri, dopo di Lui. Dobbiamo compiacere Dio per primo, e possiamo farlo obbedendo ai Suoi comandamenti, compresi 1 Giovanni 5:2 e 2 Giovanni 5-6. Gesù disse che il secondo comandamento più importante è amare gli altri come amiamo noi stessi. Certamente ciò include il compiacerli (con un’eccezione menzionata nel punto successivo). Quindi, se vogliamo compiacere Dio, ameremo gli altri e li compiaceremo.
Rendete graditi gli altri per il loro bene: Romani 15:2 aggiunge «per il loro bene». Quando potrebbero esserci cose in grado di rendere graditi a qualcuno, ma che sono peccaminose o comunque dannose per loro, non fate quelle cose. Infatti, a volte, proprio perché amiamo una persona, possiamo fare e faremo cose che potrebbero non essere gradite a loro. Naturalmente, ciò va contro il semplice principio di rendere graditi gli altri a tutti i costi, ma è coerente con l’amare gli altri e rendere graditi a Dio.
D: In Romani 15:2, quali sono alcuni modi validi per essere più graditi agli altri?
R: Ci sono diverse cose da fare, ma anche diverse cose da smettere di fare.
Non fate cose che facciano sentire le persone sminuite. Ciò non significa solo non sminuire gli altri; significa anche cercare di evitare di fare cose che, pur non essendo intese a sminuire gli altri, abbiano l’effetto collaterale di farli sentire sminuiti.
Non guardate gli altri dall’alto in basso né date l’impressione di farlo. Dimostrate di rispettarli, di apprezzarli e di onorarli. Trattate gli altri come più importanti di voi stessi, come dice Filippesi 2:3.
Siate servitori, innanzitutto di Dio, ma poi anche degli altri.
Abbiate empatia per l’altra persona, cercate di comprendere come appare la vita attraverso i suoi occhi. Forse non potrete farlo appieno, a seconda di ciò che ha vissuto, ma potete comunque provarci.
Vi piace stare in compagnia dell’altra persona, come menziona Paolo in Romani 15:24,32? Se è così, allora dimostrate che vi piace stare in sua compagnia.
Obbedite: Dio ci ha dato un comandamento esplicito, quello di amare i figli di Dio, in 1 Giovanni 5:2 e 2 Giovanni 5-6.
D: In Romani 15:4, la Scrittura ci offre la verità, ma in che modo ci ha anche donato pazienza, conforto e speranza?
R: Man mano che la verità di Dio dimora in noi e trasforma le nostre vite, dovremmo diventare più pazienti, provare maggiore conforto e nutrire maggiore speranza man mano che cresciamo nella conoscenza di Dio.
D: In Romani 15:7, cosa significa accogliere gli altri credenti così come Cristo ha accolto noi?
R: Non eravamo (e non siamo tuttora) perfetti e senza peccato. Probabilmente non credevamo, e non crediamo tuttora, in modo corretto al 100% su ogni singola dottrina. Eppure Gesù, che ha vissuto una vita senza peccato e conosce tutti i misteri e tutta la sapienza, ci ha comunque accettati come Suo popolo. Quanto più dovremmo noi accettare gli altri credenti, che Cristo ha accettato, nonostante i loro difetti. Immaginate di pensare: «So che Dio ci perdona, ma non so se lo faccia anche con gli altri credenti, perché il loro standard è più elevato di quello di Dio». Dovremmo essere pazienti con gli altri, essendo grati per la pazienza che Dio ha dimostrato nei nostri confronti.
D: In Romani 15:14, in che modo possiamo ammonire gli altri credenti, in modo tale che siano più propensi ad ascoltare e ad accettare?
R: Innanzitutto, il fatto che una persona accetti o meno la correzione e il rimprovero che dovrebbe accettare è responsabilità di chi riceve l’ammonimento. Se qualcuno vi ammonisce in modo inappropriato, ma il suo ammonimento è corretto, dovreste comunque metterlo in pratica. Tuttavia, in qualità di persone che impartiscono l’ammonimento, ci sono alcune cose che possiamo fare per rendere più facile l’accettazione da parte loro.
Non rimproveratela come una persona superiore che rimprovera una persona inferiore, ma rivolgetevi a lei come a un fratello o una sorella nella fede. Assicuratevi di sottolineare ciò che era sbagliato, quanto sia grave e l’urgenza di cambiare immediatamente. Sottolineate che non la odiate, ma che continuate ad amarla, anche dopo ciò che ha fatto, mentre odiate ciò che ha fatto.
Un metodo che può funzionare in alcuni casi è l’approccio del «profeta Natan». Chiedete loro quale sia il modo migliore, o come gestirebbero una situazione analoga alla loro. Potreste chiedere cosa direbbero a una persona per convincerla ad ascoltare e a cambiare. Spiegate poi che avete un amico in quella situazione: proprio loro. E, utilizzando parole diverse, ripetete loro la stessa cosa. Potete leggere come Natan agì in modo simile con Davide in 2 Samuele 12:1-15.
D: In Romani 15:18, in quali circostanze non si dovrebbe condividere ciò che Dio ha compiuto attraverso di voi?
R: In generale, è bene condividere ciò che Dio ha fatto. Tuttavia, non dovreste farlo in circostanze o in un modo tale da apparire presuntuosi o da attirare l’attenzione su di voi stessi. Dovreste stare attenti a non farlo, anche accidentalmente, in un modo che dia l’impressione che siate un servitore di Dio più efficace, utile o benedetto rispetto a qualcun altro.
D: In Romani 15:20, cosa intendeva Paolo quando affermava di non costruire sulle fondamenta di un altro uomo, e perché era bene evitarlo?
R: Da un lato, dovremmo collaborare con gli altri credenti, completarci a vicenda e riconoscere che l’opera è del Signore, non nostra. Ma ciò che Paolo intendeva dire in questo contesto è che non dovremmo operare in modo competitivo con gli altri credenti, né cercare di convincere le persone che ascoltano principalmente un altro buon credente a prestare invece ascolto a noi. Paolo approfondisce questo equilibrio in 1 Corinzi 3:4-7. I credenti suonano note diverse quando alcuni suonano in armonia, ma dovremmo tutti suonare la stessa melodia.
D: In Romani 15:23, dopo che Dio vi ha condotto in un luogo o in una situazione, come fate a sapere che è giunto il momento in cui «non avete più posto in queste parti»?
R: I campi sono maturi per il raccolto. Ci sono molti luoghi adatti dove andare per fare discepoli e predicare la Parola, ma tra tutti questi luoghi adatti, qual è il posto migliore in cui Dio desidera che Lei si trovi, e quando cambia questa situazione?
Se non vedete subito un raccolto, allora pregate Dio. Forse è giunto il momento di spostarvi in un altro luogo. Oppure forse Dio vuole che perseveriate più a lungo lì, seminando il seme della Parola, e il raccolto arriverà qui in seguito.
Forse state vedendo un buon raccolto e ci sono molti mietitori. Potrebbe essere che, come Paolo, sia giunto il momento di spostarsi in luoghi dove non c’è nessuno, ora che altri possono prendere il mio posto in questo ministero.
A volte è necessario attendere i mezzi per agire. Forse uno dei motivi per cui Paolo descrisse qui nei dettagli i suoi piani di recarsi in Spagna era che sperava di ottenere un sostegno finanziario dalla chiesa di Roma per poter partire.
Dio potrebbe seminare nel vostro cuore il desiderio di predicare la Parola di Dio in un luogo specifico proprio ora.
Infine, potrebbe darsi che i nuovi cristiani stiano crescendo e che la Sua presenza, con tutta la Sua esperienza, li stia impedendo di farsi avanti e di assumersi le responsabilità e acquisire l’esperienza necessarie nei ruoli in cui devono maturare.
In definitiva, non esistono regole rigide e fisse, e dovete pregare affinché Dio vi guidi.
D: In Romani 15:24,28, Paolo si recò mai in Spagna?
R: Paolo scrisse la Lettera ai Romani mentre era in viaggio verso Gerusalemme (Romani15:25 ), quindi, se lo fece, dovette essere dopo la stesura di tale epistola. Ecco le prove a sostegno di questa ipotesi.
a) Paolo intendeva recarsi lì, come si evince da Romani15:24 , 28.
b) Eusebio suggerì che Paolo vi si recò nella sua *Storia ecclesiastica* 2,22,2-3.
c) La Prima Lettera di Clemente (96-98 d.C.), 5 (ANF vol. 1, p. 6; cfr. anche ANF vol. 9, pp. 230-231) afferma riguardo a Paolo: «Quando ebbe raggiunto i confini dell’Occidente, rese la sua testimonianza dinanzi ai governanti e così lasciò questo mondo». Sarebbe strano che i «confini dell’Occidente» fossero Roma, dato che Clemente scriveva proprio da Roma.
d) Paolo agì secondo quanto riportato in 1 Clemente, cap. 5, p. 6; nel Canone Muratoriano, cap. 2, righe 34-39, p. 603; e negli Apostoli di Pietro (IV secolo?), cap. 1-3. Non attribuirei grande credibilità agli Apostoli di Pietro, ma tenderei a fidarmi delle altre due fonti.
D: In Romani 15,29, che cosa si intende per «pienezza della benedizione del Vangelo di Cristo»?
R: Ciò può riferirsi sia alla vita di Paolo che alle sue parole. Egli si presenta a loro con una vita sinceramente colma delle benedizioni di Cristo. Con le sue parole predicherà e insegnerà l’intero Vangelo, non solo una parte di esso.
D: In Romani 15,30-32, quali sono le quattro richieste di preghiera di Paolo e perché sono importanti?
R: Assomigliano forse alle vostre richieste di preghiera? Paolo chiede specificamente di pregare
1) Per essere liberato dai non credenti in Giudea. Questa richiesta non ha ricevuto risposta affermativa.
2) Affinché il suo servizio ai santi di Gerusalemme sia gradito. Paolo prega di poter soddisfare i loro bisogni, come afferma in Romani 1,10-11.
3) Affinché Paolo possa recarsi da loro con gioia, secondo la volontà di Dio. Ciò va oltre il semplice fatto che Paolo pronunci le parole giuste; implica che la sua intera persona sia uno strumento del Vangelo.
4) Paolo e loro possano essere rinfrancati insieme. A quanto pare, per Paolo era importante che i credenti avessero lo spirito rinfrancato. Paolo prega affinché il Dio della pace sia con loro in Romani 15,33.
D: In Romani 15,30-32, perché ritiene che Paolo non abbia chiesto altre cose, come la sicurezza personale o il benessere?
R: I primi cristiani non pregarono per la sicurezza fisica e il benessere in Atti 4,25-31, e il successivo terremoto indicò che Dio era molto soddisfatto della loro preghiera.
A quanto pare, Paolo riteneva che la propria sicurezza fisica e il proprio benessere non fossero importanti quanto quelle altre cose. Paolo sapeva che Dio si sarebbe preso cura di lui e che non sarebbe morto finché Dio non lo avesse permesso. Paolo non era concentrato su questo; era concentrato sul predicare con coraggio il Vangelo.
Paolo pregò invece per essere liberato dai non credenti in Romani 15:31.
D: In Romani 15:32, come possiamo migliorare nel «rinfrescare» gli altri?
R: Siate servitori. Esaminate innanzitutto il vostro cuore. Considerate che parte del motivo per cui Dio vi mantiene su questa terra è quello di essere un «portatore d’acqua» cristiano, o una «portatrice d’acqua», fornendo un po’ di ristoro ai santi importanti che stanno compiendo la Sua opera. Filippesi 2:3 dice di considerare gli altri più importanti di voi stessi. Entrate in empatia con gli altri; mettetevi nei loro panni, per così dire.
Ma fate attenzione che il vostro «incoraggiamento» non sia in realtà una forma sottile di scoraggiamento. Ad esempio, quando dite a qualcuno: «State tenendo duro così bene, mentre qualsiasi persona normale vedrebbe molte cose di cui potrebbe giustamente lamentarsi», lo avete davvero incoraggiato o scoraggiato?
Incoraggiatela a perseverare, a rimanere salda e a riposare nel Signore. Non limitatevi a «lamentarvi al posto suo» definendolo incoraggiamento.
D: In Romani 15:33, come mai il Signore è un Dio di pace, visto che in Esodo 15:3 si dice che Dio è un guerriero?
R: La Bibbia non afferma mai che Dio sia solo un pacificatore, né che Dio sia la pace stessa. Al contrario, la Bibbia menziona Dio come colui che prova ira oltre che come Dio di pace. Allo stesso modo in cui un guerriero può imporre e proteggere la pace altrui, Dio può imporre la pace.
D: In Romani 16, questo lungo elenco di persone di una città che Paolo non aveva visitato indica forse che questa lettera non fosse in realtà indirizzata ai Romani (Guida alla Bibbia di Asimov, p. 1097) o che Romani 16 non facesse realmente parte della Lettera ai Romani (Guida alla Bibbia di Asimov, p. 1093)?
R: No. Tra le oltre 28 persone menzionate da Paolo, una proveniva dall’Asia, tre erano parenti di Paolo e alcune erano collaboratori che Paolo conosceva da Corinto e da altri luoghi. Inoltre, nulla indica che Paolo avesse incontrato di persona ognuna di queste persone; alcune potrebbero essere state collaboratori di cui Paolo aveva sentito parlare da terzi e che desiderava raccomandare. Il «Commentario evangelico sulla Bibbia», pag. 955, e il «Commentario biblico dell’Expositor», vol. 10, pag. 162, aggiungono che non era insolito che le persone viaggiassero molto nel mondo commerciale dell’Impero Romano.
D: In Romani 16,1-2, cosa c’è di interessante riguardo a Febe?
R: O Paolo l’ha inviata come sua emissaria, oppure sapeva che lei viaggiava per motivi di ministero.
Non sappiamo però, in questo contesto, se Paolo l’abbia inviata direttamente a Roma o, più probabilmente, se le abbia semplicemente affidato la lettera poiché lei si stava comunque recando a Roma. Il termine greco per «servo» in questo contesto, diakonon, è lo stesso utilizzato per i diaconi in Filippesi 1:1 e in 1 Timoteo 3:8, 10, 12. È impiegato anche in Romani 15:8 e in 1 Corinzi 3:5.
Il nome Febe deriva dal termine greco che significa «luminosa» ed è un soprannome del dio Apollo. Si trattava di un nome pagano, ma per un cristiano era lecito conservarlo.
D: In Romani 16:5, perché i cristiani si riunivano nella loro casa?
R: A quel tempo tutte le chiese si riunivano nelle case. Una volta iniziata la persecuzione, si recavano nelle catacombe e in luoghi segreti. Gli edifici ecclesiastici non fecero la loro comparsa fino alla fine del II secolo. Aquila e Priscilla, essendo entrambi fabbricanti di tende, a quanto pare potevano permettersi una casa abbastanza grande da ospitare un gruppo di credenti a Roma. Anche quando vivevano a Corinto avevano una chiesa nella loro casa.
D: In Romani 16:7, Andronico e Giunia erano apostoli, dato che erano stimati tra gli apostoli?
R: No. Ciò significa che Andronico e Giunia erano particolarmente apprezzati dagli apostoli. Come nota a margine, essi non furono mai menzionati dagli scrittori ecclesiastici fino al 325 d.C. Vi è una certa ambiguità riguardo al genere di Giunia. Tuttavia, il «Commentario evangelico sulla Bibbia», a pag. 956, afferma che le prove indicano che Giunia fosse una donna; se Giunia fosse un uomo, questo sarebbe l’unico caso in tutta la letteratura greca in cui si tratterebbe di un nome maschile.
D: In Romani 16:10, perché venivano salutate le «famiglie»?
R: Il termine greco qui utilizzato significa «appartenere a», quindi probabilmente non si riferiva in primo luogo alla moglie e ai figli. Una famiglia benestante avrebbe avuto molti schiavi, e il riferimento era proprio a questi ultimi.
D: In Romani 16,9 e 12, cosa c’è di interessante riguardo ai nomi Trifena, Trifosa e Urbano?
R: I nomi di queste donne significano “delicata” e “lussuosa”, aggettivi che non descrivono particolarmente delle donne laboriose. Potrebbero essere state aristocratiche, piuttosto che appartenenti alle classi inferiori o schiave. Tuttavia, Paolo afferma che, indipendentemente dai loro nomi, erano donne laboriose. Allo stesso modo, Urbano è un nome maschile che significa «raffinato» o «elegante», e doveva essere piacevole essere serviti da un lavoratore il cui nome significava «elegante». D’altra parte, Erma, Ermes e Ampliato erano nomi comuni tra gli schiavi. Nella Chiesa vi sono persone «di alto lignaggio» e benestanti, persone più povere e persino schiavi, tutti impegnati a lavorare insieme in unità come pari, uniti nel Signore.
D: In Romani 16,13, questo Rufo è lo stesso Rufo di Marco 15,21, che era il figlio di Simone di Cirene, colui che portò la croce di Gesù?
R: Potrebbe essere, ma non necessariamente. Rufo, che significa «rosso», era un nome comune.
D: In Romani 16,25 e 1 Pietro 1,10-12, in che modo Gesù Cristo è stato tenuto segreto fino alla Sua venuta, dato che così tante profezie dell’Antico Testamento si riferiscono al Messia?
R: Proprio come una persona può menzionare un segreto come un mistero senza spiegarlo, l’Antico Testamento menziona spesso il mistero della profezia del Messia che verrà, senza spiegare l’Incarnazione di Gesù.
D: In Romani 16,17-18, perché Paolo mette in guardia le persone così tante volte dai falsi maestri o da quelli empì?
R: Potrebbe trattarsi di una combinazione di ciò che egli osservava nelle persone, di ciò che vedeva nella loro vulnerabilità e della profezia contenuta in Atti 20:29-31. Paolo profetizzò ciò anche in 1 Timoteo 4:1-3 e 2 Timoteo 4:3-4. Il termine qui utilizzato per «ostacolo», skandala, non indica grandi blocchi, ma piuttosto trappole o lacci. Le persone che vengono ingannate sono definite in greco «akakon», che significa ignare o innocenti. Il termine «innocente» in riferimento al male è una parola correlata, «akeraios» in greco, che può significare integro o puro.
Tuttavia, la legittima preoccupazione di Paolo riguardo alla necessità che la Chiesa si protegga dai falsi maestri non è diminuita nel corso del tempo. Sebbene alcuni abbiano denigrato i credenti che custodiscono il gregge definendoli «cacciatori di eresie», proteggere il gregge dai lupi spirituali è importante.
D: In Romani 16,17-18, in che modo le persone che seminano divisione assecondano il proprio «ventre» o i propri appetiti?
R: Spesso le persone seminano divisione per i propri scopi, sebbene non necessariamente per scopi saggi o intelligenti.
Può trattarsi di loro stesse: possono essere fonte di divisione o causare disappunto perché ciò conferisce loro un senso di importanza personale e alimenta il loro orgoglio. Possono ritenere di dare un contributo, fungendo da «cane da guardia» o impedendo a qualcuno di cavarsela facilmente. In un certo senso, possono mostrarsi difficili, per poi ritenere di offrire un contributo magnanimo quando alla fine cedono e lo consentono.
Può trattarsi di una questione di denaro: potrebbero ottenere maggiori vendite o opportunità se mettessero in difficoltà qualcun altro. Oppure pensano che il loro capo potrebbe essere più soddisfatto di loro se «manipolassero psicologicamente» una persona, nel tentativo di farla apparire in cattiva luce.
Può riguardare l’altra persona: creano divisioni per cercare di sminuire qualcun altro, anche se ciò li sminuisce un po’ agli occhi degli altri. Alcuni si opposero a Paolo per questo motivo in Filippesi 1:15-16.
Può riguardare una questione specifica: se fossero d’accordo e assecondassero una determinata posizione, potrebbero subire una perdita economica.
Può riguardare il loro pubblico: pensano che ciò li faccia apparire bene agli occhi degli altri, e talvolta è proprio così. Possono ritenere che li faccia apparire determinati, intelligenti o come un buon dirigente o leader. Per riassumere, pensano di poter accrescere la propria stima agli occhi degli altri, dimostrando di essere una forza con cui fare i conti.
D: In Romani 16:23, quali prove archeologiche esistono riguardo a Erasto?
R: In Romani 16:23, Paolo saluta Erasto, il tesoriere della città da cui Paolo stava scrivendo (Corinto). Potrebbe trattarsi dello stesso Erasto menzionato in 2 Timoteo 4:20 e in Atti 19:22.
Nel 1929, durante gli scavi a Corinto, su una pietra da pavimentazione riutilizzata, fu rinvenuta la seguente iscrizione: «Erasto, curatore degli edifici pubblici, ha posato questa pavimentazione a proprie spese».
D: Per quanto riguarda la Lettera ai Romani, quando fu scritto questo libro?
R: Probabilmente durante l’inverno del 56/57 d.C.
D: Come facciamo a sapere che la Lettera ai Romani è stata davvero scritta da Paolo?
R: In diversi modi:
Lo afferma la stessa Lettera ai Romani e la Chiesa primitiva non ha mai messo in dubbio questo fatto.
Il Canone Muratoriano (170-210 d.C.), cap. 3 (ANF vol. 5), pag. 603, menziona che Paolo scrisse alle sette chiese nelle sue epistole: ai Corinzi (due lettere), agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, ai Galati, ai Tessalonicesi (due lettere) e ai Romani. Paolo scrisse inoltre la Lettera a Filemone, la Lettera a Tito e le due lettere a Timoteo.
Ireneo di Lione (182-188 d.C.) cita Romani 1,1-4 come opera di Paolo indirizzata ai Romani. Ireneo, *Contro le eresie*, libro 3, cap. 16.3, pag. 441. Cita inoltre Romani 8,36 come opera di Paolo nella sua lettera indirizzata ai Romani in Ireneo, *Contro le eresie*, libro 2, cap. 22.2, pag. 390
Ireneo di Lione (182-188 d.C.): «Pertanto, quando Paolo espone l’infirmità umana, egli dice: “Poiché so che nella mia carne non abita alcun bene”, dimostrando che il “bene” della nostra salvezza non proviene da noi, ma da Dio. E ancora: “Miserabile uomo che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte?” [Romani 7,24] Poi presenta il Liberatore, [dicendo:] “La grazia di Gesù Cristo, nostro Signore”». Ireneo, Contro le eresie, libro 3, cap. 20.3, p. 450
Tertulliano (207/208 d.C.) menziona Paolo come autore delle Lettere ai Galati, ai Corinzi, ai Filippesi, ai Tessalonicesi, agli Efesini e ai Romani in *Cinque libri contro Marcion*, libro 4, cap. 5, p. 350.
Tertulliano (198-220 d.C.) «Ma come fa Paolo, … Come anche nella sua Lettera ai Romani: “E non solo questo, ma ci gloriamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza; e la speranza non delude.” [Romani 5,3-5a] E ancora: “E se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo; purché soffriamo con Lui, per essere anche glorificati insieme a Lui. Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che sarà rivelata in noi”. E perciò in seguito egli dice: «Chi ci separerà dall’amore di Dio? La tribolazione, o l’angoscia, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la spada? (Come sta scritto: “Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello”). No, in tutte queste cose noi siamo più che vincitori, per mezzo di Colui che ci ha amati. Poiché siamo convinti che né la morte, né la vita, né le potenze, né le altezze, né le profondità, né alcuna altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore»». [Romani 8,17-39] Scorpiace, cap. 13, p. 646
Ippolito (222-235/6 d.C.) cita Romani 1,17 come opera di Paolo nel Trattato su Cristo e l’Anticristo, cap. 64, p. 218. Si veda anche Contro l’eresia di Noeto, cap. 4, p. 225
Origene (225-253/254 d.C.) «Ma Paolo, da amante della verità, dice di certi saggi tra i Greci, quando le loro affermazioni sono vere, che “pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né gli hanno reso grazie”. Egli testimonia che essi conoscevano Dio e afferma, inoltre, che ciò non è avvenuto senza il permesso divino, con queste parole: “Poiché Dio lo ha loro manifestato”; alludendo vagamente, credo, a coloro che ascendono dalle cose sensibili a quelle dell’intelletto, quando aggiunge: “Poiché le cose invisibili di Dio, dalla creazione del mondo, si vedono chiaramente, essendo comprese attraverso le cose create, cioè la Sua eterna potenza e la Sua divinità; così che essi sono inescusabili: poiché, pur avendo conosciuto Dio, non Lo hanno glorificato come Dio, né Gli hanno reso grazie”.» [Romani 1,19-21a] Origene, Contro Celso, libro 3, cap. 47, p. 483
Novaziano (250-257 d.C.) menziona Romani 1,20 come opera dell’apostolo Paolo. Trattato sulla Trinità, cap. 3, p. 614
Cipriano di Cartagine (circa 246-258 d.C.) menziona la «Lettera di Paolo ai Romani» in Trattati di Cipriano – Testimonianze, cap. 45, pag. 546.
In occasione del Settimo Concilio di Cartagine (258 d.C.) (frammentario), Paolo di Obba cita metà di due versetti, Romani 3,3b-4a, attribuendoli all’apostolo a pag. 570
Adamantio (circa 300 d.C.) cita Romani 7,12 come opera di Paolo. *Dialogo sulla vera fede*, seconda parte, cap. 20, pag. 105. Si veda anche ibid., prima parte, cap. 21, pag. 64
Vittorino di Petau (martirizzato nel 304 d.C.) menziona l’Antico e il Nuovo Testamento nel suo «Commentario sull’Apocalisse del Beato Giovanni», pag. 345. Egli elenca le lettere di Paolo come Romani, Corinzi, Galati, Efesini, Tessalonicesi, Filippesi, Colossesi e a Timoteo, e cita 1 Timoteo 3,15 nel cap. 16, pag. 345. Prosegue poi citando 1 Corinzi 15,53 a pag. 346
Metodio (270-311/312 d.C.) cita Romani 8,19-21 affermando: «Paolo ne testimonia chiaramente». Discorso sulla Resurrezione, parte 1, cap. 8, pag. 365
D: Nella Lettera ai Romani, come facciamo a sapere che la Scrittura odierna costituisce una conservazione affidabile di ciò che era stato scritto in origine?
R: A livello generale, prima del 325 d.C., i manoscritti biblici e i primi scrittori cristiani citano l’84,5% della Lettera ai Romani. Si tratta di tutti i versetti tranne 65,6 su un totale di 433. Per ulteriori informazioni, si veda https://www.biblequery.org/Bible/BibleCanon/EarlyChristianNTQuotes.xlsx. Analizzando la questione, si possono individuare tre risposte complementari.
1. Dio ha promesso di preservare la Sua parola in Isaia 55:10-11; Isaia 59:21; Isaia 40:6-8; 1 Pietro 1:24-25 e Matteo 24:35.
2. Le testimonianze della Chiesa primitiva. Gli scrittori della Chiesa primitiva fino al Concilio di Nicea I (325 d.C.) citarono la Lettera ai Romani circa 497 volte, senza contare le allusioni. Questi 21 scrittori citarono il 57% della Lettera ai Romani, contando i versetti frazionari come frazioni. Si tratta di 246,0 versetti su un totale di 433. Si veda https://www.biblequery.org/Bible/BibleCanon/EarlyChristianNTQuotes.xlsx per tutti i dettagli.
Di seguito sono riportati gli scrittori pre-niceni che hanno fatto riferimento a versetti della Lettera ai Romani, seguiti dagli scrittori successivi.
Clemente di Roma (96-98 d.C.) cita Romani 1,32 e seguenti (9 parole su 23) in 1 Clemente, cap. 34, vol. 1, pag. 14; vol. 9, pag. 239
Policarpo (circa 150 d.C.) Romani 14,10b,12 – citazione di 1 ½ versetti nella Lettera di Policarpo ai Filippesi, cap. 6, pag. 34
(L’opera *The Ante-Nicene Fathers*, vol. 1, pag. 591, riporta nell’appendice quattro riferimenti nelle opere di Giustino Martire, ma a mio avviso questi non sono sufficientemente chiari da poter essere considerati come riferimenti.)
Teofilo di Antiochia (scrisse tra il 168 e il 181/188 d.C.) cita Romani 2:7 e 2:8,9 in *Teofilo ad Autolico*, libro 1, cap. 14, p. 93. Egli cita parte di Romani 13,7-8 in *Teofilo ad Autolico*, libro 3, cap. 14, pag. 115. Questi sono gli unici passaggi in cui fa riferimento alla Lettera ai Romani.
I cristiani di Vienna e di Lugdunum (177 d.C.), ANF vol. 8, pag. 778, citano 15 delle 17 parole di Romani 8:18
Ireneo di Lione (182-188 d.C.) cita Romani 1,1-4 come opera di Paolo indirizzata ai Romani. Ireneo, *Contro le eresie*, libro 3, cap. 16.3, pag. 441. Egli fa inoltre riferimento a Romani8:36 come opera di Paolo nella sua lettera indirizzata ai Romani in Ireneo, *Contro le eresie*, libro 2, cap. 22.2, pag. 390
Passione dei martiri di Scillita (180-202 d.C.), pag. 285 (frammentaria, Paolo): «Che cosa c’è nel vostro forziere? Sperato rispose: “Libri ed epistole di Paolo, un uomo giusto”».
Il Canone Muratoriano (170-210 d.C.), ANF vol. 5, pag. 603, menziona che Paolo scrisse alle sette chiese nelle sue epistole: ai Corinzi (2 lettere), agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, ai Galati, ai Tessalonicesi (2 lettere) e ai Romani. Paolo scrisse a Filemone, a Tito e due lettere a Timoteo.
Clemente di Alessandria (193-217/220 d.C.) cita Romani 16,19 dell’Apostolo nella Lettera ai Romani. *L’Istruttore*, libro 1, cap. 5, p. 214
Tertulliano (198-220 d.C.) afferma: «L’Apostolo ammonisce i Romani» e cita Romani 13,1 in *Scorpiace*, cap. 14, pag. 647.
Ippolito (222-235/6 d.C.) cita Romani 1,17 come opera di Paolo nel Trattato su Cristo e l’Anticristo, cap. 64, pag. 218
Commodiano (circa 240 d.C.) (in parte) parla di Salomone e dell’apostolo Paolo. «Istruzioni di Commodiano», cap. 31, pag. 209
Teodoto, probabilmente montanista (circa 240 d.C.), cita un quarto di Romani 8:15, che corrisponde anche a un quarto di Galati 4:6, nella sua lettera, cap. 19, pag. 45
Origene (225-253/254 d.C.) cita Romani 9,16 come «in Paolo» [sia nella versione latina che in quella greca]; Origene, Contro Celso, libro 3, cap. 1, pag. 307
Novaziano (257 d.C.) fa riferimento a Romani 1,20 come se fosse dell’apostolo Paolo. Trattato sulla Trinità, cap. 3, pag. 614
Il Trattato contro Novaziano (254-256 d.C.), cap. 12, pag. 661, cita Romani 14,4 come opera dell’apostolo. Cita inoltre parti di Romani 2,11 nel cap. 16, pag. 662.
Cipriano (circa 246-258 d.C.) cita «la Lettera di Paolo ai Romani» nel Trattato 12, terzo libro, 17, tra gli altri passaggi.
Moyses e altri, in riferimento a Cipriano (250-251 d.C.), citano Romani 8:35 come se fosse dell’apostolo. Lettere di Cipriano, Lettera 25, cap. 4, pag. 303
Al Settimo Concilio di Cartagine (258 d.C.), a pag. 570, Paolo di Obba cita metà di due versetti, Romani 3:3 (citazione completa) e 3:4a (11/26 parole citate), attribuendoli all’apostolo.
Dionigi di Alessandria (circa 246-265 d.C.) fa riferimento a un terzo di Romani 14:23 come se fosse dell’apostolo. Epistola al vescovo Basilide, canone 4, pag. 96.
Adamantio (circa 300 d.C.) fa riferimento a Romani 2,16. Egli cita inoltre Romani 6,13 come se fosse dell’Apostolo e cita Romani 7,12 come se fosse di Paolo
Vittorino, vescovo di Petau in Austria (martirizzato nel 304 d.C.) Menziona l’Antico e il Nuovo Testamento nel suo Commento all’Apocalisse di San Giovanni, pag. 345. Elenca le lettere di Paolo come Romani, Corinzi, Galati, Efesini, Tessalonicesi, Filippesi, Colossesi, Timoteo e cita 1 Timoteo 3:15 nel cap. 16, pag. 345. Prosegue citando 1 Corinzi 15:53 a pag. 346
Pietro di Alessandria (306, 285-311) Romani 10,8-10. «Le Lettere canoniche», canone 5, pag. 271. Egli cita metà di Romani 2,11 in «Le Lettere canoniche», canone 7, pag. 272.
Metodio (270-311/312 d.C.) cita Romani 8,19-21 affermando: «Paolo ne testimonia chiaramente». Discorso sulla risurrezione, parte 1, cap. 8, pag. 365
Atanasio di Alessandria (circa 318 d.C.) cita Romani 1,26 sgg. (13/22 parole citate); 1,27a (24/35 parole citate) «come disse Paolo, il santo ministro di Cristo»; *Contro i pagani*, cap. 26, p. 17
Lattanzio (circa 303-circa 325 d.C.) allude a Romani 1,22 in *Le Istituzioni divine*, libro 2, cap. 3, p. 44. Egli allude a Romani 1,21-23 in *Le Istituzioni divine*, libro 4, cap. 1, p. 101
Alessandro di Alessandria (313-326 d.C.) cita Romani 8,32 come opera di san Paolo. «Lettere sull’eresia ariana», Lettera 1, cap. 8, pag. 294
Eusebio di Cesarea (318-339/340)
Da Nicea a Efeso (325 d.C.-431 d.C.)
Afrajat/Afraate (337-345 d.C.) fa riferimento alla Lettera ai Romani come a un testo sacro. Dimostrazioni selezionate
Egemonio (IV secolo), citando Archelao (262-278 d.C.), cita Romani 5,14 come Scrittura nella disputa con Mani. Disputa con Mani, cap. 29, pag. 202
Filone di Carpasia (IV secolo) fa riferimento alla Lettera ai Romani 10:15
Serapione (dopo il 362 d.C.)
Risposta di Mario all’ariano Candidus (359-362 d.C.)
Victorinus di Roma (dopo il 363 d.C.)
Atanasio di Alessandria (367 d.C.) elenca i libri del Nuovo Testamento nella Lettera festiva 39, pag. 552
Ilario di Poitiers (355-367/368 d.C.) cita Romani 1,2-4 come opera di Paolo. Nel libro 7, capitolo 25, pag. 129, dell’opera *Sulla Trinità*
Ilario di Poitiers (355-367/368 d.C.) cita Romani 6,10-11: «Ancora ai Romani [il beato Apostolo] scrive», nel libro *Sulla Trinità*, libro 9, cap. 13, pag. 159
La *Synopsis Scripturae Sacrae* (350-370 d.C. o V secolo) menziona la Lettera di Paolo ai Romani come parte del Nuovo Testamento. Essa cita integralmente Romani 1,1.
Canone di Cheltenham (= Catalogo di Mommsen) (ca. 360-370 d.C.)
Tito di Bostra (prima del 378 d.C.)
Efraim il Siro (350-378 d.C.)
Basilio di Cappadocia (357-378/379 d.C.) cita Romani 11,36 come opera di Paolo. Sullo Spirito, cap. 5, pag. 5
Sinodo di Laodicea (in Frigia) (343-381 d.C.), il canone 60, pag. 159, elenca i libri dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento. Il canone 59, pag. 158, stabilisce che in chiesa possano essere letti solo i libri canonici dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Ambrosiaster (dopo il 384 d.C.)
Cirillo di Gerusalemme (circa 349-386 d.C.) menziona Romani 8,14 come scritto da Paolo ai Romani; Lezione 14.29, pag. 102
Apollinare di Laodicea (circa 390 d.C.)
Ambrogio di Milano (370-390 d.C.) cita Romani 1,24-25 come opera di «Paolo, il quale, pieno dello Spirito di Dio». De fide christiana, libro 1, cap. 16.101, p. 218.
Ambrogio di Milano (370-390 d.C.) cita Romani 8,32 come Scrittura. *Sulla fede cristiana*, libro 1, cap. 17.109, pag. 219.
Gregorio di Nazianzo (330-391 d.C.)
Paciano di Barcellona (342-379/392 d.C.) cita Romani 2,4-5 come opera dell’apostolo Paolo. In *De penitentes*, cap. 11.2, pag. 84
Gregorio di Elvira (dopo il 392 d.C.) fa riferimento a Romani 7,22 e ad altri passaggi
Anfilochio (-394/397 d.C.) in *Iambi ad Seleucum*
Gregorio di Nissa (circa 356-397 d.C.) afferma che Romani 1,1 è opera di Paolo in *Contro Eunomio*, libro 2, cap. 4, pag. 105, e che la Lettera ai Romani è opera di Paolo in *Contro Eunomio*, libro 2, cap. 9, pag. 117
Didimo il Cieco (398 d.C.)
Diodoro (398 d.C.)
Lo scismatico Lucifero di Cagliari, in Sardegna (361-circa 399 d.C.)
Libro siriaco dei Gradini (Liber Graduum) (350-400 d.C.)
Catalogo siriano di Santa Caterina (circa 400 d.C.)
Macario/Simeone (IV/V secolo)
Asterio di Emesa (circa 400 d.C.)
Macario/Simeone (IV/V secolo)
Massimino di Torino (IV/V secolo)
Epifanio di Salamina (360-403 d.C.)
Papa Innocenzo I di Roma (circa 405 d.C.)
Rufino (374-406 d.C.)
Gaudenzio (dopo il 406 d.C.) fa riferimento a Romani8:35 e e ad altri versetti
Cromazio (morto nel 407 d.C.)
Giovanni Crisostomo (392-407 d.C.) redasse 32 omelie sulla Lettera ai Romani.
Severiano (dopo il 408 d.C.)
Niceta di Remesiano (361-circa 415 d.C.)
Rufino (374-406 d.C.), traducendo Origene (225-253/254 d.C.), cita Romani 1:1-4 nella Lettera di Paolo ai Romani. De Principiis, libro 2, cap. 4.2, p. 276
Orosio/Hosio di Braga (414-418 d.C.)
Concilio di Cartagine (393-419 d.C.)
Girolamo (374-420 d.C.) cita Romani 7,6 come «dice l’apostolo». Lettere di Girolamo, Lettera 69, cap. 7, p. 146
Agostino di Ippona (388-430 d.C.) menziona l’apostolo mentre scrive la Lettera ai Romani in *La Città di Dio*, libro XX, cap. 1, pag. 421
Il semi-pelagiano Giovanni Cassiano (419-430 d.C.) cita la Lettera ai Romani14:10 , 11 come «l’apostolo… che scrive ai Romani» nei *Sette libri di Giovanni Cassiano*, libro 3, capitolo 7, pag. 566
Nilo (circa 430 d.C.) fa riferimento a Romani 7,12.
Marco di Eremita (dopo il 430 d.C.)
Il Concilio di Efeso (giugno-settembre 431 d.C.) allude alla Lettera ai Romani.
Prove relative agli eretici e ai libri apocrifi
Marcion (circa 160 d.C.) fa riferimento alla Lettera ai Romani come opera di Paolo, secondo Adamantio e Tertulliano.
Tatiano (circa 172 d.C.) allude a Romani 1,20 nel «Discorso di Tatiano ai Greci», cap. 4, pag. 66.
L’eretico Mani (262-278 d.C.) accetta come Scrittura il testo di Archelao che cita Romani 5,14. «Disputa con Mani», cap. 29, pag. 202
L’eretico manicheo Faustino di Milevis/Milevum (dopo il 383 d.C.)
L’eretico Priscilliano (circa 385 d.C.) fa riferimento a Romani 8:11
L’eretico donatista Ticonio (dopo il 390 d.C.)
L’arianista estremista Eunomio di Cizico (circa 360-383/394 d.C.)
L’eretico Pelagio (416-418 d.C.)
L’eretico pelagiano Teodoro di Mopsuestia (392-423/429 d.C.)
L’eretico pelagiano Giuliano di Eclano (circa 454 d.C.)
Tutti questi testi sono giunti fino a noi.
3. I più antichi manoscritti della Lettera ai Romani di cui disponiamo mostrano piccole variazioni manoscritte, ma nessun errore teologicamente significativo. I 7 manoscritti della Lettera ai Romani risalenti al periodo precedente al Concilio di Nicea I (325 d.C.) riportano il 63,5% del testo della Lettera ai Romani. Si tratta di 275 versetti citati su un totale di 433. Si veda https://www.biblequery.org/Bible/BibleCanon/EarlyChristianNTQuotes.xlsx per tutti i dettagli.
p27 Romani 8:12-22,24-27;8:33 -9:3; 9:5-9 (III secolo) Il volume *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts* riporta un’immagine di una parte di una pagina del p27 a pag. 109.
III secolo - 1968 - Il testo del Nuovo Testamento.
p40 Rom 1:24-27; 1:31-2:3; 3:21-4:8; (2 su 19 lettere di 6:2; 7 su 62 lettere di 6:3) 6:4-5; (7 su 56 lettere di 6:15); 6:16; 9:17,27 (III secolo) Testo alessandrino.
III secolo – 1968 – Il testo del Nuovo Testamento non menziona i versetti 6:2-3, 15
p46 Chester Beatty II 100-150 d.C. Romani 5:17-6:3; 6:5-14; 8:15-25,27-35; 8:37-9:32; 10:1-11:22; 11:24-33; 11:35-15:9; 15:11-16:27 , e altre parti delle lettere di Paolo e della Lettera agli Ebrei. (233 versetti della Lettera ai Romani) L’opera *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts* riporta una fotografia di una parte del p46 a pag. 192. Inoltre, alle pagg. 197-198, si afferma che la qualità e i segni stichiometrici indicano che il testo sia stato redatto da uno scriba professionista.
Prima metà del III secolo – 1936 – Frederic G. Kenyon secondo *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*.
II secolo, 200 d.C. – 1935 – Ulrich Wilcken, secondo *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*.
200 d.C. – 1968 – *The Text of the New Testament*.
81-96 d.C. – 1988 – Young Kyu Kim, secondo *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*.
Circa 200 d.C. – 1975 – Aland et al., terza edizione.
Circa 200 d.C. - 1998 - Aland et al., quarta edizione riveduta.
Dall’inizio alla metà del II secolo – 1999 – Il testo completo dei più antichi manoscritti del Nuovo Testamento. Ciò si basa in parte sulla grande somiglianza della grafia con il Papiro di Oxyrhynchus 8 (fine del I o inizio del II secolo) e con il Papiro di Oxyrhynchus 2337 (fine del I secolo).
Collezione di Green (inizio del III secolo) Romani 9:18-21 e parte di Romani 10
p. 113 (= Papiro di Ossirinchus 4498) Romani2:12 -13,20 (III secolo)
Unziale 0220 (circa 300 d.C.) Romani4:23 -5:3; 5:8-13 (circa 300 d.C.) Il volume *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*, a pag. 646, afferma che questo manoscritto concorda con il Vaticano in ogni punto tranne che in Romani 5:1. Si precisa inoltre che, sebbene Romani 5:8-13 vi sia presente, è troppo danneggiato per poter essere ricostruito.
Dopo il Concilio di Nicea I (325 d.C.)
Vaticano [B] 325-350 d.C.
Sinaitico [Si] 340-350 d.C.
p. 10 (= Papiro di Ossirínco 209) Romani 1:1-7 (IV secolo). Testo alessandrino
IV secolo – 1968 – Il testo del Nuovo Testamento.
Siriaco antico (circa 400 d.C.)
Copto bohairico [Boh] III/IV secolo
Copto fayumico [Fay] III/IV secolo
Copto sahidico [Sah] III/IV secolo
Peshitta siriaca (443-)
Efraemico Rescriptus (444 d.C.)
Aleksandrino [A] 450 d.C. circa
Gotico [Goth] 493-555 d.C.
Rescritto di Efrem [C] V secolo
Armeno [Arm] dal V secolo
Claromontanus [D] V/VI secolo
Etiope [Eth] dal 500 d.C. circa
p. 26 Romani 1:1-16, 600 d.C. circa. Concorda con il Sinaitico e l’Alessandrino
circa 600 d.C. – 1968 – Il testo del Nuovo Testamento.
p. 61 Romani 16:23, 25-27; 1 Corinzi 1:1-2, 4-6; 5:1-3, 5-6, 9-13; Filippesi 3:5-9, 12-16; Colossesi 1:3-7, 9-13; 1 Tessalonicesi 1:2-3; Tito 3:1-5, 8-11, 14-15; Filemone 4-7. Circa 700 d.C.
circa 700 d.C. – 1968 – Il testo del Nuovo Testamento.
Circa 700 d.C. – 1975 – Aland et al., terza edizione e 1998 – Aland et al., quarta edizione riveduta
p. 94 Romani 6:10-13, 19-22 (V/VI secolo)
p. 31 Romani 12:3-8 VII secolo. Concorda con il Sinaitico
VII secolo - 1968 - Il testo del Nuovo Testamento.
Per ulteriori informazioni sui primi manoscritti della Lettera ai Romani, si veda www.BibleQuery.org/Romans Manuscripts.html.